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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - STORIA

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

Genova e la Sardegna nell'era moderna

di Maria Luisa Plaisant
Professore associato di Storia Moderna
Università di Cagliari - Facoltà di Lettere e Filosofia

Nella storia del Mediterraneo occidentale in età moderna una giustificata attenzione meritano i rapporti tra la Repubblica di Genova e la Sardegna di cui molti aspetti devono essere ancora conosciuti o ulteriormente approfonditi.

Ovviamente, dalla seconda metà del secolo XV fino a tutto il XVII un ruolo determinante è esercitato dalla politica verso Genova della Corona spagnola di cui l'isola era uno dei regni già dal periodo catalano-aragonese, mentre per il secolo successivo è necessario tener conto del governo della monarchia sabauda, alla quale la Sardegna fu ceduta nel 1720, in seguito ad accordi fra le potenze europee dopo la guerra di successione spagnola. In quest'arco di tempo si possono individuare fasi ben distinte, riconducibili alle guerre e alle alleanze fra i governi dei principali stati europei di allora. Il primo periodo si può datare fra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, quando il re spagnolo Ferdinando il Cattolico sembrò deciso a riconsiderare i propositi di occupazione della Corsica per realizzare il progetto medioevale di un "Regnum Sardinae et Corsicae". Si prospettava, di conseguenza, la possibilità di una guerra con Genova, che aveva in Corsica numerosi fautori e notevoli interessi. La monarchia spagnola dovendo appoggiarsi ai corsi che, invece, avevano rapporti commerciali con i pastori della Gallura, si servì della Sardegna come base logistica, da cui ricevere informazioni e da cui far partire un'eventuale spedizione militare. Le congiure, alimentate dagli spagnoli d'intesa con i sardo-corsi, non ebbero l'esito sperato e il tentativo di occupazione fallì.
Tra la fine del 1400 ed i primi decenni del 1500 i rapporti con Genova furono caratterizzati da un alternarsi di momenti di tensione con periodi di tranquillità, durante i quali, con notevoli vantaggi per entrambe le popolazioni, riprendevano vigore i traffici e i commerci di importazione e di esportazione tra la Liguria e la Sardegna.
Tuttavia, quando il re di Francia Francesco I si alleò con l'ammiraglio Andrea Doria, rappresentante della Repubblica di Genova, con l'intento di limitare il potere del sovrano spagnolo Carlo V nel Mediterraneo occidentale, questi rapporti ebbero una brusca interruzione. Grazie all'appoggio di Andrea Doria, infatti, nel 1527 la Francia tentò di occupare la Sardegna settentrionale con una spedizione sbarcata presso Longosardo, ma l'iniziativa francese ebbe un risultato negativo per la resistenza delle truppe e degli abitanti dell'isola.
Nel 1528 ebbe inizio una nuova fase con caratteristiche da prima diplomatico-militari e in seguito politico-economiche. Ne fu l'artefice Andrea Doria, che ribaltò decisamente le alleanze del governo genovese con l'avvicinamento alla Spagna e con l'appoggio alla politica militare mediterranea di Carlo V nelle spedizioni contro Tunisi del 1535 e contro Algeri del 1541.
Il nuovo ruolo assunto dalla Repubblica ebbe sensibili ripercussioni in Sardegna e fu caratterizzato da una sempre maggior attenzione verso l'isola.
L'accordo fra Carlo V e Andrea Doria, infatti, non si era limitato a definire unicamente rapporti diplomatico-militari, ma aveva anche prospettato e fissato norme di relazioni economiche e commerciali e soprattutto aveva garantito ai genovesi privilegi ed esenzioni dai tributi che li assimilavano ai "naturals" cioè ai sudditi dei regni spagnoli. Nel momento in cui gli imprenditori e i commercianti iberici preferivano dedicarsi ai trasporti e ai traffici atlantici con i territori del Nuovo Mondo, i genovesi si inserirono con prontezza al loro posto nel Mediterraneo trasferendosi dalla Liguria sia verso le città della penisola iberica, sia verso quelle dei regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna. I contatti politico-economici iniziali non sono stati ancora ben definiti, ma è certo che dopo il 1528 si ebbe un progressivo insediamento di mercanti e di imprenditori genovesi anche in Sardegna come avveniva negli altri regni spagnoli.
Nella seconda metà del Cinquecento, dal 1550 circa in poi, cominciò la fase più importante dei rapporti fra Genova e la Sardegna, che durò per tutto il successivo secolo del governo spagnolo nell'isola, quindi fino agli ultimi anni del Seicento.
Nel secolo XVI, come conseguenza della sua favorevole posizione, il Regno di Sardegna rappresentava lo scalo ideale per chi navigava nel Mediterraneo: in quasi tutte le rotte da Oriente a Ponente, da Settentrione a Mezzogiorno era prevista una sosta a Cagliari, il porto più sicuro e più ampio, dove giungevano navi provenienti dai più importanti scali commerciali della penisola iberica, quali Barcellona, Valenza, Alicante, Cartagena, come anche dalle Baleari, da Marsiglia, da Genova, da Livorno, da Civitavecchia, da Napoli, da Palermo, da Trapani, da Venezia e pure dalla Repubblica di Ragusa, nelle coste dalmate dell'Erzegovina. A Cagliari, oltre che protezione, cantieri e operai per riparare le navi, generi di prima necessità per il rifornimento, i naviganti trovavano anche importanti occasioni di commercio e di scambi.
Le imbarcazioni trasportavano in Sardegna manufatti, stoffe, drappi, tele e tessuti pregiati, lino, lana e caricavano le merci tipiche della produzione agro-pastorale isolana, cioè soprattutto grano e formaggio, ma anche farine, cereali, vino, bestiame, carne e pesci salati, cuoi, pelli, sale e corallo. In questa città si indirizzò prevalentemente l'immigrazione dei genovesi, che erano soprattutto mercanti, armatori, operatori economici e che, come testimoniano i documenti d'archivio, ben presto si fecero raggiungere dai familiari, da mogli, figli, fratelli.
Alla fine del Cinquecento fra i rappresentanti della comunità ligure a Cagliari si riscontravano i cognomi di Airaldo, Alciator, Arimundo, Arrigo o Enrigo, Assator, Bianco, Bonane e Bonato, Drago, Ferra e Ferro, De Boasi, De La Torre, De Lo Fossat, De Lo Frasso, Durante, Gallo, Gandolfo, Garibaudo, Genovese, Gilardo o Girardo, Giordano, Grena, Maglione o Maglon o Mallo, Martì o Martini, Mirello, Morgante, Morteo, Moyran, Nater o Nateri, Pi o Pino, Picasso, Polla, Roqueta, Rosso, Rumbo, Serravalle, Silvestre, Via e Viale; essi provenivano per la maggior parte dalla Riviera di ponente, per Io più da Alassio, allora indicato come Araix. Erano molto noti i Silvestre e gli Assator: nel 1538 Antonio Silvestre, patrono di navi, aveva il titolo di "vir publicus"; negli anni successivi Ambrogio Assator fu per lungo tempo console della Repubblica in Sardegna. Anche nelle altre città isolane, ad Alghero, Sassari, Oristano e Iglesias, e persino nei piccoli centri costieri dell'Ogliastra, come Girasole e Tortolì, risiedevano famiglie di liguri o singoli mercanti spesso con l'incarico di mediatori o di procuratori d'affari per la più consistente e organizzata comunità cagliaritana. Si calcola che a Cagliari, negli anni 1560-1570, con una popolazione di circa dieci-dodicimila persone, i liguri fossero più di duecento. Risulta dai documenti che abitavano soprattutto nella zona del porto ed esercitavano prevalentemente le attività di mercante, negoziante, commerciante in genere, armatore, maestro d'ascia, caIafato, scrivano e marinaio.
Il considerevole numero di appartenenti alla "nazione genovese" permise di realizzare il progetto di un'associazione che li riunisse e li rappresentasse e, quindi, nel 1590 venne riconosciuta dall'arcivescovo Francesco De ValI una "Confraternita dei Genovesi di Cagliari", trasformata in arciconfraternita dal papa Gregorio XIV nell'anno successivo, il cui archivio fornisce preziose notizie non solo sulla storia dell'associazione, ma anche sulla presenza dei liguri in città. Negli ultimi decenni del Cinquecento le attività dei genovesi si ampliarono e si diversificarono: pur non trascurando gli affari commerciali e mercantili, molti di loro divennero ricchi negozianti, provetti artigiani, apprezzati notai, medici, chirurghi e farmacisti. I più conosciuti furono iscritti nelle liste del Consiglio civico e spesso ne furono eletti rappresentanti. Anche se partecipavano ai diversi aspetti della vita cagliaritana, i genovesi erano molto legati agli interessi della madrepatria e dei compatrioti di passaggio o rimasti in Liguria, con i quali stipulavano atti di procure, di esecuzioni testamentarie, di censi, di debiti da saldare o di crediti da riscuotere, ma soprattutto contratti commerciali, favoriti, in seguito, anche dalla creazione del porto franco a Genova.
In una terra, quale era la Sardegna in età moderna dove la ricchezza era costituita in prevalenza dalla proprietà fondiaria, la disponibilità di denaro liquido in mano ai genovesi li agevolò nelle attività imprenditoriali, facendoli diventare gli appaltatori favoriti delle rendite dei beni ecclesiastici e feudali e soprattutto di quelle dello Stato, costituite dalla riscossione delle dogane nelle città e dallo sfruttamento di saline, stagni e tonnare.

Un antico edificio della tonnara di Stintino.

L'impianto delle tonnare in Sardegna e lo sviluppo dell'industria del tonno sostenuti nella seconda metà del Cinquecento dal re spagnolo Filippo II, attirò subito gli imprenditori liguri che riuscirono a monopolizzarne i proventi. Gli appalti più onerosi riguardavano il controllo delle tonnare e la commercializzazione del prodotto, mentre quelli minori consentivano la vendita della quota di pescato che spettava al governo: c'era quindi spazio anche per i meno ricchi. Il primo che vi investì i suoi capitali fu Giovanni Antonio Martì, il quale nel 1595 riuscì ad ottenere l'autorizzazione a calare le reti a Capo Carbonara per dieci anni con l'impegno di versare il 9% del pescato aIl'erario regio. Il Martì avrebbe dovuto provvedere a sue spese alla difesa della tonnara dai predoni barbareschi e dai nemici della Spagna ma, tutto considerato, se pure vi era la possibilità di perdere il capitale per il mancato passaggio dei tonni, il contratto era molto vantaggioso perché prevedeva I'uso di attrezzature preesistenti e, per la conservazione del pescato, l'acquisto del sale dalle saline di Cagliari allo stesso prezzo che pagava l'amministrazione civica. Le tonnare ben presto aumentarono e tra il 1598 e il 1652, ne entrarono in attività, pressoché regolarmente, più di una decina. Nei contratti per Io sfruttamento e per il commercio del pesce si leggono quasi sempre cognomi di famiglie liguri. I genovesi più interessati all'industria del tonno furono, oltre a Giovanni Antonio Martì anche Giovanni Battista Ramassa (1599), Francesco Mallò (1609), Giovanni Francesco Nater (1618), Pietro Bonfant (1619), Salvatore Martì (1626,1628,1629), Benedetto Nater (1630,1631,1639), e altri.
Nella prima metà del Seicento finì quasi completamente sotto il controllo dei genovesi anche il commercio del grano che, insieme con il ricavato dalle tasse, costituiva la maggiore fonte di entrate per l'erario spagnolo nell'isola. Infatti, a causa del protrarsi della Guerra dei trent'anni e per le rivolte in alcuni regni iberici e italliani dal 1619 al 1651 Filippo III e soprattutto Filippo IV, volendo realizzare in breve tempo entrate sicure, decisero di appaltare l'esportazione del grano. Per realizzare i capitali necessari i genovesi crearono diverse società commerciali, che si assiccurarono appalti e rendite straordinari per quei tempi. Nella difesa dei loro profitti i mercanti liguri, residenti e operanti nell'isola non esitarono a scontrarsi con gli interessi della Repubblica e del Banco di S. Giorgio, che proponevano al governo spagnolo acquisti di grano sardo a condizioni privilegiate o prestiti per le necessità e le spese delle guerre in Europa e in Italia. è interessante notare che le amministrazioni civiche locali appoggiarono le proteste degli imprenditori genovesi residenti nell'isola e ciò dimostra che a quei tempi gli interessi dei liguri erano ormai legati più a quelli delle comunità che li ospitavano che a quelli della Repubblica.
Questa favorevole congiuntura ebbe un declino inarrestabile nella seconda metà del Seicento. La popolazione isolana venne decimata dalla peste, che imperversò dal 1652 al 1657, riducendo drasticamente la produzione agropastorale; nel Mediterraneo e nei porti isolani si presentò la concorrenza dei francesi, contro i quali si mostrarono inadeguate le misure protezionistiche della Spagna e della Repubblica, entrambe in piena crisi economica e finanziaria. Per tutti questi motivi quindi, intorno al 1650 si può considerare concluso il "secolo d'oro" dei genovesi in Sardegna.
Il passaggio dal dominio spagnolo a quello sabaudo, dopo un brevissimo periodo di governo austriaco, segna l'inizio dell'ultima fase dei rapporti tra Genova e Sardegna in età moderna. Tenendo conto del conflitto sempre latente tra i Savoia e la Repubblica ligure, si comprendono i giudizi negativi sull'economia isolana espressi da relatori che avevano il compito di descrivere l'isola al tempo di Vittorio Amedeo II di Savoia. Si deplorava, in modo particolare, il fatto che dei sardi nessuno si dedicasse alla "mercanzia" e alla "marineria", così che queste fonti di ricchezza finivano in mano dei genovesi e degli altri forestieri. Anche le importazioni dell'olio, dello zucchero, delle spezie e di altri generi di prima necessità avvenivano attraverso il porto di Genova ed erano monopolizzati dai liguri residenti nell'isola, che ne ricavavano profitti straordinari e si arricchivano oltre misura senza neppure pagare le tasse poiché come gli altri abitanti delle città sarde, godevano dei privilegi di esenzione da molti tributi.
Questa favorevole congiuntura ebbe un declino inarrestabile nella seconda metà del Seicento. La popolazione isolana venne decimata dalla peste, che imperversò dal 1652 al 1657, riducendo drasticamente la produzione agropastorale; nel Mediterraneo e nei porti isolani si presentò la concorrenza dei francesi, contro i quali si mostrarono inadeguate le misure protezionistiche della Spagna e della Repubblica, entrambe in piena crisi economica e finanziaria. Per tutti questi motivi quindi, intorno al 1650 si può considerare concluso il "secolo d'oro" dei genovesi in Sardegna.
Il passaggio dal dominio spagnolo a quello sabaudo, dopo un brevissimo periodo di governo austriaco, segna l'inizio dell'ultima fase dei rapporti tra Genova e Sardegna in età moderna. Tenendo conto del conflitto sempre latente tra i Savoia e la Repubblica ligure, si comprendono i giudizi negativi sull'economia isolana espressi da relatori che avevano il compito di descrivere l'isola al tempo di Vittorio Amedeo II di Savoia. Si deplorava, in modo particolare, il fatto che dei sardi nessuno si dedicasse alla "mercanzia" e alla "marineria", così che queste fonti di ricchezza finivano in mano dei genovesi e degli altri forestieri. Anche le importazioni dell'olio, dello zucchero, delle spezie e di altri generi di prima necessità avvenivano attraverso il porto di Genova ed erano monopolizzati dai liguri residenti nell'isola, che ne ricavavano profitti straordinari e si arricchivano oltre misura senza neppure pagare le tasse poiché come gli altri abitanti delle città sarde, godevano dei privilegi di esenzione da molti tributi.
Pur considerando attendibili tali affermazioni, secondo le quali i traffici, il commercio e le più importanti attività produttive della Sardegna erano in mano ai genovesi, si deve però sottolineare che la situazione era molto diversa da quella dei secoli precedenti, soprattutto per la diffidenza e talvolta I'ostilità del governo sabaudo verso gli "stranieri" Iiguri. Nonostante ciò, sempre per la disponibilità di capitali in denaro liquido, i genovesi continuarono a superare i loro concorrenti negli appalti tradizionali e anche in alcuni dei nuovi, come quelli della vendita deI sale e del commercio del tabacco, creati appunto all'inizio del secolo.
Gli orizzonti e le possibilità di commercio nel Mediterraneo furono, però, decisamente limitati nel Settecento dalle vicende delle guerre di successione in diversi stati europei e dalla notevole attività sul mare dei pirati dell'Africa settentrionale, con aspetti tanto negativi che scoraggiarono molte iniziative e altre ne fecero fallire, erodendo anche grandi capitali. A queste difficoltà si aggiunse l'imposizione di prestiti forzosi ad alcuni imprenditori liguri, fissati dal governo di Torino in diversi momenti di crisi finanziaria dell'erario.
Scomparvero o si estinsero molte famiglie di liguri venuti nell'isola in periodo spagnolo e altre ascesero alla notorietà come quelle dei Musso, degli Alesani, dei Botto, dei Belgrano, dei Novaro, dei Vivaldi Pasqua e anche dei Ciarella, Cortese, RapaIlo, Pollini, Federici, Conti, Porcile ed altri. Come era avvenuto nei secoli precedenti, molti liguri ottennero nel Settecento il cavalierato e anche il titolo nobiliare per le loro benemerenze nei confronti del governo. Il loro numero in Sardegna si era però decisamente ridotto, come testimoniano i documenti dell'Arciconfraternita: da settantaquattro persone presenti nella prima metà del secolo, si passò ad appena una decina di partecipanti nella seconda metà, così che nel 1798 si dovette ricorrere all'ammissione dei figli dei genovesi nati a Cagliari, i quali fino ad allora ne erano stati esclusi. Intanto si chiudeva un'epoca il cui termine sarebbe stato stabilito alcuni anni più tardi dalla fine dell'indipendenza dell'antica Repubblica di Genova.

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