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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - TOMMASO REGGIO

Aprile - Giugno - Anno XLII

Prima lettera pastorale
di Tommaso Reggio ai Genovesi
Ventimiglia 1892

Tommaso March. Reggio per grazia di Dio e della santa sede apostolica arcivescovo di genova al reverendissimo capitolo della metropolitana al venerando clero agli ottimati ed al popolo tutto della città e arcidiocesi

Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi, quanto incomprensibili sono i disegni di Dio! Ciò, che altra volta non avrei pur sognato, è di presente un fatto, in cui mi è forza adorare umilmente i divini voleri!
La più autorevole voce che suoni sulla terra, eco di quella possentissima, la quale chiama le cose che non sono e dà loro l'essere, disse a me: "Và fra i tuoi concittadini, non più concittadino, amico, congiunto: ma Vescovo e Padre..." Signore Iddio, chi sono mai? Con quale fronte mi recherò io loro innanzi, e che dirò loro? - Colui che è mi ha mandato - Non è mia la parola: dacché poselami sulle labbra il Vicario di Gesù Cristo, nel cui nome io vengo.
Concittadini, congiunti, amici miei dalla infanzia, consentite vi appelli oggi col solo nome di figli: figli nella paternità di Lui, onde ogni paternità sulla terra: figli, e insieme fratelli miei dilettissimi, perché tutti figli di Essolui, che costituito fu dal suo Padre divino, padre di tutte le generazioni redente: Pater futuri saeculi; egli che atterra e suscita: egli che ogni cosa soavemente dispone, stà ed opera in noi, i quali in lui viviamo, ci moviamo e siamo: egli che appella cui vuole, qual già l'antico Aronne, agli onori del Sacerdozio. In nome suo, mentre di me stesso vò confuso, levo la mano e benedico; tendo le braccia tutti vi stringo al seno, e vi dico figli miei dilettissimi in Gesù Cristo.
Che se, per siffatta paternità, padre io mi dico a buon diritto, e sono; egli è in ordine a cotal vita, ch'io debbo infondere e crescere e nutrire in coloro, che mi son dati figliuoli. Comprendesi di leggieri: è la vita, che recò sulla terra il Figliuolo di Dio vivo, della quale disse Egli: che chiunque nato è di donna uopo è che rinasca: è la vita, che trasfusa e propagata per l'apostolato, dura e durerà sulla terra coll'imperituro nome cristiano. Ciascuno di noi la sente in se stesso: ché tutti ugualmente ne rechiamo impresso nell'anima il segno indelebile.
Indelebile sì; ma ahi! Quante volte dimentico e profanato, dacché spento in noi l'alito di questa stessa vita!
Or son quindici anni, dacché Vicario di Gesù Cristo, Padre universale del popolo fedele, abbassava lo sguardo su di me poveretto e ultimo della schiera sacerdotale, volendomi fra coloro, cui degnasi appellare fratelli nella comunicanza del maggior sacerdozio. Inviato all'ultimo lembo della terra italiana e della alpestre nostra Liguria, richiamare la gente a vita cristiana fu il mio primo pensiero, e il grido, che dall'animo affannoso mi eruppe. Poteva io fare altrimenti, se tale la vita, di cui allora allora per divina virtù sentivami infusa la paternità?
Di presente dall'immortale Leone XIII chiamato a ben altra paternità; conciossiacchè da Ventimiglia, che solo un altro suo presule figlio di Genova, ora son cinquecento anni, rendeva la madre, inviato alla metropoli di questa ligure terra altrice di forti, veggomi costituito padre delle anime qui, ove di sì elette in sì grande numero ne generarono Salomone, Valentino, Felice, Romolo, il grande Siro e Giacomo da Voragine, colla lunga schiera dei loro successori; potrei nutrire io altro pensiero, e recarmi altra parola sul labbro? Missione del Vescovo è la Vita Cristiana. Sia essa il mio motto, la mia bandiera. Si gloriava San Paolo dicendo non altra cosa sapersi da lui, se non Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso. Tra il popolo, a cui mi stringono le più care memorie e i vincoli del sangue; ma in oggi più di questi il vincolo dell'Episcopale missione, non altra cosa saprò, cercherò, predicherò io, che la Vita Cristiana. Non è egli unicamente in ordine a questa che il nome io porto di Padre?
Ebbene, ricordarvi ciò che è la Vita Cristiana: dirvi francamente per qual maniera intenda io propagarla: quali infine i miei timori e le mie speranze nello intraprendere ministero agli Angeli formidabile, sia il tema della mia lettera, la prima parola da me diretta a voi, FF. e FF. in Cristo carissimi, l'accento del mio primo saluto.
Siamo noi cristiani? - Degnamente porta siffatto nome colui il quale cristiana vita mena. Domandavansi un tempo i savii del Gentilesimo in Roma: quale sorta di gente è cotesta venuta fuori di recente tra noi, eppur sì diversa da questa nostra società pagana? Nulla apprezzano di quanto noi apprezziamo, nulla temono di quanto paventiamo noi, e' non sanno che patire, gioir dei tormenti e perdonare! - Nei primitivi fedeli si ammira la perfezione della vita cristiana spinta fino all'eroismo del martirio; ma il fondo e la sostanza di essa è pur sempre la medesima. - Siamo noi dunque cristiani? - Non vi incresca, o carissimi, se insisto io su tale domanda. Io vo' per tal modo richiamare i miei figli ad alquanto riflettere e rientrare in sé stessi per torre a disamina la società in cui viviamo. Siamo noi oggi ancora gli eredi di tanti campioni della fede cristiana, i figli dei martiri?...

Io veggo una Società, che dispetta Dio, il suo Cristo e la Chiesa. Una Società la quale, debbo pur dirlo, piega al Paganesimo nell'ebbrezza dei piaceri, nel culto della carne e di tanti idoli, quante sono le lusinghe della potenza ed ambizione terrene. Dissi poco: veggo l'odio e la guerra dichiarata al Dio dei padri nostri cacciato, per poco non dissi, da una Società ribelle, che più nol tollera giudice e vindice di tutti i doveri e diritti umani: nol vuole nella pubblica cosa, nella scuola, nella famiglia e nell'atto solenne che la costituisce. Veggo sette nemiche, che all'antico giuro: facciamo scomparire dagli occhi della gente le solenni pompe religiose e i dì consacrati al Signore, altri peggiori ne aggiungono; e con riti sacrileghi legansi all'eterno nemico di Dio e degli uomini. Strappar la corona al vecchio Dio dei Cristiani, se in Cielo nol ponno, quaggiù almeno, struggendo tempii ed altari, e cancellandolo dal cuore dell'uomo: strappar al popolo, col timor di Dio, ogni senso di fraterno amore, le caste gioie della famiglia: e con pazza ira persino le patrie glorie e gli agi onesti della vita atterrare e disperdere, pur di dar sfogo ad odio forsennato contro quella Società stessa, che incauta nutriaseli nemici nel seno; tale la trama e lo spettacolo sanguinoso che ci si svolge sotto gli occhi. Non più si facciano le meraviglie degli anfiteatri pagani, e dell'ecatombe di schiavi: se vi ha di tali, che oggi le meditano e le compiono di liberi cittadini col petrolio la dinamite! - Sono mostri costoro, cui condanna la Società, intesa qual è a cancellarla la schiavitù e a predicare la fratellanza. - Sì; ma non si edifichi con una mano struggendo coll'altra, e non contraddiciamo a noi stessi ponendo la causa di effetti, che giustamente si temono. Non sono pochi coloro, che, rabbrividendo agli eccessi, le conseguenze rigettano, pur ammettendo e volendo i principii ond'esse derivano. Sono questi, non più i diritti dell'uomo, l'uguaglianza e la fraternità universale; ma, ciò che vale lo stesso o va più innanzi ancora, la umana indipendenza, e i naturali appetiti, e i vieti pregiudizi ad abolirsi, e la Religione confinata nel tempio, anzi gelosamente ristretta entro i cancelli dello spirito. Non pochi coloro, che, non usi a ragionar di teorie coi fatti tengono bordone ai saputi i quali ne dettano, divezzando se stessi e la famiglia da ogni osservanza delle leggi di Dio e della Chiesa. In ogni tempo furono queste violate, è vero; ma altra volta era nell'empito di sconsigliata passione, e tornavasi poscia alle pratiche salutari. Oggi è ben altra cosa. Per massima e per istudiata indifferenza, non è più la festa il dì del salutare riposo, dello studio dei divini misteri e delle pure gioie di Religione: importabile peso lo usare ai sacramenti: barbaro il nome di mortificazione cristiana: falsato il santo amore del prossimo col puro senso di umanità. - Tra le domestiche mura e nel secreto della famiglia non entriamo. Che troveremmo noi là? Alla conversazione alla mensa, al talamo, presiede il timor santo di Dio?
Della pubblica opinione, e della stampa non parlo. Questa sublime invenzione andò mutata oggi giorno in torrente torbido e vorticoso, che dilaga, abbatte e trascina ogni cosa; abbarbagliando i più, che leggono non pensano, o pensano solo ciò che stà sulla carta: impaurendo altri, i quali pensano, comprendono forse; ma sono nella foga travolti, paventando i furori del rabbioso torrente. Or bene, questa potenza dell'età moderna, è nella grande sua maggioranza alito di vita cristiana, o non piuttosto soffio doloroso di morte e fomite di distruzione sociale?... Eh! per amore del vero, si cessi da un'ibrida distinzione fra Cristiano e Cattolico; non è qui una quistione di nomi. Non è più cristiano fra noi chi più non usa alla Chiesa, e colle leggi della Chiesa, quelle più non rispetta di Dio; sia che paventi, o non paventi egli il nome di cattolico o, se vuolsi eziandio di Clericale. Al fratello ed al padre perdonate, o Genovesi, la libera parola, che fallir non potea alla penna del Vescovo. Se egli l'inviato di Gesù Cristo, se il successore di coloro cui disse il Redentore: andate, ammaestrate; perché non porrebbe egli le mani entro la chioma di questa società morente per ridestarla alla vita, che davale già il suo Gesù? - Tale la mia missione, né ad essa io potea venir meno.
La vita cristiana (e diciamo pure la vita cattolica, chè in questo solo senso tolgo io la parola consacrata già dalla Chiesa e dai Padri), come pur la corporea, alito di Dio è messa in atto e fatta palese in noi dalla fede; che nella carità si feconda di opere buone: fides, quae per charitatem, operatur; fede, carità, buone opere, sono dunque praticamente la vita cristiana.
La materia inerte non vive; la vita è moto. Laonde quella che vita è dello spirito umano tendente a migliore esistenza, al perfezionamento suo e ad un bene, di cui sente il bisogno e non pienamente conosce; non può altrimenti nudrirsi che della fede, definita però dall'Apostolo: certo argomento a sperar cose le quali quaggiù non ci appaiono. Alla fede va perciò la speranza divinamente intrecciata; e l'una e l'altra si appalesano in opere sante. Dappoichè chi fidente nella parola di Dio ha contezza di un bene infinito, anela a questo e lo cerca nei dettami della parola udita da Dio. Tale la vita ond'io vi parlo, vita dello spirito, che ordina moralmente tutto l'uomo: fa l'uomo retto. Comprendo la divina sentenza: il mio giusto vive di fede. Più che ai sensi, vive egli alla ragione; e questa, chiarita dal lume di Dio, gli reca adeguata contezza di sé, del suo fine e della via a tenersi per conseguirlo. Rimane sì il mistero; ma quali gli uomini del sapere, che ci recassero mai la più plausibile e soddisfacente soluzione dei grandi problemi dell'umanità? Da Platone e da Aristotele ai moderni filosofanti, si discusse e si scrissero i libri, per riuscire alle umilianti teoriche del dubbio e della negazione. Quanto meglio mi appagano le semplici e concise risposte del catechismo cattolico!
Né però il solamente conoscere gli eterni veri basta a quella vita, di cui la fede è principio sì, non già perfezione. I demoni altresì li conosco, ma unicamente per tremarne. Perfeziona e feconda la fede la carità, virtù più che terrena celeste, che ci sublima a Dio collo slancio dell'amore, fa sì che egli stesso rimanga in noi, e in esso lui noi viviamo vita novella, certi di conseguir la corona per cui ci sentiamo creati. Di tale vita vissero non i soli Apostoli; ma altresì i buoni avi nostri, i quali credettero in Dio eterno, creatore dell'universo nel tempo; e nel suo divino Figliuolo fattosi uomo e morto per redimerci dalla primitiva colpa, autore di questa cattolica Chiesa, che feconda della grazia di lui ci è madre. E dapoichè tali cose credettero, seppero amar Dio osservandone i precetti. Usavano alla preghiera ed ai sacramenti, più degli uomini apprezzavano e temevano Iddio; da Dio nei travagli aveano conforto o riparo, se talora trascinati alla colpa. E forti della grazia di Dio, passarono in onore della Religione e della Patria, lasciando dietro di sé tracce luminose che oggi ancora ammiriamo.
Padre di siffatta vita il Vescovo, posto dallo Spirito Santo a reggere questa Chiesa cattolica; dalla quale e la fede, e la carità, e l'odierno civile consorzio. Infondere tale vita, scuoterla se torpida, risuscitarla se estinta, è l'opera Nostra. Iddio posava un giorno la mano sul capo del suo profeta, il quale videsi allora in mezzo a sterminato campo sparso tutto di ossa spolpate ed aride. Figlio dell'uomo, dissegli Iddio, credi tu possano rivivere tutti costoro? Orsù dì tu in nome mio: "ossa aride, udite la voce di Dio, e vivete". Disse Ezechiele; e incontanente fu un fremito, un urtarsi di ossa con ossa, un suono confuso; e tosto ricomporsi gli scheletri, ricoprirsi di nervi, di carne, di cute. Figlio dell'uomo, ripigliò Iddio, chiama dai quattro venti lo spirito, soffialo in faccia a questi cadaveri, e vivano. Trasse il fiato, soffiò il profeta; ed ecco rizzarsi i cadaveri, e vivere, e farsi innumerevole esercito di viventi. - Signore Iddio, non sono io già in un campo di morti, se vi ha intorno a me chi dorma e languisca; sarà men potente la voce mia a ridestarli? Anche a me tu ponesti la mano sul capo; e la parola tua mi sta sulle labbra.

Mi sta sì, sulle labbra la parola di Dio. Ma quale suonerà essa, qual ne sarà l'accento? - Mi si chiede, e a buon diritto. - Rispondo adunque: non altrimenti che con accento di padre. Potrebbe egli non essere, se padre or tutti mi appellano? E dissemi colui, che Padre è dei credenti: "và, qual mandò me il Padre mio celeste, tal io ti mando?".
Parola di padre..., e sento pur cuore di padre! Il padre, sempre sollecito dei figli, veglia su di essi, ne vede i bisogni e pietoso soccorre. Or bene, supremo bisogno ai nostri giorni è la fede. E la parola della fede non cesserà sul mio labbro. In privato ed in pubblico, nel tempio Metropolitano e nella chiesuola del villaggio, predicherò Gesù Cristo. Non basterò da solo a tutti nudrirvi della divina parola, abbisognerò di numerosi cooperatori che sostengano la mia vecchiezza. Imiterò il glorioso mio predecessore, non perdonerò a fatiche e a sacrificii per crescerne le fila. Vi è mestieri di ammaestramento religioso, bisogna che si conoscano le verità della fede, e siano svelati i sofismi onde vien combattuta; come meglio saprò, colla parola e colla penna, con insistenza costante e con ogni industria vigilerò, farò di istruire il mio popolo. Vuolsi infine tal fede, che sollevi dal fango delle terrene cose, e levi gli spiriti al cielo per cui sono creati; coll'esempio e colla parola non cesserò dallo inculcare la divina sentenza: "che gioverà all'uomo guadagnar tutto il mondo, se l'anima ei perderà?"
Tale fede per la carità. Dovrò io dunque attizzarlo questo fuoco celeste. Ma e chi mi darà il divino amore, se tu non sei, o mio Gesù, che dicesti averlo recato e voler che divampi in cuor degli uomini? Ah! Sei tu pure che dicesti a me: "rispecchiami dinanzi ai fratelli: le cose udite interiormente da me tu ad alta voce predicherai, ciò che io feci farai tu pure.
Già dunque io vel dissi, o FF. e FF. carissimi, ciò che esser deve, e deve fare il vostro Vescovo per infondervi, colla fede e la carità, quella vita che vera vita è, la vita dell'anima. Contemplo Gesù; e mi suona all'orecchio l'inspice et fac secundum exemplar. Egli si accinse a fare e ad insegnare, e di sè stesso ebbe a dire: io sono la via, la verità e la vita. Egli il mio esemplare. Ebbene sì, nel nome di Lui e col sostegno della sua grazia, il Vescovo, coll'esempio e colla parola, vi sarà via o guida a conoscere e a praticare la legge santa di Dio, lo stretto sentiero che mena a salute: ego sum via.
Dura è talvolta la verità. Non per questo si cesserà sul mio labbro. Essa che illumina la mente e tocca i cuori nel punto più intimo. Paternamente sì, ma pur semplice e schietta l'udrete sempre da me. Dimezzarla o velarla è tradimento delle anime. Infallibile maestro ne è Colui, che siede Vicario di Gesù Cristo, e Magistrato supremo della infallibile Chiesa. A Lui debbo ispirarmi, la parola di Lui fia sempre la mia parola. In lui parla il Verbo di Dio, quel Cristo, che è oggi quale fu ieri e sempre sarà. Questa la fede mia; di questa fede vengo maestro, e sarò: ego sum veritas.
Sarò vita altresì nella grazia di essolui, che di ogni vita è datore. E per quale modo?... Ammiriamo la mano onnipotente di Dio! Vedete due anime, le quali si sono comprese a vicenda e onestamente si amano; sono due sposi che prostransi al sacerdote; egli alza la mano li benedice, e l'amore terreno si impronta di tempra celeste, è santificato: un uomo è venuto alla luce, ei vive, ma la sua non è che terrena vita, uopo è che rinasca a vita migliore; coll'onda battesimale infonde il sacerdote questa seconda vita: ei lo corrobora col pane dei forti: lo guarisce se infermo: e quando la terrena si estingue, sa egli colla preghiera della fede avviar l'anima cristiana alla vita migliore del cielo. Questo stupendo lavorio della grazia è affidato a noi ministri di Cristo e dispensatori dei divini misteri. A capo di tutti sta il Vescovo, che i sacri ordini dispensa e ne governa gli uffici. Solo egli, improntando i fedeli tutti col segno della croce sulla fronte, li conferma e salda nella vita cristiana. è dunque nella virtù e in nome di Gesù Cristo, ch'io sento pure di poter dire: ego sum vita. Sì, vita delle anime; avvegnachè colla grazia va infusa la carità, onde l'anima vive. Carità è amore, e amore per amor si propaga. Dunque io sì, vi amerò; anzi già sento di amarvi con amore paterno: vi amo in Dio che è carità infinita. Per istringervi tutti in questo santo vincolo, quel tutto farò, che è in potere dell'uomo. Profonderò in umile preghiera ed in lacrime l'anima mia a pro del mio popolo: pregherò col mio Maestro divino, affinché niuno vada perduto di quanti a me siano affidati. Se vi sarà tra questi tale ch'io vegga sull'orlo del precipizio, o che rifugga da me; gli terrò dietro, lo incalzerò, lo afferrerò, ne farò peso alla mie spalle per ricondurlo all'ovile. Di tutto buon grado coll'Apostolo Paolo vorrei dare tutto me stesso: libentissime impendar et superimpendar. Studierò farmi tutto a tutti, affine di tutti conquistare a Cristo. Vi avrà per avventura chi me ne saprà male, e mi maledirà?... L'Apostolo, non che temere, bramava essere anathema, a patto di salvar anime. Quali cose non potrà in me, come in lui, la carità paziente e benigna, che tutto sostiene, tutto soffre, tutto vince? Chiederolla io umilmente al Dio dell'amore, la recherò sempre in cuore e sul labbro, la predicherò insegnando ad adempiere la legge del Signore col sopportarci a vicenda. Carità anco maggiore mi apprese il divino Maestro, porre a repentaglio la vita per coloro che amansi. E perché non mi darete voi, o Signore, questa virtù degli Apostoli? Un luminare del moderno Apostolato e della Porpora, spento or sono pochi mesi, offertosi al sacrificio per tutto il suo popolo, soggiungeva da ultimo: "né tampoco ci basta salvare singolarmente le anime, dobbiamo adoperarci a tutto instaurare in Gesù Cristo. Le nazioni, non meno degli individui, appartengono al Salvatore. Però è che la civiltà cristiana, la quale fa del potere una servitù, e rispetta i diritti dei popoli; è pur dessa che dona incremento alla vita intellettuale, e forma generazioni che sono il migliore elemento della pubblica prosperità" (Lettera Pastorale del Cardinale Mermillod). Entro la cerchia del ministero Episcopale, non dimenticherò questi doveri, che pesano pure sulla coscienza del Vescovo. Mi saranno scuola e guida sicura le immortali Encicliche di Leone XIII, non dimenticata mai quella ai Vescovi dell'Italia; dalla quale trascrivo questo venerato comando: "Ridestate i neghittosi, date eccitamento ai lenti; coll'esempio ed autorità vostra, rincorate tutti ad adempiere con alacrità e costanza quei doveri, nei quali consiste la vita attiva dei Cristiani. A mantenere e crescere questo vigore, fa d'uopo usare ogni cura e provvedimento, affinché si moltiplichino dappertutto e fioriscano per operosità, per numero e concordia quelle società, le quali hanno per iscopo principalmente di conservare ed avvalorare gli esercizi della fede cristiana, in una con quelli di ogni altra cristiana virtù. Tali sono le società dei giovani e degli artigiani, e quelle che costituite furono per tenere in dati tempi Congressi Cattolici, o per curare l'osservanza delle feste e per istruire i fanciulli dell'ultimo volgo, ed altre ben molte." (Enciclica di Leone XIII Etsi nos). Sapientissimo insegnamento, ispirato al Pontefice dalla paterna sua carità, che tutte avvalora e vuole da noi avvivate le opere della carità cristiana.
Ma, oh! Mio Dio! Chi sono io mai? - Bando ad ogni affettata modestia. Ma, ormai vecchio di età, e affranto già da lunghe e svariate fatiche, che potrò io? - La parola del Profeta mi corra sul labbro: Signore, non sono io atto a parlare, balbetterò. Non posso celare i miei timori.
So ben io, e nol potrei dimenticare, ciò che colla unzione pontificale mi venne ricordato: l'infula episcopale, i ricchi paludamenti e la pastoral verga, essere simboli di grandi doveri, di ufficii gravissimi e di formidabile peso: imporsi al Vescovo le più austere virtù, e le più ardue fatiche. Mi stanno fitte nella mente le parole dette da S. Agostino nel dì anniversario della consacrazione: "nella vita presente, e più nei tempi che corrono, non vi ha cosa più laboriosa, difficile e di pericoli piena, dell'Episcopale ministero". Così quel Grande nel quinto secolo, quando fra le rovine del Romano Impero sorgeva la civiltà cristiana. Non dissimile, più difficile forse, l'età nostra, in cui una vecchia era scompare, e altra ne sorge, Dio sa se migliore! - Siamo pur noi tra rovine. Trovarsi tra queste, e fra pregiudizi che rinnegano le bellezze della fede cristiana, contestano la divinità del Redentore nostro, se pure non neghino l'azione stessa della Provvidenza nelle cose umane, anzi persino l'esistenza di Dio, e quella altresì del mondo visibile: aver a fare con gente che dubitano della sincerità delle convinzioni sacerdotali e del disinteresse dell'opera nostra: ricondurre dolcemente costoro nelle vie della verità e della salute, affermando e dando a conoscere Gesù Cristo e la sua Chiesa: fra le mollezze del vivere e gli incontestabili progressi dell'uomo sulla materia, tener alto il concetto e le costumanze della vita spirituale, far che si accetti e si pratichi il vangelo, regola universale dei diritti e dei doveri degli individui e della società; è pur questo il compito del Vescovo, descritto dal suscitato Cardinale Vescovo di Ginevra, che sentiasene rabbrividito. Compirollo io in nobile e popolosa Metropoli!? Mio Dio, egli è troppo alle meschine mie forze. Non è in me la scienza, onde le labbra del Sacerdote hanno ad essere custodi. Né è la mia fronte sì dura, che ne arrossiscano e pieghino le fronti superbe dei nemici di Dio?... Sì, il giorno solenne della Episcopale mia consacrazione, nelle mani di quel Pontefice stesso, di cui tengo ora il seggio, io deponeva promesse solenni: che a reggere l'importabile peso, nello studio delle sacre scritture tutta avrei adoperata la potenza dell'animo mio, che colla parola e coll'esempio avrei fatto di guidare il popolo da Dio affidatomi: che, alieno da ogni vista ed interesse terreno, ogni sollecitudine avrei posto al bene delle anime. Sì, io allora promisi e giurai, di non più vivere che per Iddio e per queste anime. Ma, afferrato ora il Pastorale di quel Pontefice stesso, saprò usarlo al pari di lui saggiamente per guidare e correggere? Sarò, quale egli fu, maestro agli indotti e agli erranti, e guida ai traviati? Saranno privilegiati del mio affetto le anime, cui agita il dubbio, desola la colpa, la sofferenza opprime, soffoca la indigenza? Saprò in qualche modo emulare i prodigi delle opre grandiose compiute da lui? Divenuto capo della vasta Archidiocesi, ne sarò il cuore altresì per tutti amare i miei figli, ed essere, al pari di lui, da essi riamato? Come l'apostolo Paolo saprò, farmi servo di tutti, affine di tutti guadagnare al mio affetto.
Iddio, che ha il potere di mutare i sassi in figliuoli di Abramo, in me compia il portento!... Ai timori la speranza sottentra. Fratelli e Figli in Cristo carissimi, sottentra in me; in voi pure sottentri. Dirò anch'io coll'Apostolo, che tutto io posso in colui che mi conforta. Ma il conforto attingo pur anco da voi; e voi, al pari di me, dovete sentirlo nella coscienza di voi e delle cose vostre.
Ogni città e ogni diocesi ha una storia. Basta a Genova l'aver dato i natali a tal uomo, che a diffondere, colla fede, la vita cristiana affrontò mari ignoti, e più dei mari terribili le ire degli uomini. Le coincidenti feste secolari del grande avvenimento mi riescono di conforto. E conforto al Vescovo che ne assume il governo, tutta quanta la storia della Archidiocesi genovese. La vita cristiana non è infatti qui cosa ignota o cosa di ieri. Tra le tenebre dei dì che furono invano se ne cerca l'origine; e il padre dell'ecclesiastica storia non esita affermarla coeva a quella, onde Milano ebbe nome di seconda Roma, attribuendola a Celso e Nazario discepolo questi degli Apostoli. Durò poi e crebbe qui rigogliosa per le costanti e sollecite cure di lunga e non interrotta serie di Vescovi ed Arcivescovi, noti al mondo come eredi dello spirito di ben sei tra essi, cui la Chiesa onora dell'aureola dei santi. Vigorosa e forte si palesò negli Embriaci alle crociate: costante e generosa coi ben sette Pontefici Sommi, ultimo il settimo Pio, che in dì perigliosi e tristi s'ebbero qui sicuro ricovero: gloriosa nei tanti figli di Genova, che in ogni secolo vestirono la sacra Porpora, e ben più in Sinibaldo e Ottobono Fieschi, Giambattista Cibo, e dirò Francesco e Giuliano della Rovere, che a sommo onore di Genova cinsero il Triregno: protetta e benedetta da Dio nel prezioso deposito delle ceneri del Precursore: fiorente sempre e robusta nel popolo Genovese, per la singolare pietà verso la Vergine Madre di Dio, che Genova proclamò sua Regina, e pose custode sulle sue porte. Tutto ciò mi è argomento a sperare.
Argomento a sperare, e riprova della vita Cristiana che palpita in cuore ai Genovesi, mi riescono quelle anime pure e grandi, che già fiorirono in Genova per santità di vita e nobiltà di virtù sublimi. Saluto specialmente e invoco protettrici Voi, cui mi lega vincolo di concittadinanza e di sangue, o Caterina dei Fieschi, Battista Solimani e Vittoria Strata, saluto e invoco, dopo la Vergine Regina del Cielo e nostra, celesti protettori, Giorgio e tu, o Giovanni Battista, cui per poco non dissi concittadino nostro per l'affetto che a noi ti lega. Alle tue ceneri, o santo Precursore, mi ispirerò, da te imparerò a tuonare il non licet, che atterrisca e salvi.
Argomento a sperare sono i gloriosi predecessori nel seggio Archiepiscopale, chiari per pietà, per sapere, per zelo apostolico; più tra essi della sacra Porpora insigniti, dal Cardinale Durazzo fondatore del genovese Seminario, allo Spina, al Lambruschini, e all'illustre figlio del Carmelo, che mi imponeva le mani sacrandomi sacerdote; altri per grandi opere gloriosi, dal Saporiti, che nella sua minor cerchia pur si chiaramente rispecchiò in Genova le glorie pontificali del quarto decimo Benedetto, sino a te, o Padre venerato, che tutte emulasti le virtù e le glorie dei predecessori; e nel tempio stesso metropolitano, in cui l'onda battesimale fecemi cristiano, versasti sul mio capo l'unzione Episcopale. Argomento a sperare gli esempi e i consigli dei venerandi miei Confratelli del Ligure Episcopato. Ubbidiente al comune capo dei fedeli, un primo provinciale congresso ci accoglieva, or sono pochi mesi, in perfetta unione di sentimenti e di voti; questi voti e sentimenti ci guideranno unanimi. Il sapere e l'esperienza di ciascuno sarà sapere ed esperienza di tutti, le cure e gli studi di ciascuno studio e cura di tutti. Comune l'autorità, nella quale più che in me stesso confido. Argomento a sperare mi è infine il pensiero, che in Genova non sarò io solitario e sconosciuto, sì che altri abbia a dirmi: "chi sei tu, e donde vieni?" Mi è dolce ripetere qui le parole del Redentore: conosco io i miei, ed eglino conoscono me.
I miei concittadini mi videro nascere e crescere tra essi, con essi fui discepolo nel patrio Ateneo e nel Seminario. In mezzo ad essi feci le prime prove del mio sacerdozio, e quelli di Rettore e Maestro nei due Seminarii. Abbate della Basilica, che in Genova è oggetto di ammirazione, e monumento della pietà di doviziosa famiglia, ho pur sempre in conto di amici e fratelli carissimi i membri di quell'insigne Capitolo, e quanti dell'uno e dell'altro Clero nei sontuosi tempii genovesi, o alternano ogni dì le lodi del Signore, o faticano alla salvezza delle anime. Vi hanno congreghe diverse di sacerdoti, i quali con bella emulazione, di giorno e di notte, fra le mura della città e fuori di essa, istruiscono nella fede ed educano il popolo al timor santo di Dio. Con essi in Città, nelle campagne, sotto la nuda volta del cielo, e nella tenebria delle carceri e delle galere, ebbi caro lo evangelizare pauperibus. Nella mia città natale entrai il tugurio del povero e salii le scale dei ricchi; non fui sconosciuto ai numerosi asili di anime elette, che sacrarono il verginale lor fiore allo sposo che si pasce fra i gigli; e le avventurose, che ivi mattinano ogni giorno allo sposo, non dimenticano l'umile sacerdote, che fu altra volta a moderarne le coscienze e a crescerne colla divina parola i fervori.
Non estraneo alla odierna polemica nelle lotte della stampa, levai la bandiera, che con piacere vidi poi tolta da mani più valorose, e fu questa mai sempre: fedeltà a Dio e alla Chiesa, carità agli uomini, verità e giustizia con tutti.
Parmi ringiovanire ricordando i lunghi anni e il meglio della mia vita speso nel ministero sacerdotale. Conforto alla senizie presente potrebbero non essermi l'affetto ed i voti di tante anime elette, di tanti concittadini e fratelli?
Sopra tutti gli altri, validissimo argomento a sperare mi siete voi che più propriamente dirò coll'Apostolo: gaudio e corona mia, o venerandi assessori al soglio archiepiscopale, sacro Senato dalla Chiesa costituito a consiglio e sostegno della fralezza mia. Scorgo tra voi chi mi fu condiscepolo: altri cui apersi io stesso la via del sapere, o vestii le clericali insegne, tutti esperti nella scienza, ed educati alle fatiche dell'apostolato. Sostegno alla tarda età mia, occhio dell'occhio mio, e cuore del mio cuore, voi siete meco; io più non pavento. Al timore sottentrò la fiducia.
Fiducia mi ispirano i luoghi che rivedrò, i sacri tempii in cui pregai fanciullo, e tutto il popolo Genovese, che ormai già tante diemmi prove di affetto cui proprio ignoro di meritare.
In cotesto caro popolo ripongo la mia fiducia. In tutti io la ripongo, grandi e piccoli, poveri e ricchi, deboli e possenti: nei possenti e nei ricchi in modo speciale. Con questi ultimi fò mie le parole di altro novello Arcivescovo: "Dai doviziosi della nobiltà o della borghesia attendo esercizio di beneficenza, quale si impone oggidì più che mai agli agiati. L'angelo della carità aleggi su voi, o ricchi cattolici, e vi ispiri: stà in ciò l'unico mezzo per iscongiurare i fieri pericoli delle odierne crisi economiche e sociali... La carità è la parola scritta sull'alto della Croce a caratteri di sangue; la carità sia scritta nel cuor vostro, e ne faccia sgorgare abbondanza di opere generose. Date, date molto; amate e favorite i contadini, sollevate gli operai, soccorrete gli artigiani, largheggiate coi poveri; e date anche - all'Arcivescovo. Io non mai ebbi vergogna di stendere la mano... Meglio però se mi prevenite. Dando ai poverelli, e alle opere di carità per tal modo, siete sicuri che neanco un centesimo si smarrisca per istrada" ... Così il confratello; e perché non io?
Speciale fiducia ripongo ugualmente nei possenti: nelle civili autorità, dall'augusto Personaggio, che siede sul trono, ai Magistrati tutti, che gli svariati poteri rappresentano, sia nell'ordine legislativo, sia in quelli della giustizia o della pubblica amministrazione, Nazionale o Cittadina. Ogni autorità e potere dimana da Dio creatore dell'Universo. è questa la incrollabile fede mia. Autore della Società e della Chiesa è lo stesso Iddio; da lui dunque l'autorità Episcopale e quella del Principe. Distinte sì; ma perché ignare l'una dell'altra o nimiche? - è questo il concetto mio, il mio voto, la mia speranza.
Fiducia ho altresì nei possenti del sapere, magistrati dello spirito, che tengono alto fra le umane cose il loro seggio, e preparano nell'ordine ideale le umane vicende, spesso i disastri. - Anche il mio Dio scientiarum Dominus est; e i veri saggi non gli saranno nemici.
E qui come tacermi io della stampa?... Questa, cui non esito di appellare leva del mondo e della società odierna, mi sarà essa fatalmente nemica? ... Se nemica a Dio, se nemica alla Chiesa e al suo Pontefice supremo, potrebbe non esserlo al Vescovo?... Da parte mia una cosa sola domanderò, riclamerò anzi qual diritto, e che a me pure sarà legge: rispetto reciproco e lealtà. Dirò con S. Anselmo: più di ogni altra cosa volersi da Dio per la sua Chiesa, la libertà.
Poneva Samuele il piede in Betlem; richiesto sul limitare della città: "è egli pacifico il tuo ingresso?" - "Pacifico, rispose egli, venni unicamente a voi per offrir qui sacrificio a Dio Signore dell'Universo, unitevi meco" - Uguale risposta dò io: ad offrir sacrificio, sacrificio se d'uopo di me medesimo, io ne vengo. Meco si unisca tutto il mio popolo in questo almeno di riconoscere Iddio Signore dell'Universo; e la pace sarà tra noi.
Colla parola di Gesù Cristo finisco. A voi FF. e FF. carissimi, io la mando la pace; e su quanti voi siete figliuoli della pace, per promessa di Gesù Cristo, la pace riposerà. Su di me ricadrebbe invocata su di coloro, se ve ne avesse, che figliuoli della pace non fossero. L'ultima mia parola al Pontefice. - O Leone XIII, che a troppo alto onore mi sollevaste, sorreggetemi Voi collo sguardo benevolo, cogli ammonimenti salutari, colla apostolica vostra benedizione.
In nome di Dio e vostro, per la prima volta io la impartisco al mio popolo

Dato da Ventimiglia,
il 20 Luglio dell'anno 1892

TOMMASO Arcivescovo

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