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Le mostre

Donato Frisia

Il programma culturale Ponti '900 si prefigge l'obiettivo di esaminare la storia dell'arte del secolo appena trascorso a Milano. In un primo momento, tuttavia, s'è avvertita l'esigenza di limitare il campo di ricerca e di favorire una determinata stagione creativa. Si evita così il rischio di disperdere le energie in un insieme eterogeneo di mostre, per concentrarle nella stessa direzione fino a formare un primo indirizzo di studi, orientato sull'arte del secondo dopoguerra con particolare attenzione ai movimenti estetici sorti negli anni Cinquanta. Ma una volta che il programma culturale s'è delineato a favore di un'epoca, impersonandone pertanto l'identità, s'è avvertito il limite di una scelta troppo riduttiva rispetto alla prospettiva storica prevista ed è emersa la necessità di schiudere un nuovo orizzonte di ricerca in grado di restituire un altro aspetto del XX secolo. Per cercare un contrasto con le sperimentazioni materiche e gestuali incarnate dalle seconde avanguardie, ci si è rivolti all'epoca compresa tra le due guerre, quella caratterizzata dal recupero della prospettiva e dal rispetto della tradizione iconografica. L'attuale mostra, dedicata all'opera di Donato Frisia, si colloca proprio in questa direzione, inaugurata un anno fa con l'esposizione su Aldo Carpi. I due artisti sono accomunati dallo stesso approccio pittorico perché entrambi si sono sempre mantenuti coerenti col proprio lavoro, senza mai indulgere agli indirizzi estetici promossi ora dalle avanguardie storiche, ora dal movimento novecentista. Frisia e Carpi si conoscono dai tempi di Brera, quando la frequentavano dal 1906 al 1910 circa. Ma oltre a condividere gli anni della formazione accademica, hanno anche vissuto le atrocità del primo conflitto mondiale. Questa comune esperienza ha dato vita ad una singolare avventura editoriale che vede in Donato Frisia l'editore delle poesie di Marino Marin, pubblicate nel gennaio del 1920 coi tipi di Alfieri e Lacroix di Milano. In questa circostanza Aldo Carpi è chiamato a realizzare una parte delle illustrazioni interne.

I quadri di Frisia esposti abbracciano un arco di vent'anni: dai tempi delle sue prime escursioni all'estero (Gitane spagnole, 1912 ca.), per finire con le vedute di Portofino e del Valloncello (1932). Si profilano così due generi pittorici, quello del ritratto e del paesaggio: il primo è realizzato in studio, con tempi lunghi di elaborazione per intensificare la capacità di penetrazione psicologica, come vuole il caso dell'Autoritratto (1929); il secondo, steso all'aria aperta, si caratterizza per la velocità d'esecuzione, la sola in grado di cogliere la più sfuggente atmosfera, come si vede in La villa rossa (1929-30).

Resta infine da segnalare l'ingresso della casa editrice Kronos tra i collaboratori del programma culturale Ponti '900. Ad essa si deve la nuova veste stilistica del presente catalogo.

Donato Frisia

L'avventura culturale di Donato Frisia (Merate, 1883-1953) si delinea fino da ragazzino col rifiuto di accettare il metodo di insegnamento imposto dall'educazione scolastica: dopo aver frequentato in modo saltuario il collegio di Merate e quello di Porlezza, lascia gli studi per lavorare col padre, all'età di quindici anni, come decoratore di ville. E' in questa circostanza che scopre la propria attitudine all'arte, perché ha facilità nel trovare il colore adatto da applicare nei ritocchi o nei restauri delle decorazioni. Grazie a questa esperienza di lavoro ha effettivamente inizio il suo apprendistato, corroborato dalle lezioni di disegno condotte dal pittore Riccardo Brambilla. Un apporto tecnico utile a dirozzare la mano ma non sufficiente a garantire una formazione completa. Frisia, certo di seguire la propria inclinazione artistica, decide di iscriversi all'accademia, ma il padre, costruttore edile, lo vuole al suo fianco come geometra ed impedisce al figlio di realizzare il proprio progetto. Le motivazioni di entrambi sono forti al punto da risultare inconciliabili, non senza contrasti che inducono il giovane Frisia a rinunciare ai benefici della vita domestica e a coltivare, altrove, la propria passione. Fugge una prima volta in Svizzera e poi a Roma dove incontra padre Albani, un gesuita di Merate che, credendo nella sua vocazione artistica, riesce a fargli frequentare, tra il 1902 e il 1903, i corsi serali di disegno e decorazione organizzati dalla Primaria Associazione Cattolica Artistica ed Operaia di Carità Reciproca. Per dare prova dei progressi raggiunti, Frisia spedisce al padre la copia della Trasfigurazione di Raffaello Sanzio eseguita a china, una tecnica che non ammette errori. Di fronte all'opera Costantino ha modo di verificare le effettive capacità artistiche del figlio e comprende il valore di una carriera fino ad ora osteggiata. Così, nel 1903, Donato Frisia rientra a Merate e riprende gli studi a Milano presso le Scuole per Artefici della Regia Accademia di Belle Arti. Per coprirsi le spese mette a frutto le sue qualità di disegnatore provetto, illustrando pubblicazioni a carattere scientifico, come le tavole di ittiologia realizzate per l'acquario di Milano. Nel 1905 riesce ad iscriversi all'Accademia di Brera dove segue i corsi speciali di scultura, di pittura e di architettura, tenuti rispettivamente da Enrico Butti, Cesare Tallone e Camillo Boito; insigni maestri che contribuiscono a fornirgli una formazione artistica esauriente e ad avviarlo verso nuove espressioni plastiche: l'attività di scultore, benché praticata per pochi anni, si rivela una preziosa fonte di reddito che gli consente, non appena sposato con Maria Galli (1913), di costruire a Merate la propria dimora familiare. L'ormai raggiunta maturità trova conferma nel 1910, quando un suo dipinto viene selezionato per l'Esposizione Nazionale di Belle Arti, tenuta ogni due anni presso il Palazzo della Permanente. L'opera - Il violoncellista cieco, 1909 - trova il favorevole consenso di celebri artisti dell'epoca come Gaetano Previati, Angelo Morbelli e Vittore Grubicy. Nel frattempo si va consolidando il rapporto col conte Emilio Gola, un pittore colto che gli schiude un orizzonte culturale di respiro europeo. Grazie alle animate conversazioni, alle letture intense svolte nella ricca biblioteca della villa Il Buttero ad Olgiate Molgora, Frisia può soddisfare tutti quegli interessi rimasti in gran parte segnati dalla sua estrazione provinciale e dalla formazione accademica appena conclusa. D'altro canto l'opera pittorica di Gola costituisce un valido modello di impressionismo lombardo, a cui Frisia si rifà attorno agli anni Venti. Tanta disponibilità ad apprendere, ad aprirsi al dialogo e al confronto non contraddice il proprio indirizzo di ricerca, sempre dedito allo studio dal vero. Frisia non è disposto a lasciarsi guidare dai vari movimenti che animano il panorama artistico di inizio secolo; non sottoscrive gli intenti programmatici riportati nei vari manifesti perché in loro vede la rinuncia a quel rapporto autentico e genuino da sempre instaurato con la propria arte. Già ai tempi dell'educazione scolastica s'è ravvisata un'insofferenza verso ogni forma di vincolo teorico che non fosse espressione piena della propria esperienza di vita. E' qui, in questa irriducibile sensibilità pragmatica, che si scorge la sensibilità creativa dell'autore, del tutto estranea alla precettistica estetica delle avanguardie. Nel 1912 si registra il suo primo viaggio all'estero, in terra di Spagna e di Marocco. E' a quest'esperienza che risale il quadro Gitane spagnole, il ritratto due gitane, una delle quali seduta sul dorso di un asino tenuto per le redini. Gli abiti delle donne e i finimenti dell'animale rivelano l'attenzione rivolta al folclore iberico, quale quello dei gitani. Il paesaggio che si distende alle loro spalle è spoglio ed assolato; i colori della terra sono rischiarati da una luce abbacinate che brucia, sfumando, i contorni di porte e di finestre appena visibili sulle facciate delle case bianche. Ma è al primo piano, lì dove si impone il gruppo ritratto, che risuona ancora la lezione di Cesare Tallone nel saldo impianto della composizione e nella compatta gravità dei colori.

Allo scoppio della prima guerra mondiale viene chiamato alle armi ed arruolato in un reggimento di artiglieria attiva sul Carso. L'esperienza consumata sul campo di battaglia lo segna profondamente e quando, a conflitto concluso, rientra a casa attraversa una fase di convalescenza. Il recupero completo della salute avviene grazie all'esercizio della pittura, alle cure della moglie e al rapporto con Marino Marin, poeta veneto conosciuto ad Adria. Quest'ultimo è autore di un poemetto in versi, Le opere e i giorni, apprezzato dal Frisia non solo per la sensibilità poetica, ma anche per il valore simbolico che esso incarna, in quanto documento storico, testimonianza esistenziale della vita trascorsa sul campo di battaglia. Agli occhi del pittore l'opera acquista un tale significato da indurlo a pubblicarla a proprie spese e coinvolge nell'impresa gli amici Aldo Carpi ed Anselmo Bucci, responsabili delle illustrazioni interne, mentre il disegno riportato sulla copertina del volume è dello stesso Frisia. Una volta superato il malessere provocato dagli orrori della guerra, l'artista riprende a viaggiare e nel 1919 parte alla volta di Parigi, dove si stabilisce nello studio di Anselmo Bucci. La capitale francese è all'epoca il principale centro culturale del continente; il punto di riferimento dell'arte contemporanea che sotto l'egida dell'école de Paris propone un linguaggio internazionale in grado di superare i confini di un nazionalismo pernicioso. E' in questo periodo, tra visite al Louvre e discussioni ai caffè di Montparnasse, che incontra e diventa amico di Amedeo Modigliani. A testimonianza di questo rapporto sono tre ritratti di Frisia stesi da Modì con la matita. Alla sintesi dello stile elegante e lineare, si unisce la capacità di penetrazione che con pochi, essenziali tratti coglie il temperamento dell'amico di Merate. Dopo il soggiorno parigino continua a viaggiare e visita i principali centri europei - Londra, Vienna, Madrid - e i paesi del Mediterraneo come la Grecia, Rodi, Turchia, Malta e numerosi stati del nord Africa. Il viaggio è parte imprescindibile dello sviluppo creativo di Frisia; è fonte di conoscenza e perpetuo stimolo culturale; è alimento per gli occhi sempre pronti a recepire le diverse atmosfere del mondo. Nel 1920 acquista da suo padre la Casa Rossa, la stessa dove ha trascorso la propria infanzia inquieta. Alla "nuova" dimora è dedicato il quadro La Villa Rossa (1929-30), dove si può apprezzare la facciata vista di lato per rafforzare e movimentare la profondità di campo. A bilanciare il peso della rosseggiante architettura è una verdeggiante vegetazione, resa con pennellate rapide, quasi a voler cogliere l'ineffabile palpito della natura che pare fremere al contatto con l'atmosfera. Nello spiazzo antistante una signora - la moglie? - siede su una sedia dislocata dall'arredo interno: pare intenta a guardare il pittore con fare rilassato come a sottolineare il rapporto di confidenza presente tra i due. Più attento alla vita familiare, colta in un momento di riposo, è Liguria Recco (1928). Il titolo del quadro sembra focalizzarsi sul luogo che tuttavia non si manifesta in tutte le sue risorse paesaggistiche. La natura, quella del litorale ligure, è confinata ad una visione prospettica colta attraverso l'elaborata architettura della terrazza. E' da qui che si gode l'ottima vista panoramica, ma è soprattutto la struttura architettonica a caratterizzare lo spazio e a incorniciare la condotta oziosa delle donne. Con Portofino, invece, l'interesse del pittore è tutto rivolto alla natura. L'opera potrebbe risalire al 1932, quando l'artista soggiorna per la prima volta nell'omonimo paese, dove stringe amicizia con gli scrittori Salvator Gotta e Ugo Ojetti. Il quadro raffigura Portofino del tutto immerso in un paesaggio ricco di vegetazione. La veduta è presa dall'alto di un promontorio da dove si domina il porto con le sue imbarcazioni ormeggiate alle banchine o pronte per salpare e prendere il largo. Ma non è la vita di mare, né quella di paese ad interessare il pittore: le poche case dipinte sembrano quasi un pretesto per segnalare la presenza di un centro urbano. è la natura la vera protagonista del quadro, ad essa si deve una tecnica d'esecuzione rapida, per cogliere sul momento quella particolare atmosfera che le precarie condizioni atmosferiche possono alterare rapidamente. è questa la priorità per chi si prefigge, come nel caso di Frisia, di dipingere all'aria aperta, sul motivo. Dello stesso anno è Valloncello, quadro in cui trova conferma la ricerca pittorica condotta en plein air. Qui risulta essere più felice il connubio tra la struttura architettonica dei tetti distribuiti in senso orizzontale e la verticalità degli alberi che occultano e rivelano ad un tempo il paese. Il punto di vista dell'autore è ribassato rispetto all'orizzonte, come se fosse calato nella natura circostante. L'effetto d'insieme è di partecipazione al mondo col suo ricco campionario di verdi, senza mai scadere in eccessi di retorica. Nel 1933 si registra un altro viaggio che conferma la sua predilezione per i paesi del bacino mediterraneo, come nel caso di Costantinopoli, di Rodi e di Atene. Qui ha l'avventura di incontrare l'amico Marco Ramperti, critico d'arte e autore del testo di presentazione della personale tenuta a Milano nel 1938 presso la Galleria Gian Ferrari. Il capoluogo lombardo ha da sempre svolto una parte importante nell'attività espositiva di Frisia e non sorprende che nel 1937 l'artista acquisti un appartamento proprio a Milano, in via Castel Morrone dove, l'anno dopo, si trasferisce con la famiglia. Le ragioni che l'hanno indotto a cambiare residenza sono ora pratiche, poiché lo studio di Merate non è più in grado di contenere il crescente numero di opere; ora di affermazione della propria carriera artistica, perché vivere e lavorare in uno dei principali centri economici europei conferisce un'indiscutibile aura di prestigio. Si può concludere questo breve studio sull'opera di Donato Frisia con l'ultimo viaggio, quello intrapreso quando è ormai imminente il coinvolgimento dell'Italia nel secondo conflitto mondiale. Nonostante le incertezze economiche dovute alla crisi internazionale in cui versa l'Europa, l'artista parte nel 1940 e viaggia in Africa nord occidentale, con un soggiorno finale a Bengasi in Libia, dove lo attende suo figlio Bruno, arruolato in aviazione.