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Le mostre

Emilio Scanavino

Senza titolo 1960Grazie all'azione congiunta della Galleria San Fedele e della Banca Cesare Ponti s'inaugurano nel mese di gennaio due mostre sull'opera di Emilio Scanavino (Genova 1922 - Milano 1986). Lo scopo è quello di fornire al pubblico una più esauriente immagine dell'artista, colta secondo due chiavi di lettura: presso il Centro Culturale San Fedele (Via Hoepli, 3a), la mostra a cura di Elena Pontiggia - Scanavino e il sacro 14 gennaio - 8 marzo 2003 - interpreta la poetica dell'autore alla luce della sua sensibilità religiosa, ben esemplificata da opere quali L'Annuncio (1957) e La Sindone (1957-'58); mentre presso la Banca Cesare Ponti di P.zza Duomo si adotta la consueta indagine storiografica incentrata sulla produzione artistica degli anni Cinquanta. Emilio Scanavino rientra negli interessi del programma Ponti '900, non solo per l'importanza che l'artista riveste nella stagione informale italiana ed europea, ma anche per i contatti che lo legano alla città di Milano. Si pensa ai rapporti con lo Spazialismo e in particolar modo al gallerista Carlo Cardazzo che, dai tempi di Albisola (1951-1952), sostiene l'artista attraverso l'organizzazione di numerosi eventi espositivi. A conferma della stima reciproca c'è il contratto, firmato nel 1958, col quale Cardazzo si assicura l'esclusiva per la vendita delle sue opere. I quadri esposti coprono nove anni di attività creativa. Si inizia col 1951 (Senza titolo), quando l'autore adotta una sensibilità cromatica di tipo espressionista, per addentrarsi negli anni della prima maturità, che può essere fatta risalire al Senza titolo del 1954. Le altre opere documentano e approfondiscono aspetti anche insoliti (Bis in idem, 1957) di questa stagione che la mostra fa finire col Senza titolo del 1960. In questo periodo Scanavino elabora e sviluppa il segno caratteristico della sua poetica che, mutatis mutandis, sarà il filo conduttore di tutto il suo percorso artistico. Non a caso verso la prima metà degli anni Cinquanta il suo lavoro comincia a destare l'interesse di numerosi critici, tra i quali si possono ricordare i nomi di Umbro Apollonio, Guido Ballo, Enrico Crispolti, Gillo Dorfles, Christian Dotremont, Giampiero Giani, Edouard Jaguer, Alain Jouffroy. Di non inferiore importanza è la sua attività espositiva che, nel limitato quadro storico preso in esame, conta su rassegne di prestigio internazionale: le varie Biennali veneziane (1950, 1954, 1958, 1960 sala personale), Documenta 2 a Kassel (1959) o la Quadriennale a Roma (1960).

Biografia

Emilio Scanavino (Genova 1922 - Milano 1986) nasce da Sebastiano Scanavino, attento alla dottrina teosofica e da Maria Felicina Sterla, radicata nella propria tradizione cattolica. Si profilano due culture diverse nello stesso nucleo familiare; indirizzi di vita per molti aspetti inconciliabili che compromettono l'equilibrio del rapporto di coppia. Così, già in tenera età, Scanavino è di fronte agli insolubili conflitti dei propri genitori che, negli anni sensibili dell'infanzia, instillano nel suo animo inquietudini e sofferenze. Ed è proprio all'insegna del dolore e del disagio che l'autore si confronta per la prima volta con l'arte. Accade nel 1930, quando Scanavino all'età di otto anni è affetto da una paralisi alle gambe che lo costringe a letto per molto tempo. Durante la degenza il bambino affida al disegno il bisogno di comunicare e scopre, in modo del tutto istintivo, i valori sottesi alla pratica creativa. Nel 1938 frequenta il Liceo Artistico di Genova "Nicolò Barbino", dove ha come maestro Mario Calonghi, professore di matematica che incentiva i suoi interessi culturali e lo incoraggia a proseguire il cammino intrapreso.

Nel 1942 si iscrive alla Facoltà di Architettura a Milano che frequenta solo nell'autunno-inverno del 1942-'43 a causa della crisi bellica. Chiamato alle armi si arruola nell'esercito, ma nel settembre del 1943, col grado di sottotenente, abbandona la guarnigione di Ancona e si rifugia nell'Appennino ligure, dove vive nella clandestinità fino alla fine della guerra. I pochi quadri testimoni di questo periodo risentono dell'influsso di Van Gogh, per la sensibilità cromatica di tipo espressionista e per la libertà di trattare le figure. Alla fine del conflitto lavora come disegnatore tecnico presso l'amministrazione comunale di Genova. Nell'estate del 1947 è a Parigi dove guarda alle avanguardie e ai protagonisti della cosiddetta "Scuola di Parigi", senza trascurare l'opera di Bazaine, Pignon, Bissière e di Manessier. Nell'aprile del 1948 si segnala la personale nella Galleria Genova e L'Isola. I quadri qui esposti mantengono in vita una sensibilità espressionista, anche se riletta agli occhi della disciplina neocubista, attenta all'impianto formale della struttura compositiva. Verso il 1950 lascia il lavoro presso il Comune di Genova e si dedica esclusivamente alla pittura. L'anno dopo, in occasione della mostra personale alla Galleria Apolinnaire, soggiorna per qualche mese a Londra dove conosce Eduardo Paolozzi, Francis Bacon, Sebastian Matta, Graham Sutherland e il giovane Philip Martin. Di Bacon lo colpisce il rapporto tra gli spazi vuoti e la solitudine dei personaggi mentre di Sutherland apprezza il vigore plastico delle forme organiche avvolte di mistero. Esperienze importanti che non trovano immediato riscontro nelle soluzioni pittoriche del tempo. Scanavino, col suo carattere riflessivo, attento ad accogliere le lezioni degli artisti e a vagliarne con scrupolo le qualità, non è incline ad aggiornamenti veloci. All'anno del soggiorno londinese risale Senza titolo (1951), un'opera che prelude all'orientamento estetico adottato nel 1952: una progressiva rinuncia alla figura, ad una visione mimetica del mondo a vantaggio del linguaggio aniconico, rafforzato dall'impianto geometrico del disegno e delle campiture cromatiche. In Senza titolo infatti, i personaggi schierati frontalmente tendono a confondersi tra di loro, a scomparire per trasformarsi in un tessuto di forme e colori. I contorni neri che dovrebbero definire i corpi sono così spessi da essere assorbiti dal fondo del quadro. A questa lettura ambigua dei piani si sovrappone un altro registro di presenze che sembrano disegnate o graffite sul colore. Una stratificazione di immagini che rende ancora più laboriosa l'identificazione dei personaggi. Quest'opera testimonia la crisi di una lettura referenziale, allenta i vincoli di verosimiglianza col mondo esterno e prepara la strada a un più esplicito interesse per le problematiche metafisiche ed esistenziali, spesso vissute attraverso riferimenti alla vita religiosa o a episodi della cristianità. Basta scorrere alcuni titoli di opere realizzate tra il 1952 e il 1953 per averne la conferma: Rituale, Presepe - Re Magi, Crocifissione, Natività, Notte di Natale, Nascenza e così via. Viene spontaneo a questo punto richiamare l'attenzione sulla formazione cattolica della madre e su quella teosofica del padre, che sembrano felicemente convivere in certi quadri dedicati all'evento della nascita o alla pratica del rito. Quando rientra in Italia va ad Albisola (1951-1952) dove lavora presso la fabbrica di ceramiche di Giuseppe Mazzotti. L'attività di ceramista gli offre una soluzione economica soddisfacente e gli permette di vivere i fermenti culturali del luogo che all'epoca conta sulla presenza di numerosi artisti italiani e stranieri. In questo clima di respiro internazionale Scanavino conosce, tra gli altri, i protagonisti dello Spazialismo (Lucio Fontana, Roberto Crippa, Gianni Dova, Sebastian Matta), del Movimento Nucleare (Enrico Baj, Sergio Dangelo) e del Gruppo Cobra (Pierre Corneille, Asger Jorn).

Di non inferiore rilievo è il rapporto con Carlo Cardazzo, già titolare delle Gallerie del Naviglio a Milano e del Cavallino a Venezia, e principale responsabile, sotto il profilo pratico, del Movimento Spaziale. Grazie alla capacità organizzativa di Cardazzo, Scanavino realizza numerose mostre accompagnate dagli interventi scritti di amici e critici: il pittore Aligi Sassu, già compagno di strada nelle officine di Albisola, scrive un testo in occasione della personale del '53 alla Galleria del Cavallino, mentre l'esposizione del '55 al Naviglio beneficia del supporto critico di Giampiero Giani, Eduard Jaguer e Roland Giguere. E' importante sottolineare il contributo della critica perché essa è spesso occasione di confronti e di scambi che entrano a far parte del complesso viatico dell'artista. La produzione pittorica del 1952 e del 1953, quella sempre più sensibile alle problematiche interiori, resta come sospesa tra due indirizzi estetici: l'uno è attento all'impianto geometrico, struttura portante della composizione; l'altro rifiuta ogni schema razionale per favorire la libera stesura del disegno e della materia pittorica. Se al primo filone si può ricondurre la disciplina neocubista, al secondo si riconosce l'ascendenza futurista per la dinamicità del segno, non senza richiami a Wols e al lirismo linguistico di Paul Klee.

Tra la fine del 1953 e gli inizi del 1954 le ambiguità fin ora registrate si definiscono a favore di una soluzione estetica univoca, sintesi ben metabolizzata delle precedenti esperienze pittoriche. Dal versante geometrico si eredita la struttura salda e ben equilibrata del segno; da quello lirico-astratto si conserva una squisita sensibilità pittorica. La loro saldatura avviene attraverso una rigorosa sintassi spaziale appresa attraverso l'opera di Fontana. Chiariti così i debiti al presente e al passato è necessario approfondire la poetica dell'autore, per apprezzarne l'autonomia estetica e concettuale. Viene in aiuto, a tal proposito, Senza titolo (1954), una delle prime opere in cui si delinea il tipico rapporto tra lo spazio e il segno. Il primo, tendenzialmente monocromo, schiude la dimensione interiore della solitudine e del silenzio; il secondo, in genere composto da una serie di gesti pittorici che si intersecano e si sovrappongono fino a strutturarsi in una forma, incarna il senso di una presenza vitale tormentata. E' nella concitata stesura grafica, qui sospesa tra tensioni implosive ed esplosive, che Scanavino registra le proprie ansie esistenziali. Solo l'atto creativo gli fa prendere coscienza del proprio esistere; solo il segno rivela la presenza del suo essere uomo, ma così facendo ne mette a nudo lo stato di inquietudine, che vive solo, senza la solidale partecipazione del mondo. Lo spazio, infatti, non reagisce alla vitalità dei segni stesi; esso è una cassa armonica che non vibra agli stimoli del dolore, semmai ne trattiene il silenzio. Si stabilisce in questi termini un problematico rapporto di incomunicabilità. Su un diverso ordine spaziale si basa Senza titolo (1956), dove si avverte l'esigenza di arginare la libera proliferazione del segno. Entro i confini di un riquadro trova sviluppo e sfogo un'intricata successione di pennellate che si addensano e si sovrappongono fino a dar vita a un tessuto pittorico. Da questa elettrizzante gamma di segni affiora, al suo stadio embrionale, una parvenza figurale che stenta a convertirsi in icona. Un più esplicito richiamo al proprio immaginario figurativo si ha in opere dello stesso anno (Uccello nella polvere) o di poco anteriori (Spirito del male, L'uccello sacro, L'angelo infuriato - 1954-'55). Tuttavia, della qualità descrittiva dei titoli sopravvive l'eco che prende corpo dalle gradazioni di colore o dalle tracce di pennello, senza giungere a un autonomo rilievo iconografico: l'identificazione dell'immagine avviene grazie al supporto del titolo. Scanavino accoglie le evocazioni psichiche del Surrealismo, le sue profonde implicazioni simboliche con l'interiorità, senza per questo sentire alcuna esigenza illustrativa. L'opera comunica per se stessa, grazie alle intrinseche proprietà estetiche rese dalle sensuali campiture cromatiche, dalla simbologia dei colori, dalla scrittura del segno, vero e proprio sismografo in grado di registrare le inquietudini dell'uomo. Una sensualità ricca di significati che per essere letta e compresa necessita di tempo, vissuto attraverso la contemplazione estetica e la riflessione spirituale. La ricerca interiore condotta da Scanavino è corroborata dalle letture svolte fin dai tempi del Liceo Artistico, quando Calonghi lo introduce allo studio di poeti, scrittori e filosofi. L'interesse dell'autore spazia così dalla poesia (Dylan Thomas) alla letteratura (Kafka), dal teatro (Beckett) alla filosofia, con particolare interesse per il pensiero esistenziale e ontologico (Heidegger, Kierkegaard, Merleau Ponty, Sartre). In questa prospettiva culturale si può inserire Bis in idem, (1957). Il titolo riprende una locuzione latina impiegata quando qualcuno commette più di una volta lo stesso errore. Si è di fronte ad una delle opere più concettuali di Scanavino, per le allusioni etiche implicite al titolo e per il rigore monacale del quadro, esente da compiacimenti policromi o da suggestioni tonali. Domina una tinta nera - richiamo simbolico all'errore commesso -, che toglie respiro allo sguardo e rende prioritario il messaggio contenuto nel titolo. Su una superficie così severa sopravvive solo un esile appunto grafico che si astrae dal contesto e sembra assolvere un valore paradigmatico. Dello stesso anno ma di tutt'altra natura è Coscienza dell'infinito, opera elaborata su un impianto compositivo saldo. Ai lati del quadro si ergono due colonne, frutto del calibrato dosaggio delle velature pittoriche rafforzate da una sottile, a tratti inconsistente, intelaiatura grafica. Esse fungono da quinte laterali alla stesura centrale, una sorta di ramificato ideogramma costretto entro i confini di uno spazio geometrico. Grazie al suo decentramento a sinistra è equidistante rispetto alle due stesure pittoriche laterali, dotate di volumi diversi. All'equilibrio architettonico degli elementi distribuiti in senso orizzontale sulla tela, risponde la tensione dinamica dei segni che ora emergono dalla profondità tonale dei grigi ora affondano in essa, nel rispetto di un'insolubile ambiguità. Lo sguardo indugia sulla lettura del movimento e si lascia poco a poco assorbire dalla distesa di colore, apprezzandone le numerose sfumature. La coscienza dell'infinito matura nell'esercizio della contemplazione che schiude l'orizzonte del non-ancora. Nel 1958 si trasferisce a Milano con la famiglia senza sospendere i regolari soggiorni a Calice Ligure, dove continua a lavorare alla ceramica ed alla scultura. Quest'anno si caratterizza anche per l'intensa attività espositiva presso il Naviglio e per la partecipazione alla XXIX Biennale veneziana, in cui gli viene assegnato il premio Prampolini. Verso la fine degli anni Cinquanta si ravvisa un processo di trasformazione che caratterizzerà la produzione pittorica successiva. Il segno comincia a perdere il senso della traccia rilasciata dal gesto per divenire più solido e corposo, fino ad assumere la consistenza di un oggetto. Se prima la stesura corsiva stabiliva una stretta relazione con le profondità tonali, nel corso degli anni Sessanta questo inscindibile legame si scioglie, per dar luogo a un'esplicita fenomenologia di nodi. Lo spazio pittorico tenderà sempre più a razionalizzarsi grazie all'inserimento di elementi architettonici quali lunette, nicchie, porte, loculi e cisterne. Di questa stagione pittorica sono per certi versi premonitori gli ultimi due quadri esposti: Natale 58 (1958) e Senza titolo, (1960). Entrambi tendono a definire con più lucidità il segno che prende forma di radice abbarbicata a se stessa o di corda annodata. Un maggior controllo sulla trama che assume quasi il valore di manufatto. D'ora in poi va imponendosi un'esigenza narrativa che esplora il motivo del nodo, declinandolo secondo inesauribili e pur sempre tormentate soluzioni espressive.