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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - PAOLA MASSA

Aprile - Giugno - Anno XLII

Il nuovo progetto economico-sociale
della Liguria ottocentesca
di Paola Massa

Non è comune, nelle vicende di una realtà territoriale, trovare personaggi che, come Tommaso Reggio, siano stati testimoni e protagonisti di un periodo storico così lungo, complesso e ricco di stimoli spirituali e materiali.

Nato a Genova nel 1818 -come altri sottolineano con maggiore ampiezza e competenza nelle pagine seguenti - trascorre la sua intensa vita di formazione e di azione religiosa e culturale in varie località della Liguria (Chiavari, Genova, Ventimiglia), per poi approdare, ormai settantaquattrenne, l'11 luglio 1892, a capo della diocesi della città Dominante.
Egli assiste pertanto, da un punto di vista generale, non solo al progressivo passaggio dalla Restaurazione all'unità nazionale italiana, ma anche a cambiamenti epocali nel tessuto economico del paese, nonché ad un delicato periodo di tensione e di frattura tra potere politico e religioso. Dopo la conquista militare e la proclamazione di Roma come nuova capitale dello stato italiano, il 1870 segna la fine del potere temporale dei papi: solo negli anni successivi i partiti più legati al cattolicesimo passano dall'opposizione al governo del paese, in qualche modo sostituendo la collaborazione alla lotta.
Come è stato scritto, l'iter umano e pubblico di Tommaso Reggio si conclude nel 1901, concedendogli l'opportunità di partecipare, come protagonista non secondario, alle grandi manifestazioni svoltesi a Genova per il IV Centenario della scoperta dell'America: in tale occasione, con grande lungimiranza politica, egli vede nelle celebrazioni uno strumento di "distensione tra il potere religioso e quello civile", riuscendo addirittura a "dare una impronta religiosa alle feste colombiane".

Una volta assorbiti i "traumi" necessari all'organizzazione del nuovo stato nazionale, il Governo italiano e la Monarchia cercano di realizzare la trasformazione economica, con gradualità e nello stesso tempo con discontinuità, ma senza arresti. In alcuni periodi (1880-87, 1896-1913) essa è anche assai rapida e profonda e determina l'industrializzazione del paese ed una forte urbanizzazione. In altri (1860-80) investe solo settori particolari, se pur importanti, determinando un'estesa commercializzazione dell'agricoltura; il declino dell'autoconsumo contadino in alcune zone in cui ancora sopravviveva; la formazione di un mercato nazionale; lo sviluppo di una rete di trasporti moderni con le ferrovie e la navigazione a vapore. In altri periodi emergono potenti concentrazioni finanziarie: in una parola il paese muta, anche se con lentezza.
Non si può non tenere presente, infatti, il permanere di una serie di problemi di base che ancora derivano da secoli di politiche economiche individualistiche, essendo stata la penisola divisa in numerose e disomogenee entità politiche. In realtà l'Italia preunitaria ha ospitato attività manifatturiere avanzate per l'epoca, ed è stata molto ricca, come segnala anche l'elevato numero di prospere città, che non trova confronto nel resto dell' Europa. Tuttavia, la frammentazione politica e la conflittualità endemica; l'esagerata insistenza su manifatture di lusso ad alto prezzo; lo spostamento dell'asse dei traffici dal Mediterraneo all'Atlantico, hanno prodotto un vistoso declino dell'economia nel Seicento ed una persistente arretratezza nel Settecento. Anche per questi motivi il decollo economico del nuovo Stato è lento e alterno, caratterizzato dalla persistenza di attività tradizionali (come l'industria serica) e la stentata introduzione di nuovi settori industriali, nonostante il programma di ferrovie lanciato dai primi governi.
La trasformazione inoltre opera, più spesso, nella società civile che in quella politica, che ha tra le sue priorità la sicurezza militare e la ricerca dell'autonomia finanziaria. Ancora pesanti sono poi gli strappi sociali da ricucire: il popolo dei vari Stati di Ancien Régime è stato spesso solo spettatore del compiersi dell'unità della penisola, né molto più larga è stata la partecipazione dei ceti borghesi. Dalla carenza di un rapporto con le masse - è stato scritto - traggono origine molti dei caratteri distintivi della vita politica italiana e della mentalità della classe di governo, che non trovano piena soluzione neppure con l'andata al potere della Sinistra, la cui riforma elettorale del 1882, pur allargando notevolmente il corpo degli elettori, rimaneva ben lontana ancora dal suffragio universale.
Un'ulteriore distinzione tra Italia reale ed Italia legale si ha poi per effetto del già accennato contrasto tra movimento nazionale e Chiesa: il mondo cattolico, attestato su una posizione di condanna che coinvolge in pratica tutto il Risorgimento ed i risultati politici che ne sono conseguiti, finisce per doversi confrontare con un anticlericalismo talora anche assai aspro.

La Liguria, e Genova in particolare, non assistono in maniera passiva ai mutamenti politico-istituzionali del XIX secolo, ma ne sono protagonisti non secondari. Dal punto di vista politico, subito dopo la Restaurazione, la classe dirigente, rappresentata da aristocratici, professionisti, borghesi, si attesta in molti casi in una posizione di attesa sterile e di protesta per aver perso l'antico splendore; vive delle memorie del passato, incapace di creare stimoli nuovi. "Stagnazione" è il termine più usato dagli studiosi di questo periodo per definire le condizioni del settore manifatturiero ligure.
Dopo la metà del secolo, nel cosiddetto decennio cavouriano, tuttavia, le graduali riforme; l'emanazione dei Codici; il miglioramento delle norme che regolano il commercio; la crescita dei traffici marittimi; il maggior interesse degli operatori economici per i problemi del porto e delle comunicazioni (del 1853 è la ferrovia Genova - Torino; del 1856 la Genova - Voltri); nuovi investimenti di capitale in attività innovative, danno origine ad una crescita in vari settori; ricordiamo ancora che, se nel 1844 era stata fondata la Banca di Genova, diventa una importante realtà, nel 1846, la Cassa di Risparmio, ad un tempo opera pia ed istituzione bancaria preposta alla raccolta dei depositi, destinata ad avere un crescente impatto sociale sulla collettività. In quello stesso anno, poi, Genova ospita anche l'VIII Congresso degli scienziati italiani, a cui cerca di offrire una immagine degna di essere presa in considerazione. E' vero che si è di fronte ad un dibattito di studiosi, ma vi partecipano numerosi esponenti della scienza internazionale, e gli Atti del Convegno, pubblicati l'anno successivo, offrono interessanti ed utili spaccati sull'economia, la demografia, l'istruzione, la sanità, la giustizia ed altri importanti aspetti della realtà genovese e ligure in senso più ampio.
Non si può poi non sottolineare come i cattolici genovesi e le loro organizzazioni abbiano in questo periodo ancora un peso determinante nelle vicende della città, anche se i contrasti sono inevitabili nella difficoltà contingente di conciliare religione e patriottismo. Notevole è però, nell'età cavouriana, lo sforzo di rinnovamento del mondo cattolico, auspice una personalità di alta statura pastorale e politica come Andrea Charvaz, l'arcivescovo di origine savoiarda la cui presenza a Genova (1853-1869) era stata voluta da Cavour per attuarvi una politica di conciliazione e di moderazione.
Sono gli anni in cui Tommaso Reggio è Rettore della Basilica gentilizia di S.Maria Assunta di Carignano e collabora attivamente al giornalismo cattolico. Non è improbabile quindi che sulle capacità di mediazione e di rinnovamento che egli dimostrerà durante il periodo dell'episcopato genovese abbia anche influito la figura di questo suo predecessore: non a caso il Reggio è stato definito "cattolico liberale", oltre ad essere per nascita membro di una tra le più antiche famiglie genovesi ed introdotto negli ambienti di corte. Certo è che egli abbandona il giornalismo cattolico con la caduta del potere temporale dei papi, che segna contemporaneamente l'inizio del percorso politico che conduce i cattolici dall'opposizione al governo del paese.
Dal punto di vista economico, la svolta che orienta la Liguria verso un particolare modello di sviluppo avviene però negli Anni Ottanta: il capoluogo è ormai una delle città più popolose della penisola, dopo che nel 1874 sono stati assorbiti alcuni Comuni del Levante e della Val Bisagno (Foce, San Fruttuoso, San Martino d'Albaro, Marassi, Staglieno e San Francesco) portando la popolazione urbana a superare i centosessantamila abitanti. La città è inoltre logisticamente collocata al centro di quella che, nonostante la depressione generale, è l'area forte dello sviluppo economico nazionale, cioè il triangolo formato da Liguria, Piemonte e Lombardia. Il porto di Genova, in questo contesto, è il primo scalo nazionale per dimensioni e per volume di traffico: sono vivaci le esportazioni di prodotti agricoli, ma anche quelle dei cosiddetti prodotti di prima trasformazione, come la seta ritorta, l'olio di oliva, gli agrumi; importazioni consistenti si registrano poi in alcuni comparti significativi, come il carbone e i rottami di ferro, le caldaie ed i macchinari, il cotone.
Il ceto armatoriale ligure sta però percependo con ritardo il significato economico della evoluzione tecnologica che si sta compiendo: "poca attenzione" - annota un documento della Camera di Commercio del 1879 - è stata prestata fino ad ora alla trasformazione che "andavasi operando all'estero nei mezzi di trasporto marittimo, colla sostituzione del ferro al legno e del vapore alla vela". Nel 1880, infatti, nel Congresso degli armatori di velieri tenutosi a Camogli, si rivendicano ancora premi per la costruzione di questo tipo di scafi.
A fine secolo, con l'avvento definitivo del vapore ed il decollo industriale, il porto di Genova assumerà di fatto una funzione nazionale, ma l'avvio dei lavori che permettono allo scalo ligure di dotarsi delle attrezzature necessarie a svolgere tale ruolo è del 1875: la donazione di venti milioni di lire da parte di Raffaele De Ferrari, duca di Galliera (si tratta del 15% del patrimonio del nobile genovese) permette infatti di potenziare le infrastrutture di un porto che sta diventando il punto di riferimento dell'area economica interregionale in cui, già a quella data, risultano concentrate l'80% della manodopera operaia; l'80% dell'industria cotoniera; la quasi totalità dell'industria serica; circa la metà di quella laniera; l'84% degli stabilimenti siderurgici ed il 75% degli altiforni a carbone di legna.
In questi anni è nuovamente sindaco di Genova (dopo esserlo stato negli Anni Sessanta) il Barone Andrea Podestà, egli stesso imprenditore e finanziere: personaggio illuminato, particolarmente sensibile al problema della formazione di una capace classe dirigente (è tra i promotori della Scuola Superiore di Scienze economiche e commerciali), egli traghetta la propria città verso la fine del secolo XIX dopo aver assistito a cambiamenti epocali: la vivace presenza nel contesto economico locale e nazionale di importanti capitani di industria, come Raffaele Rubattino e Carlo Bombrini, protagonisti di importanti mutamenti nella strategia industriale dei rispettivi settori di operatività; l'affermarsi della Navigazione Generale Italiana, dei Lavarello, dei Piaggio, che agiscono ormai su scala internazionale in maniera competitiva; il crescere dell'Ansaldo, che è confortato nei suoi sforzi produttivi dalla nuova politica protezionistica attuata dal governo italiano.
Un grande Sindaco - Andrea Podestà - inizia a pensare, nel settembre 1877, alle celebrazioni colombiane del 1892, che condurrà da protagonista, anche se con grossi problemi finanziari, poiché verranno a mancare i contributi agevolati ed i prestiti richiesti allo Stato per i miglioramenti edilizi ed i festeggiamenti.
"Le sue risorse, (di Genova) - scrive il Ministro del Tesoro nel 1889 - il suo credito, sono tali da poter uscire senza imbarazzi e senza disagio da un periodo eccezionale di spese, delle quali è dato fin d'ora di poter presagire un largo e prossimo concorso".
All'inizio del mese di agosto del 1892, poco dopo l'apertura della grande Esposizione genovese (inaugurata il 10 luglio ed in programma fino al 5 dicembre successivo), entra in San Lorenzo il nuovo Arcivescovo della città, Monsignor Tommaso, dei marchesi Reggio. Un mese dopo, quando i Sovrani Umberto I e Margherita visitano Genova, partecipando ad una lunga serie di festeggiamenti e di cerimonie pubbliche, l'alto prelato avrà modo di dimostrare per la prima volta, accanto allo zelo pastorale ed alla sensibilità sociale, anche le proprie capacità diplomatiche nei rapporti con i Savoia e di raccordo con la vita civile, accompagnando personalmente la Regina a visitare la Cattedrale di San Lorenzo in occasione dell' inaugurazione del Museo del Tesoro, a cui la Sovrana presenzia; qualche giorno dopo la visita riguarda l'Ospedale di Sant'Andrea di Carignano, donato alla città dalla Duchessa di Galliera.

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