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Le mostre

Marine nella pittura ligure

Barche al tramonto

Introduzione


Nella possibilità di esporre una parte delle opere conservate nelle collezioni Carige emerge subito il problema della selezione, ovvero del criterio secondo il quale operare la scelta di certi quadri a discapito di altri. Un'esigenza fondamentale vista la mole e la vastità delle collezioni che spaziano da Luca Cambiaso a Paolo Veronese, dal Guercino a Bernardo Strozzi, per limitarsi a qualche artista italiano. In realtà è possibile riconoscere un indirizzo di ricerca che contraddistingue le acquisizioni effettuate dall'Istituto genovese e va letto nell'attenzione rivolta alla pittura ligure dal XVI al XX secolo. Si stabilisce in questo modo un primo punto di riferimento che vede nell'arte locale, la sua appartenenza a un territorio segnato da un precisa identità culturale, la realtà da prendere in considerazione per l'esposizione promossa da Ponti'900. Un nome, quello del progetto culturale sorto nell'autunno del 2000 per iniziativa dell'Istituto milanese, che definisce di per sé l'arco temporale di riferimento. Ci si focalizza pertanto sulla pittura ligure tra il XIX e XX secolo, perché il Novecento è impensabile senza l'Ottocento, perché la storia dell'arte non si sviluppa per compartimenti stagni. Una prospettiva storica allargata utile per osservare le radici del secolo appena trascorso. Resta da fissare il taglio critico che si vuole dare alla mostra: la personale su un singolo autore, come può essere il caso di Emilio Scanavino, oppure una collettiva di artisti che condividono lo stesso soggetto pittorico. La scelta cadrà a favore di quest'ultima, grazie alla proposta formulata dall'Istituto genovese a favore delle marine. Un genere molto diffuso tra le collezioni Carige e sintomatico della cultura pittorica della Liguria, con la sua natura e la sua civiltà. La marina, infatti, non riguarda solo il frangersi delle onde contro gli scogli o contro la spiaggia, come accade in Ines Dobrilovich (Mareggiata del 28 febbraio), riguarda anche il paesaggio della riviera, la cui bellezza è ormai riconosciuta come un patrimonio da tutelare e da difendere. Se Rubaldo Merello ci offre un'intensa e vibrante visione diurna della Costa di Portofino (1907), Berto Ferrari si sofferma sul sublime notturno di Plenilunio a Camogli, località prossima a Portofino. Marine che riscoprono e rileggono la natura anche e soprattutto in relazione all'uomo e ai suoi insediamenti. Paolo Stamaty Rodocanachi, presente con Case sul mare, trasmette una serena armonia tra il centro abitato e il mare, mentre Angelo Costa è attratto dal traffico che anima il Porto di Genova. Anche Linda Ferrario, con In porto, si mostra interessata allo scenario portuale, colto dal suo interno come se fosse appena sopraggiunta dal mare. Sono quadri che oltre a rappresentare il traffico navale e delle sue merci, documentano l'economia di una città, qual è quella di Genova, tutta rivolta al mare. Infine, resta da citare Barche al tramonto di Andrea Figari, una marina che si differenzia dalle altre per aver colto da vicino l'attività di un pescatore intento alla cottura di qualcosa, forse della pece. Con questa collettiva, la prima del programma culturale Ponti'900, ci si augura di far conoscere la grandezza della scuola ligure al di fuori dei propri confini regionali e di stimolare nuovi studi ed altrettante esposizioni.

Marine nella pittura ligure tra XIX e XX secolo
Nelle collezioni della Banca Carige Spa


Nella parte introduttiva si è fatto cenno al rapporto stretto tra la terra ligure e il genere pittorico della marina. Un legame che trova conferma sul piano esistenziale, visto che i pittori selezionati, sebbene non tutti originari della Liguria, hanno trascorso gran parte della loro vita in questa terra, al punto da ritenerli degni rappresentati della cultura ligustica. Un'ulteriore prova si ha con i temi trattati nei loro quadri, pressoché tutti ispirati al paesaggio e alla civiltà della riviera. Rispetto all'introduzione, dove si è dato libero corso ai soggetti trattati dai vari pittori, qui si seguirà una successione di ordine storiografico, determinato dalla nascita degli artisti.

Angelo Costa (Genova 1857-1911) frequenta l'Accademia Ligustica di Belle Arti dove segue i corsi di Tammar Luxoro e di Serafino De Avendaño. Dal primo eredita un paesaggio di largo respiro mentre dal secondo apprende a cogliere il lirismo del colore. All'interno di questo indirizzo pittorico si svolge l'intera ricerca di Costa, applicata fin da subito al tema delle marine. Ne dà esempio alla mostra che segna il suo esordio, quella organizzata dalla Società Promotrice di Belle Arti di Genova nel 1879. Una costanza nella scelta del soggetto che lo accompagnerà per tutta la vita; una coerenza pittorica che non violerà mai i dettami dei suoi maestri. L'arte di Costa incarna una mirabile sintesi tra rigore compositivo e squisita cromia; tra paesaggi distesi lungo l'orizzonte e ricerca tonale di derivazione impressionistica, infusa di lucori vitalizzanti che trascendono l'analitica obiettività del vedutismo. Si prenda in considerazione l'opera qui esposta, Il Porto di Genova (post 1879), dove il punto di vista rialzato consente di spingere lo sguardo oltre il traffico delle imbarcazioni, fino a distinguere la sagoma della Chiesa di Maria Assunta di Carignano. Non c'è attenzione per la dimensione dell'uomo, la cui presenza è implicita alla vita urbana e portuale, visibile nella navigazione di battelli a vapore o di barche a remi. Solo in queste sono visibili le piccole sagome dei marinai o dei pescatori. Il vero spettacolo lo offre la natura. Essa sola è la protagonista che domina il quadro. In effetti la distesa del cielo e del mare è maggiore rispetto alla lingua di terra su cui sorge la città e il porto. è nel liquido specchio d'acqua, nell'eterea atmosfera cosparsa di nubi che si concentra l'intensità del colore intriso di luce. Campiture di largo respiro dove i grigi e gli azzurri sono il frutto di sensazioni a metà strada tra il naturalismo e l'impressionismo. Verso la fine del secolo frequenta alcuni artisti locali accomunati dalla stessa attenzione per i valori naturali e con alcuni di loro dipinge e condivide lo studio nei pressi di Vernazzola. Si possono ricordare Nomellini, Sacheri, Maragliano e Andrea Figari (Sassari 1858 - Genova 1945), l'altro esponente del paesaggio in Liguria. Trasferitosi in giovane età nel capoluogo ligure, Figari si forma presso l'Accademia Ligustica di Belle Arti. Qui segue i corsi di paesaggio tenuti da Tammar Luxoro che lo sprona ad esercitarsi secondo l'esempio della "Scuola degli spinaci" e della "Scuola grigia" genovese: la prima attenta al paesaggio campestre, la seconda concentrata sulla resa della luce diffusa e del colore chiaro. Dopo un primo periodo caratterizzato da vedute agresti e lacustri, il pittore passa a poco a poco alle marine le cui acque non sono più quelle quiete dei laghi, bensì mosse se non addirittura tormentate. è in questo genere pittorico che Figari trova il consenso di celebri personalità, qual è il Re Umberto I. A lui si deve l'acquisto di una marina esposta nel 1892 in occasione della mostra per le Feste Colombiane. Un evento espositivo di risonanza nazionale che vede la partecipazione di importanti pittori, non ultimo Angelo Costa presente con quadri a soggetto marino di grandi dimensioni. Per tornare a Figari, verso la fine del secolo si registra l'adozione di una tecnica pittorica divisionista che può ricercarsi nell'esempio dato da Plinio Nomellini e da Gaetano Previati. Una volta esaurita la ricerca sulla scomposizione del colore, l'artista rivede la natura con occhio attento all'intensità dei toni che giungono a stabilire un dialogo acceso. In un'opera come Barche al tramonto, ad esempio, il momento prescelto è propizio all'analisi dei riflessi policromi sull'acqua che hanno perso il rigore tipico del Divisionismo per registrare l'impressione generale. Vi è la capacità di sintetizzare le campiture tonali che trovano la forza vitale nello squarcio di luce esploso tra gli ammassi nuvolosi, da dove si diparte l'ultima lama di luce. Alla sua orizzontalità risponde la verticalità del fumo sorto dal fuoco alimentato dal pescatore che attende all'arte della cottura o dal vaporetto che sta lasciando il porto.

Se Figari conclude in breve tempo la ricerca divisionista, questa diviene per Rubaldo Merello (Isolato Valtellina, SO 1872 - Santa Margherita Ligure, GE 1922) lo strumento primario della sua indagine poetica. Dopo una prima fase dedita principalmente alla scultura, passa alla disciplina pittorica che lo porta tra la fine del secolo ed i primi del Novecento ad abbracciare il linguaggio divisionista. Qui la suddivisione del colore non è del tutto fedele ai rigori imposti dai principi scientifici, segue piuttosto un andamento dettato dall'istinto, sull'orma del dettato simbolista di Plinio Nomellini. Un altro artista di cui sente l'influsso è Segantini, dal quale desume fino al 1906 un tipo di pennellata a filamento. L'anno dopo la divisione tende a svilupparsi secondo una matrice puntinista come mostra nell'opera qui esposta: Costa di Portofino (1907). Ancora una volta la tecnica pittorica non trova un'applicazione sistematica. La pennellata trasgredisce spesso la perfezione del punto per trasformarlo in una multiforme varietà di virgole e di tratti. Sono segni che trattengono un margine di libertà gestuale e come tali danno luogo a un campo energetico di umori e di sentimenti. La stessa distribuzione dei colori non è in ottemperanza delle leggi scientifiche, quelle del cromoluminarismo, bensì riflette la sensibilità percettiva del pittore che, per quanto mosso dall'istinto, segue comunque un certo senso dell'ordine. Il risultato finale è di una superficie pittorica satura di vibrazioni policrome che trascendono l'impianto naturalistico del paesaggio, lo scorporano e infondono alla visione un'essenza fantastica. Fantasia in quanto facoltà della mente d'immaginare oltre il rapporto speculare con la realtà e attingere a una dimensione simbolica. La poetica di Rubaldo Merello consiste proprio nella sua capacità di trasfigurare il motivo naturale e di rivelarne le profonde implicazioni simboliche.

Più legata alla tradizione accademica della pittura ligure è Linda Ferrario (Genova 1876 - 1957), figlia del pittore Luigi. La sua formazione avviene nell'ambito dell'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, sotto il magistero di Angelo Costa e di Cesare Viazzi. Il talento e la bravura dell'artista trovano il legittimo riconoscimento ufficiale nel 1922, quando viene eletta accademico di merito alla Ligustica, mentre nel 1926 la Promotrice di Genova le dedica una sala personale con una cinquantina di opere. Dati da valutare agli occhi della società dell'epoca e delle difficoltà cui va incontro una donna ferma nel perseguire la propria vocazione artistica. A conferma di quanto scritto è In porto (1937), opera esposta alla II Mostra Provinciale del Sindacato Fascista di Belle Arti, come indica l'etichetta posta sul verso. Di questa marina si apprezza la pennellata sciolta e rapida in grado di catturare il traffico delle imbarcazioni ormeggiate presso il porto. Una scrittura corsiva attenta alle macchie di colore riportate sullo specchio dell'acqua e alla foggia delle barche. Verso la città la pittura tende a perdere la consistenza del colore, diviene sempre più diafana fino ad appiattirsi nella stesura del cielo. L'appunto urbano non permette il riconoscimento di edifici storici utili per identificare la città. Tanto è vero che lo stesso titolo non si preoccupa di definire il nome del luogo, la preposizione "in" indica semmai il punto di vista della pittrice, il fatto di trovarsi dentro il porto, del tutto immersa nella sua vitalità, anche se in assenza di figure umane. Quasi a compensare questa privazione è il ritratto maschile dipinto sul lato posteriore della tavola. L'attenzione della pittrice va al volto che si staglia contro una superficie neutra. Nonostante il portamento un po' irrigidito dell'uomo, l'atteggiamento formale della posa delle mani e dell'abbigliamento completo di giacca, maglione scollato a V, camicia e cravatta, si avverte una certa intimità data dall'espressione genuina e non sostenuta dell'uomo.

Anche la carriera pittorica di Berto Ferrari (Bogliasco, GE 1887- Genova 1965) si svolge nel rispetto della tradizione e muove i primi passi nel solco del terreno artistico segnato dalla storica Scuola grigia e dalla Scuola di Albaro a lui coeva. Da queste eredita la tecnica pittorica di gusto postimpressionista praticata en plein air e l'attenzione per la realtà, come testimoniano i soggetti in gran parte legati alle vedute della riviera ligure e della città di Genova. Tra gli artisti appartenenti al "gruppo di Albaro" frequenta Plinio Nomellini, Giuseppe Pennasilico, Giuseppe Sacheri, tutte firme presenti nella collezione Carige, non esposte per ragioni di spazio. A testimoniare la fede di Ferrari al dato naturale, recepito secondo la sensibilità pittorica a lui congeniale, è l'estraneità al verbo simbolista di Nomellini. Ferrari non viene meno al rapporto diretto con la natura, anche nella sua dimensione contingente. Forse l'unica eccezione a questo rapporto intimo con la realtà si trova nella decorazione del salone del dopolavoro della Società Operaia di Mutuo Soccorso della sua città natale, Bogliasco. Si tratta di un ciclo di affreschi, realizzato nel 1928, che ha come soggetto figure mitologiche ed allegorie degli elementi naturali. Al di fuori di questa esperienza, l'opera pittorica di Ferrari trae la propria fonte d'ispirazione dalla vita consumata lungo la propria riviera, colta e valorizzata da tutti i punti di vista, tanto da divenire un prezioso riferimento per le cartoline postali. Di lui si espone Plenilunio a Camogli, un soggetto che riassume in modo emblematico la poetica di Ferrari. Se l'indicazione geografica resta un riferimento imprescindibile della rappresentazione pittorica - il monte ritratto potrebbe essere quello di Portofino -, l'attenzione per la fase lunare rivela una sensibilità cronologica altrettanto importante, se non altro per lo studio degli effetti luministici dati dal contrasto tra la notte, la luna piena e i suoi raggi riflessi sul mare mosso. Ne emerge una natura pervasiva la cui forza si misura con l'azione delle onde che si abbattono e s'infrangono contro le scogliere. Solo la presenza di case che cadono a strapiombo sul mare, venendo da esso flagellate, suggerisce una dimensione antropologica, altrimenti del tutto assente. Un uomo arroccato nella propria dimora ed invisibile di fronte allo spettacolo sublime offerto dalla natura.

In un altro clima culturale nasce e matura la pittura di Paolo Stamaty Rodocanachi (Genova 1891-1958). Dopo aver frequentato la Scuola di Arti Decorative a Roma, è a Genova dove entra in contatto con Pennasilico ed Olivari. Oltre alla formazione pittorica, nel caso di Rodocanachi è altrettanto importante l'esperienza culturale vissuta con poeti e letterati grazie agli incontri tenuti nella casa di Arenzano assieme alla moglie Lucia Morpurgo. Frequenta così figure dello spessore di Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale e in un secondo tempo Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini. Si tratta di un ambiente estraneo ai dettami del regime, aperto e recettivo nei confronti di una cultura di respiro europeo. Nel lavoro pittorico di Rodocananchi si avverte una concentrazione mentale che lo porta a meditare a lungo sul soggetto, fino a coglierne l'intenso sentimento. Un quadro come Case sul mare, lascia affiorare tutto il silenzio della sua pittura che si propaga sui muri, sui tetti fino all'uniforme distesa del mare e del cielo. Solo la finestra dipinta sulla destra apre un varco alla vita interiore della casa senza giungere tuttavia a spezzare il silente equilibrio delle geometrie architettoniche. In questo dipinto regna un'atmosfera sospesa, in tutta la sua sobria fermezza, così essenziale da escludere la cronaca o l'aneddoto. L'unico racconto è quello letto con gli occhi della contemplazione che trovano il godimento necessario nella compostezza delle case e dei loro delicati accordi tonali.

Rispetto alla prolungata contemplazione di Rodocanachi, Ines Dobrilovich (Genova 1898-1974) risulta essere più istintiva ed immediata. In Mareggiata del 28 febbraio coglie il momento in cui l'onda s'innalza e si ripiega su se stessa fino a rompersi ed annullarsi in acque spumeggianti. Accade il 28 febbraio, come recita il titolo, quasi fosse un diario steso col pennello. Un evento da ricordare e da riportare sulla tela così com'è stato visto e vissuto dalla pittrice, senza calarlo in una dimensione storica. In quest'opera tutto è movimento, dal moto ondoso, al volo dei gabbiani per finire con le nubi trascinate dai venti. L'unico punto di quiete è dato dall'orizzonte che distingue e fonde il regno del cielo e del mare. Dobrilovich, formatasi presso l'Accademia Ligustica di Belle Arti e presso lo studio di Giuseppe Sacheri, interpreta questa marina secondo un naturalismo partecipe alle dinamiche della vita, più che alla loro descrizione analitica.

Daniele Astrologo

Lista delle opere:

  • Angelo Costa, Il Porto di Genova, post 1879, olio su tela, cm. 72x98
  • Andrea Figari, Barche al tramonto, primo quarto del Novecento, olio su tela, cm. 58,50 x 84
  • Rubaldo Merello, Costa di Portofino, 1907, olio su tavoletta, cm. 44x33
  • Linda Ferrario, In porto, 1937, olio su tavola, cm. 50x78
  • Berto Ferrari, Plenilunio a Camogli, s.d., olio su tela, cm. 50x68
  • Paolo Stamaty Rodocanachi, Case sul mare, anni Cinquanta, olio su tavoletta, cm. 74x59
  • Ines Dobrilovich, Mareggiata del 28 febbraio, s.d., olio su tela, cm. 51,50x62,50