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Le mostre

Cesare Peverelli

Senza titolo gestuale 1953Cesare Peverelli (Milano 1922 - Parigi 2000)

frequenta l'Accademia di Brera dal '39 al '44 sotto la guida di Aldo Carpi e Achille Funi. Nello stesso quartiere il bar Giamaica e la latteria delle sorelle Pirovini sono tra i luoghi di ritrovo prediletti dagli artisti. In questi ambienti in pieno fermento culturale Peverelli ha modo di confrontarsi con Ennio Morlotti, Aldo Bergolli, Roberto Crippa e Gianni Dova. Già all'epoca si interessa all'antropologia culturale di Fraser, Levi Brhull, Durkeim ecc. e alla psicanalisi di Freud. Queste letture lo avvicinano sempre più a quella poetica surreale che farà propria a partire dagli anni Cinquanta. Da un punto di vista pittorico risente dell'influsso delle "Nature morte" di Giorgio Morandi presto rilette in chiave postcubista. Lo stesso Peverelli riconosce al cubismo quell'imprescindibile punto di partenza, quel momento di confronto grazie al quale intraprendere un percorso pittorico moderno. Cubismo in quanto alfabeto artistico non ridotto alle soluzioni linguistiche già adottate da Picasso, bensì capace d'incarnare le nuove sensazioni recepite dal mondo.

In occasione della personale della Galleria Pittura del '49 l'autore scrive che "non è giusto affermare che i giovani siano ancorati alle formule del cubismo dei maestri" poiché attraverso la proiezione della forma nello spazio si coglie "il nuovo sentimento del tempo". Il graduale superamento di questa fase pittorica si fonda sull'incontro con l'opera di Wols, vista in occasione della personale del '49 alla Galleria Il Milione, e su quella di Pollock, esposta alla Galleria del Naviglio e al Museo Correr di Venezia nel '50. A tal proposito si veda il Paesaggio informale del '51 in cui la raffigurazione del paesaggio fluviale nei pressi dell'Adda è trasfigurato a favore della matericità della segatura e della gestualità pittorica. La rappresentazione verosimile del mondo esterno è del tutto sacrificata all'esigenza di sperimentare nuove soluzioni espressive che non compromettono però una certa coerenza compositiva d'insieme: in primo piano si riconosce la sponda sabbiosa del fiume o il relativo letto; nell'ultimo piano si configura l'orizzonte alberato con tanto di riflessi sullo specchio d'acqua. A questa linea di ricerca polimaterica, non soddisfacendo pienamente le esigenze poetiche del Peverelli, succede presto un'altra incentrata sulla gestualità del segno che dà libero sfogo alle pulsioni creative dell'artefice. Un passaggio, questo, in parte suggerito dal sodalizio con Crippa e Dova, già schierati con la compagine spaziale diretta da Lucio Fontana. Infatti nell'arco di tre anni, tra il 1951 e il 1953, Peverelli firma il Manifesto dell'arte spaziale, partecipa alla prima collettiva Arte Spaziale presso la Galleria del Naviglio e compare tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione e di quello intitolato Lo spazialismo e la pittura italiana nel secolo XX. L'autore, pertanto, aderisce sì alle iniziative spaziali, ma solo per la simpatia che lo lega alla figura di Fontana, di cui non condivide i dettami teorici. Infatti le due opere del '53 esposte, se da un lato rivelano l'automatismo del gesto pittorico in linea con la stesura segnica di numerosi artisti spaziali, quali Crippa e Tancredi, dall'altro rispettano i tradizionali criteri estetici del quadro, come si deduce dalle quinte teatrali suggerite dalla stesura cromatica verticale. Su quest'ultima si sovrappone una ricca morfologia di segni - circolari, retti, inarcati, zigzaganti - che formano un perfetto incastro compositivo. Tutto è all'insegna dell'euritmia architettonica, dell'equilibrio cromatico, di una sensibilità pittorica che non trascende il piano della tela. Tuttavia il segno pittorico, pur trattenendo l'impulso automatico del gesto, non esaurisce in sé le problematiche psicanalitiche e antropologiche tanto care all'autore. Semmai suggerisce l'orientamento che profila all'orizzonte la rappresentazione tematica, come si evince dalla personale del '54 organizzata presso la Galleria del Naviglio. Qui l'autore regola l'automatismo del gesto a favore di un ordine iconico che si formalizza nella serie degli insetti. Non si tratta, naturalmente, di studi a carattere scientifico. L'entomologia è semmai il mezzo per mantenere un costrutto figurativo che consente, a sua volta, di sperimentare la stesura automatica. Il percorso estetico intrapreso supera, poco a poco, la dimensione pragmatica dell'azione segnica per accedere in quella simbolica della rappresentazione prospettica. L'ingresso alla sfera iconica avviene attraverso la qualità tonale del colore che pervade delle proprie gradazioni cromatiche sia l'elemento iconografico che lo spazio circostante. Ne risulta un'atmosfera surreale e di mistero che lascia incerti sull'identità del "personaggio" e dell'ambiente che lo circonda.

Il Senza titolo del '57 esemplifica quanto detto sin ora. Si può semmai aggiungere che la presenza zoomorfa, in quanto costrutto rigoroso di linee, rinuncia alla gestualità del segno di matrice automatica. La stagione informale dei primi anni Cinquanta è qui del tutto superata. Di essa sopravvive solo l'emanazione energetica che s'irraggia dal centro all'esterno, lungo privilegiati assi pittorici. Il 1957 segna anche il trasferimento a Parigi ed inaugura il ciclo delle "città". Le villes di questo periodo non vogliono essere un richiamo a una particolare realtà metropolitana, bensì suggeriscono l'idea di metropoli in senso assoluto attraverso la distribuzione sul piano di geometrici edifici e di viali che si dileguano nella foschia grigia dell'orizzonte. Nell'opera, L'homme dans la ville del '58, si riconosce la struttura prospettica della composizione, irretita da maglie cartesiane che si diramano sia in cielo che in terra. Si può anzi parlare di un ambiente ben "architettato" che trova sfogo nell'apertura all'infinito suggerita dalla diafana finestra posta sulla linea meridiana. La sagoma del personaggio, assai vicina alle figure allungate di Alberto Giacometti, si accompagna a due forme oblunghe simili ai bozzoli che rappresentano il tema della nascita. Sono crisalidi che attendono alla propria metamorfosi, invisibile agli occhi dell'osservatore che può solo immaginare il loro sviluppo. I nuclei iconografici della città, dell'uomo e delle nascite sono a sé stanti, sebbene siano immersi nella stessa atmosfera surreale. In Suite d'histoires del '60 invece subentra un processo analitico di suddivisione per quadri tematici. Anzi ogni immagine, essendo incorniciata, crea l'effetto del quadro nel quadro: una sorta di glorificazione paradigmatica della prospettiva rinascimentale. Si sarebbe quasi tentati di riconoscere la presenza di una struttura narrativa che viene meno per l'assenza di un vero e proprio intreccio. Qui si avverte piuttosto la necessità di sviluppare le proprie tematiche predilette, di sceverarne i misteri grazie a puntuali rappresentazioni. Ma non si ignora tuttavia l'innata qualità dell'illustratore; la propria capacità di comunicare delle suggestive atmosfere ora dominate dalla sfera onirica, ora pervase dalla memoria che filtra e trasfigura la realtà vissuta: Senza titolo del '62-'63, opera raffigurante delle arborescenze che si stagliano contro dei grattacieli, può essere letta come un residuo mnemonico del Central Park visto in occasione del viaggio fatto a New York nel '57.

Il reperimento delle opere si è realizzato grazie alla consulenza dell'archivio Peverelli presso lo Studio Gariboldi in Corso Monforte n.23, 20122 Milano; Tel\fax 02.76016499.

Daniele Astrologo