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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - SPECIALE TOMMASO REGGIO

Aprile - Giugno - Anno XLII

Tommaso Reggio: un grande
spirito equilibrato e superiore
di Dionigi Tettamanzi

Arcivescovo di Genova

Nella mia preparazione all'importante momento per la vita della Chiesa di Genova, il momento cioè della beatificazione del suo arcivescovo monsignor Tommaso Reggio (1818-1901) da parte del Santo Padre Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000, ho pensato di "rivisitare" la figura pastorale e spirituale del nuovo beato addentrandomi nella sua vita, nella sua infaticabile attività e nel suo grande cuore di sacerdote e di vescovo.

L'invito, dunque, è a dare "memoria" di una ricchezza del passato - che ci appartiene e in qualche modo continua ancora nel nostro presente - per essere più consapevoli e determinati protagonisti del "futuro" della nostra Chiesa ed insieme della nostra società.
Lo studio di quanto è stato scritto su di lui, di molte sue Lettere pastorali e soprattutto dell'abbondantissimo materiale della Positio è sfociato nel volume Tommaso Reggio, Casale Monferrato, Edizioni Piemme 2000.
Al termine di questo studio mi si è fatta sempre più precisa e indovinata una definizione che del Reggio ha dato il cardinale Giuseppe Siri, nella commemorazione fatta nel cinquantesimo della morte. L'ha definito "un grande spirito equilibrato e superiore".
In realtà, chi attraverso la vita e le opere cerca di entrare nel carattere e ancor più nello spirito di monsignor Reggio, non fatica a ritrovare come sua caratteristica saliente - organica e unitaria - una grande armonia, anzi una profonda unità tra elementi che nelle persone "normali" spesso si presentano dissociati tra loro, come pure una singolare complementarietà rispetto agli unilateralismi di idee, tendenze e fatti che facilmente riscontriamo in tanti.
Proprio su questo aspetto della personalità morale e della figura pastorale e spirituale di monsignor Reggio desideriamo offrire qualche sintetica documentazione.

La persona è il suo "volto"
Talvolta si dice che la persona è il suo "volto": dal come si manifesta con i suoi lineamenti esteriori si può, in qualche modo, risalire al suo animo e ai sentimenti di cui questo è ricolmo. Ora il volto del Reggio, così come ci è dato osservare nelle foto che ci sono rimaste, sembra parlare immediatamente di una sintesi di serietà e amabilità, di fierezza e dolcezza. E il suo comportamento abituale - ancora una volta dalle testimonianze di chi l'ha visto e conosciuto - è segnato da nobiltà, riservatezza e gentilezza, ma nel contempo si presenta come cordiale, disponibile, premuroso e generoso verso tutti.
Conosciamo le sue origini aristocratiche e l'influsso esercitato dai genitori: dal padre Giacomo egli apprende un profondo senso di riservatezza ed insieme uno stile austero, e l'uno e l'altro però pervasi di affabilità e dolcezza; dalla madre Angela Maria egli attinge il tratto signorile e distinto, ma unito ad una grande modestia e ad una prontezza a provvedere a se stesso e ad accontentarsi di poco.
Così la nobiltà delle origini non è affatto di ostacolo alla sua semplicità e alla sua attenzione alla gente umile e d'ogni condizione. Il canonico Giuseppe Allaria, uno dei segretari del Reggio durante il suo episcopato a Ventimiglia, scrive: "Nel suo esterno manteneva sempre quel degno contegno che si addice a un vescovo e ognuno rimarcava, in lui, il vero far nobile del suo casato. Di fare piuttosto semplice, sembrava trovasse piacere di intrattenersi con gli umili". Un'espressione di Dante, tratta dall'opera Convito, può bene applicarsi al contenuto umano e cristiano della nobiltà di Tormmaso Reggio così come l'ha vissuta: "La nobiltà proviene dall'anima, e comprende in sé, oltre alle virtù morali e intellettuali, le buone disposizioni naturali, la bontà, i sentimenti generosi. Essa poi viene sublimata dalla Grazia santificante e diventa seme di vita felice".
è possibile un ulteriore passo nella lettura del "volto" del Reggio come rivelazione della sua "interiorità" e dunque della sua vita morale e spirituale; l'origine aristocratica e il patrimonio della sua famiglia non affievoliscono mai il suo amore convinto e profondo all'umiltà e alla povertà, ultimamente destinate al dono di sé nella carità operosa e generosa. Così, giovane prete, nelle note dei suoi Esercizi spirituali del 1845, don Tommaso scrive: "è un gran pregiudizio quello per cui altri si crede esente da ogni pratica di povertà per il decoro del proprio stato. Niente abbassa e deprime così, specialmente se trattasi di persona ecclesiastica, quanto il soverchio affetto delle cose del mondo. Niente forse lo esalta più di quanto un vivere parco e modesto". Quanto all'umiltà, continui sono i segni ch'egli ha dato. Così per l'ultimo suo pellegrinaggio, al monte Saccarello (Imperia), il Reggio raggiunge Triora, alle falde del monte, partendo da Genova su di un vagone di terza classe. E durante l'aggravarsi della malattia che lo doveva portare alla morte, manifesta l'intenzione di essere seppellito nel piccolo cimitero di questo paese di montagna: così, diceva, la gente di campagna l'avrebbero ricordato nella preghiera visitando la sua tomba. Aveva chiesto da giovane sacerdote, durante gli Esercizi spirituali: "Dio mio, fatemi umile davvero". Il Signore ha esaudito la sua richiesta, come assicurano i testi al suo processo canonico e come emerge dalla sua continua e convinta predicazione: "L'umiltà - così egli predica alle monache Battistine di Genova - è il fondamento di tutte le virtù, e senza di essa è impossibile una virtù qualunque" (Tommaso Reggio, Riflessioni alle Monache, p. 64). Il vertice di questa umiltà - che afferma il "tutto" di Dio e il "nulla" dell'uomo - sta nella ricerca della mortificazione, come penitenza corporale severa e dura, ottenuta anche con certi mezzi o "strumenti" di flagellazione che il Reggio stesso si fabbricava. Così la sua amabilità e il suo sorriso si conciliano con una volontà molto determinata e un corpo che non teme di affidarsi alla penitenza. "Chi avrebbe pensato - si chiede il cardinale Siri -, guardando quell'uomo dalle spalle perfette che stava benissimo in compagnia di persone che non erano per nulla dei penitenti o degli eremiti, chi avrebbe pensato, dico, che Egli fosse un penitente severissimo?. Io non ho dimenticato una certa vetrina che sta, Suore (di Santa Marta), nella vostra Casa Generalizia a Roma, e penso che ci sia ancora (nessuno l'avrà portata via), dove ho potuto vedere tutti gli strumenti di penitenza, che egli ha usato continuamente nella sua lunga vita senza farsene accorgere minimamente da alcuno". Ma anche nella penitenza corporale di monsignor Reggio ritroviamo l'aspetto caratteristico del suo "spirito equilibrato e superiore". In tal senso, se a se stesso non risparmia l'uso di modi e mezzi duri e rigorosi, agli altri chiede l'astensione assoluta da qualsiasi forma di arbitrarietà, per non correre il rischio di rendere la penitenza quasi una sfida a se stessi: la penitenza che il Signore chiede è il compimento fedele del dovere e l'accettazione paziente delle inevitabili prove della vita. Inoltre, la vita penitenziale del Reggio non ha soltanto un significato umano e morale, di dominio di sé e dei propri istinti, ma riveste anche e soprattutto un significato propriamente religioso e spirituale: tende, cioè, ad approfondire sempre più la conformità del cristiano a Cristo nel mistero della sua Passione e Morte.

Uomo di fede e di cultura
L'armonia, l'unità e la complementarietà degli aspetti diversi e unilaterali si riscontrano nell'ambito intellettuale, dottrinale e culturale di monsignor Reggio: egli è un teologo preparato e impegnato, ma non disdegna affatto l'insegnamento popolare e catechistico; è versato nelle discipline teologiche ed insieme ama e sviluppa anche la cultura umana: così si interessa del diritto, della storia, della letteratura e dell'arte. In tal modo è naturale per lui passare dalla teologia al catechismo, dalla scientia Dei alla letteratura profana e all'arte.
Alla radice sta la sua fisionomia morale e spirituale di "uomo di fede e di cultura".
Il Reggio deve la "fortuna" della sua cultura biblica e teologica, sia speculativa che pratica, certamente al suo ingegno e al suo impegno, ma anche all'insegnamento ricevuto da alcuni maestri veramente validi del Seminario e dell'Università di Genova, tra i quali spicca il futuro arcivescovo Salvatore Magnasco. Da parte sua il Reggio prosegue i suoi studi da giovane prete, divenendo Dottore in teologia e applicandosi ben presto all'insegnamento della Sacra Scrittura e della teologia morale. Come abate di Santa Maria Assunta in Carignano coltiva l'amicizia con confratelli dotti, spiritualmente e pastoralmente impegnati, tra i quali ricordiamo don Giuseppe Frassinetti e il futuro cardinale Gaetano Alimonda: un'amicizia che viene alimentata da una ricca biblioteca e da fervide riflessioni e discussioni teologiche.
Da vescovo di Ventimiglia e da arcivescovo di Genova, monsignor Reggio si è fortemente impegnato a far crescere la cultura teologica dei suoi seminaristi - per i quali opererà non poche riforme nell'ambito scolastico, nella convinzione che "la scienza è una dote indispensabile al ministero dell'altare" (Tommaso Reggio, Riflessioni ai Seminaristi, p. 72) - e del suo clero. Così a Ventimiglia promuove nella cattedrale conferenze di teologia e di sacra liturgia ed erige nel 1880 l'Accademia teologica di San Tommaso d' Aquino. A Genova istituisce la Scuola di Perfezionamento che con decreto della Congregazione degli studi il 14 settembre 1897 si trasforma in Pontificia Facoltà Giuridica. La cultura biblica e teologica del Reggio, lungi dal rinchiudersi in se stessa, si apre e si concretizza in un servizio ecclesiale tipicamente "popolare", nel senso di rivolto al popolo, in particolare alle fasce più bisognose, come sono i bambini e i poveri. è in questa direzione che si muove il Reggio, specialmente durante gli anni da abate di Carignano. Lo troviamo impegnato nella predicazione alle diverse categorie di persone - non solo sacerdoti e religiosi ma anche laici, uomini e donne - e nelle "missioni al popolo", quale scopo di alcune Congregazioni del tempo alle quali il Reggio si è iscritto sin dalla sua giovinezza sacerdotale. è da ricordarsi, in particolare, il cosiddetto "catechismo notturno" tenuto ai contadini e agli operai all'alba, prima del lavoro, nel quartiere della Madre di Dio, una delle zone più popolari e povere di Genova.
Dovrebbe essere qui ricordato l'impegno del Reggio per il catechismo. Al riguardo egli deve dirsi un antesignano di non poche prospettive catechistiche, nell'ambito sia della riflessione teoretica sia della metodologia pastorale e psicologica ad un tempo. A Ventimiglia e a Genova monsignor Reggio ha dedicato più d'una Lettera pastorale al tema del Catechismo, ha trattato questo argomento nei Sinodi celebrati nelle due diocesi, ha insistito sulla necessità del catechismo per "rifare cristiano il mondo", ha sottolineato che "la più ardua questione a riguardo del catechismo non è per fortuna quella del testo" - lui stesso, a Ventimiglia, compone due testi: Il Ristretto della Dottrina cristiana e Il piccolo Catechismo - ma "quella di chi lo insegni, del modo di insegnarlo e di far sì che i molti, tutti se fosse possibile, accorrano ad apprenderlo". Significativa la partecipazione, peraltro assai attiva, del Reggio a Piacenza nel giugno 1884 al primo Congresso catechistico italiano.
In lui la scientia Dei si accorda con la cultura umana, nelle sue diverse espressioni: da quella giuridica a quella letteraria, da quella storica a quella artistica. Al riguardo è da segnalare l'amore del Reggio per il "bello", soprattutto per il bello artistico: un amore, il suo, acceso dalla visione religiosa che sa ammirare il bello nella sua prima e inesauribile sorgente, ossia in Dio infinita bellezza. In una sua famosa Lettera pastorale per la Quaresima del 1896 dal titolo Torniamo a Dio, l'arcivescovo scrive: "Torniamo a Dio nell'arte, cercando il bello verace quale si rivela nello studio della natura. Dio, che ne è l' autore, Essere perfettissimo e bellezza infinita, lascia trasparire il raggio della sua bellezza e lo trasfonde nelle creature... Torniamo a Dio nell'arte, mediante l'ispirazione del genio, che è scintilla celeste... Dico agli odierni artisti: tornate a Dio, rifate cristiana l'arte...".
Il Reggio sa gustare, e cerca di far gustare anche agli altri, la bellezza della liturgia, in particolare della musica e del canto. Con sintesi incisiva, di lui diceva il padre Semeria: "Anche del bello fu proprio innamorato con amore che nasceva dal suo amor di Dio". Rettore del seminario di Chiavari abbellisce con pitture e ornati l'aula magna; abate di Carignano provvede al restauro e al completamento esterno della maestosa e splendida basilica; vescovo di Ventimiglia inaugura la vetusta cattedrale artisticamente restaurata e ne completa i lavori decorandola. Quando giunge arcivescovo di Genova si trova a dover affrontare i restauri della cattedrale di san Lorenzo e vi si impegna, si può dire quotidianamente, in un modo veramente encomiabile.
Questa armonia di scienza e di cultura umana emerge in modo quanto mai limpido e suggestivo dalla frequente e intensa predicazione del Reggio, capace di singolare attrattiva, e dalle sue interessanti Lettere pastorali scritte durante il suo duplice episcopato, a Ventimiglia e a Genova. Un grande e unico amore:
alla verità e alla persona

Monsignor Reggio testimonia il suo "grande spirito equilibrato e superiore" nella sua particolare capacità di conciliare armonicamente le esigenze irrinunciabili della verità e il rispetto sacrosanto, anzi l'amore alla persona. Se è necessaria la chiarezza della verità, non meno necessaria è la bontà nell'esporla all'uomo, suo destinatario.
"Dura è talvolta la verità - scrive nella sua lettera programmatica inviata alla gente di Genova, dove ritorna come arcivescovo - , non per questo tacerà sul mio labbro. Essa illumina la mente e tocca i cuori nel punto più intimo: semplice e schietta la udrete sempre da me. Dimezzarla o velarla è tradimento delle anime". Ma nella stessa lettera immediatamente precisa: "Mi sta sì sulle labbra la parola di Dio. Ma quale suonerà essa, quale ne sarà l'accento? Mi si chiede, e a buon diritto. Rispondo dunque: non altrimenti che con accento di padre".
Il Reggio crede, dunque, alla forza e al fascino interiore che sprigiona dalla verità e insieme nutre fiducia in ogni uomo chiamato dalla verità alla verità stessa. In particolare il Reggio è difensore della verità e della libertà della Chiesa, ma non è mai arrabbiato e urtante. Questa, infatti, è la connotazione esemplare del suo impegno giornalistico durante gli anni di abate di Carignano. Come direttore dello Stendardo Cattolico il Reggio vuole far passare una visione cristiana delle vicende e dei problemi di ogni giorno alla luce di una fede che, da un lato, non teme di entrare in dialogo con la cultura - anche se segnata da ideologie contrarie al messaggio evangelico - e che, dall'altro lato, sa difendere pubblicamente i diritti della Chiesa di fronte alla legislazione dello Stato. è geloso della verità, specialmente della verità della fede cristiana, che non ammette né infedeltà né compromessi. Ma la verità non viene imposta in modo duramente polemico e intollerante, ma sempre e solo nel rispetto di tutti, con la prontezza di saper valorizzare ogni briciola di verità presente negli altri.
Un aspetto di questa capacità ad unire nelle più diverse situazioni - specie se complesse e difficili - la verità alla carità appare nel modo concreto con cui il Reggio ha affrontato, soprattutto da vescovo, il problema del rapporto tra lo Stato e la Chiesa in un contesto storico di tensioni, di divisioni e di contrapposizioni.
Interessante il saluto che nella sua prima lettera pastorale mandata ai fedeli di Ventimiglia il 9 agosto 1877 riserva alle autorità pubbliche, invitandole alla collaborazione attiva e intelligente: "anche ai moderatori della pubblica cosa è affidata la cura di coloro per i quali anche noi sappiamo di dover rendere conto. Non vogliamo dunque esserci di impedimento a vicenda, ma di aiuto, affinchè servendo Dio, che è Signore di tutti, conseguiamo quel bene comune nel quale è riposto il fine dell'Ecclesiastica e Civile società. Alla vostra sollecitudine aggiungeremo la nostra, affinchè ciascuno, conforme al suo compito, con costante volere richieda e renda a Cesare quel ch'è di Cesare, a Dio quel ch'è di Dio".
Anche nella prima lettera pastorale rivolta ai genovesi, il nuovo arcivescovo è esplicito e preciso nel presentare la sua visione circa i rapporti tra Stato e Chiesa e nell'indicare la sua linea operativa: "Ogni autorità e potere deriva da Dio creatore dell'universo. è questa la incrollabile fede mia. Autore della Società e della Chiesa è lo stesso Iddio; da lui dunque l'autorità episcopale e quella del Principe. Distinte sì, ma perché ignare l'una dell'altra o nemiche? è questo il concetto mio, il mio voto, la mia speranza".
Verso la fine dell'ottocento Genova vede un pesante disaccordo tra l'autorità civile e quella religiosa: l'amministrazione comunale abolisce l'insegnamento della religione nelle scuole, vieta le riunioni pubbliche della Federazione operaia cattolica, ostacola le cerimonie religiose, dal 1878 è vietata la solenne processione del Corpus Domini per le vie cittadine. Occorre un pastore pieno di equilibrio, coraggioso e insieme comprensivo, capace di difendere la verità e la giustizia ma anche di dialogare e di spingere alla collaborazione. Il Reggio riesce gradualmente, senza venir meno alla difesa dei diritti di Dio e della Chiesa, a instaurare un clima di maggior serenità, comprensione, riconciliazione e pace.
In questa prospettiva si deve rilevare la lungimiranza di monsignor Tommaso Reggio nella lettura delle situazioni, degli avvenimenti e degli sbocchi futuri, specie nell'ambito sociale e politico e nel contesto di un momento storico non poco difficile e conflittuale, se non contradditorio. E proprio perché lungimirante nell'interpretazione delle circostanze, il Reggio in talune iniziative si presenta come "moderno" e antesignano. Ma - aggiungiamo - con la stessa lucidità e forza il Reggio ha anche la pazienza di saper aspettare gli sviluppi futuri.
Lasciamo, di nuovo, la parola al cardinale Siri, che al riguardo scrive: "Fu un antesignano... Ora, se noi collochiamo questa sua attività nell'epoca che si stava lentamente muovendo da una lunga stasi e da una lunga elaborazione del mondo moderno, noi non possiamo non restare colpiti e non possiamo non vedere in lui un antesignano e rendere a Lui l'omaggio che si rende a chi ebbe intelletto acuto per vedere lontano". E ancora: "Anima superiore, aperta, comprendeva che i ponti, anche nella difesa, non debbono essere tagliati, perche può essere più eroico saper sorridere e pazientare che opporsi energicamente. Ecco perché egli gettò sempre dei ponti tra l'una e l'altra parte e con questa sua funzione di grande equilibrato concluse la sua missione: azione veramente eroica, che non poteva essere né più tempestiva, né più grande".
Monsignor Reggio sa intraprendere, con decisione e con ardore, cammini nuovi nella vita della Chiesa, ma non abbandona né disprezza l'alveo della tradizione nel quale devono rimanere inseriti. In certi casi è innovatore e anticonformista; ma è sempre pronto all'obbedienza alla Chiesa. è il caso del suo giornalismo cattolico: impegnato a promuovere le liste di cattolici da mandare al parlamento come "deputati onesti, liberali, indipendenti, istruiti e coraggiosi", giungendo persino a "sognare" la nascita di un partito cattolico, e pronto a chiudere i battenti del suo giornale quando nel 1874 arriva il non expedit del Papa e il Reggio ritiene di non dover turbare ancora di più gli animi agitati. L'abate Reggio obbedisce al Papa senza recriminazioni e critiche, ma quando poi gli verrà chiesto esporrà con chiarezza il suo pensiero alla Santa Sede.
Così anche nella sua opera educativa nel seminario di Chiavari, il rettore Reggio è aperto, innovatore, moderno ma insieme è esigente: si fida dei seminaristi, li spinge ad una vita di rapporti di fiducia con i superiori e di amicizia tra compagni, li prepara con le vacanze estive al confronto con il mondo, ma nello stesso tempo li stimola verso una grande serietà nel loro dovere quotidiano e li entusiasma per una più robusta e matura vita spirituale.

Una spiritualità incarnata nel quotidiano
Dobbiamo ora prendere in più diretta considerazione la spiritualità di monsignor Reggio, e dunque il suo rapporto con Dio. Anche qui, meglio proprio qui, emerge il tratto caratteristico dell'armonia e dell'unità della sua vita pastorale e spirituale.
La spiritualità del Reggio è fortemente centrata in Dio, immersa nella preghiera, afferrata e scossa dalla nostalgia di Dio. Le sue ultime parole, sul letto di morte, sono quanto mai significative: "Dio, Dio, Dio solo basta". Egli è stato uomo di preghiera: preghiera prolungata, preghiera notturna, preghiera di adorazione, con una grande devozione all'Eucaristia - "la prova suprema dell'amore di Cristo per l'uomo" - e a Gesù crocifisso. E insieme alla preghiera l'abbandono totale alla volontà di Dio, il cui frutto è la pace interiore. "Se Dio abita in noi - diceva alle Suore di Santa Marta - c'è pace e tranquillità. Questo si vede nell'aspetto sereno del volto, nell'atteggiamento gioioso della persona. Frutto della pace interiore è la più assoluta padronanza di sé che permette di comunicare con Dio ad ogni ora, in ogni momento".
Ma questa costante e profonda intimità con Dio non separa affatto il Reggio dalle tante forme di povertà e di disagio, dalle troppe ferite inferte dal male morale e spirituale alla società. Al contrario ve lo immette con un cuore grande, scosso dalla compassione e dall'impazienza dell'azione concreta. è il suo "rimanere" nel cuore di Dio che gli permette di "entrare" nel cuore dei poveri e dei sofferenti. Così dall'amore appassionato per Dio giunge alla compassione d'amore per l'uomo, come dimostra il suo "farsi tutto a tutti" in una carità disinteressata e concreta - e dunque anche organizzata -, con la predilezione degli ultimi (si pensi, in particolare, alla splendida testimonianza data in occasione del terremoto del 1887) e con l'impegno di scendere alle radici della povertà e porvi rimedio con lo studio di quella che verrà chiamata "dottrina sociale della Chiesa" e con l'impulso alle società operaie cattoliche.
La nostalgia di Dio fa camminare monsignor Reggio sul sentiero della santità o perfezione dell'amore. Si tratta però di un sentiero che incrocia tutte le realtà, anche le più piccole e monotone, della vita di ogni giorno. La straordinarietà dell'ideale della perfezione cristiana si sposa con l'ordinarietà della sua realizzazione. Così, ad esempio, in una conferenza alla Pia Associazione delle Signore nel 1857 l'abate Reggio propone l'esempio di Maria, la cui sublime santità si esprime nella più sconcertante ordinarietà: "La vita di Maria fu la più comune, la più semplice, la più ordinaria di tutte, non si legge abbia operato mai un solo miracolo, eppure non potrebbe essere di più virtuosa... Vedete che bell'esempio per voi che dovete farvi sante nelle faccende domestiche, negli esercizi più comuni e più semplici della vita di famiglia".
E ancora: "Non sono le consolazioni che fanno i santi; la vera perfezione è una gemma nascosta che sta in tutte le nostre azioni anche le più quotidiane e comuni. La divina somiglianza con Gesù non dobbiamo cercarla nelle grandi e difficili imprese, ma nella vita quotidiana e nelle semplici virtù".
A modo di conclusione, poniamo una domanda: come spiegare questo tratto caratteristico della personalità e della spiritualità del Reggio, il suo particolare "equilibrio"?
La risposta ci pare doverla trovare nel detto classico gratia perficit naturam, la grazia perfeziona la natura. C'è dunque una base naturale, umana da cui il Reggio si muove: è una base che si lega ai doni di natura ricevuti dal Signore, ossia al suo temperamento e all'educazione avuta sia in casa che in seminario. Ma questa base è stata ripresa, confermata, rafforzata dai doni di grazia: di qui uno sviluppo che testimonia insieme la benevolenza gratuita di Dio e la risposta libera e generosa del Reggio.
C'è una frase che ci sembra particolarmente felice, in qualche modo capace di compendiare la ricca personalità umana e l'acuto senso religioso del nuovo beato: "Iddio mi diede mente e cuore affinchè con la fede io avessi consapevolezza di lui, mi diede il cuore affinchè con tutti gli affetti dell'animo lo temessi e lo venerassi, lo amassi, mi fece libero affinchè io offrissi l'omaggio spontaneo della mia servitù".

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