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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - GRAZIELLA MERLATTI

Aprile - Giugno - Anno XLII

L'abate di S.M. Assunta in Carignano Graziella Merlatti

Alla morte di monsignor Domenico Levaggi, abate mitrato della basilica collegiata di S. M. Assunta in Carignano, avvenuta il 12 settembre 1850, i marchesi Sauli, patroni della basilica chiesero alla Santa Sede che il beneficio abbaziale fosse assegnato a don Reggio, cui erano legati da legami di parentela.

La risposta fu affermativa. Tale incarico veniva affidato solo a sacerdoti che si fossero distinti per "integrità di vita e saviezza di operare" ed era considerato un privilegio per l'antichità e il prestigio della basilica. Tommaso Reggio possedeva le doti richieste, e fu uno degli abati più giovani che essa abbia avuto nella sua storia(1)Cfr. A. Bori, L'apostolo della Corsica e la basilica dei Sauli in Genova, Recco 1905, p. 116.: aveva solo trentatré anni. D'ora in poi suo impegno primario diveniva la cura spirituale della nobiltà genovese che frequentava il tempio, cosa che gli consentiva tempo, spazio ed energie per dedicarsi ad altre occupazioni.
Oltre all'ufficiatura quotidiana della Chiesa e la spiegazione del Vangelo - che scelse liberamente di tenere ogni domenica, alle ore 11 - e del catechismo alla sera dei giorni festivi, non aveva in basilica ulteriori impegni fissi.
All'ombra del grandioso tempio ideato dall'architetto Galeazzo Alessi, uno dei monumenti più insigni di Genova, ricco di bronzi e marmi, con quadri del Guercino, del Piola, del Procaccino, del Maratta, del Vanni, del Fiasella, il Reggio iniziava una stagione feconda della sua fecondissima vita. Seppe della nomina nel gennaio 1851, ma le bolle pontificie lo raggiunsero nel febbraio seguente e il 26 maggio il decano del Capitolo di San Lorenzo le metteva in esecuzione, investendolo del beneficio abbaziale. Volle chiudere regolarmente l'anno scolastico, che aveva iniziato a Chiavari, dov'era insegnante, e il 22 agosto prese commiato dai professori e dagli alunni del seminario, che avevano preparato in suo omaggio un trattenimento accademico.
Mentre i chiavaresi, che lo avevano sperimentato come zelante sacerdote ed ottimo predicatore erano dispiaciuti per la sua partenza, e più ancora i seminaristi che perdevano un rettore stimato e benvoluto, i genovesi si rallegravano per il suo ritorno nella città natale. Ma a Chiavari ritornerà spesso, fino all'età più avanzata, e quando vorrà proporre alle Suore di Santa Marta una preghiera mariana, non troverà di meglio che riprendere quella alla Madonna dell'Orto, da lui imparata e recitata all'ombra della cattedrale con i suoi giovani seminaristi.
Le cure pastorali del nuovo ufficio gli lasciavano molto tempo a disposizione, che poteva gestire liberamente. Occorreva però puntualità nelle celebrazioni in basilica e con il capitolo dei canonici, correttezza con i patroni. Preciso e con un grande senso del dovere, nei 26 anni del suo ufficio (1851-1877) non mancò mai alle sedute capitolari. Dai verbali risulta che neppure una seduta fu sospesa per la sua assenza, anzi, ogni volta ne sono riportati gli interventi con relativi suggerimenti e consigli, nonostante i molteplici impegni che aveva assunto appena ritornato a Genova. Aveva una cura tutta particolare per il decoro delle funzioni liturgiche, che voleva sempre con la solennità del caso, anche se ciò comportava fatica da parte sua e dei canonici.
Prima della fine del 1851 già gli venne offerta la possibilità di rientrare al Seminario Arcivescovile come insegnante nel corso teologico, allora diretto dal sacerdote Gaetano Alimonda, futuro arcivescovo di Torino. Infatti, mentre negli anni precedenti il cardinale Placido Maria Tadini aveva ottenuto dal re Carlo Alberto che i quattro professori della facoltà teologica presso la Regia Università di Genova, insegnassero anche ai chierici, avendo protestato nel 1848 perché sottratta alla loro supervisione, il Governo aveva richiamato i professori dal Seminario nel 1850. Gli insegnanti in questione erano i canonici Magnasco per la teologia speculativa e Bolasco per la teologia dogmatica, Balbi per la teologia morale e Oliva per la sacra scrittura(2)L. Sanguineti, Mons. Tomaso dei Marchesi Reggio. L'uomo e i suoi tempi, Pisa 1927 (d'ora in poi Sanguineti), p. 110.. Allora il vicario capitolare Giuseppe C. Ferrari vietò ai chierici di frequentare i corsi teologici all'università regia e nominò professori in seminario il canonico Morchio del Rimedio per la teologia dogmatica, e l'abate Tomaso Reggio(3) Archivio Curia Arcivescovile di Genova, Registro del Vicario Capitolare, n°443, 11/11/1851. per la teologia morale, sapendolo già sperimentato in tale materia. L'incarico gli fu riconfermato anche per l'anno accademico 1852-53 e don Reggio lo disimpegnò con la consueta diligenza. Gli capitò inoltre di supplire spesso i colleghi di dogmatica e di ermeneutica. Il Reggio inoltre, come dottore collegiato della facoltà teologica era ancora tenuto a frequentare l'Università e, in periodi diversi, supplì mons. Magnasco nell'insegnamento di teologia morale. Il 4 aprile 1861 entrò a far parte della commissione degli insegnamenti speciali e, dal 1863 al 1873 - anno in cui la facoltà teologica fu soppressa dal Governo -, tenne la cattedra di teologia morale quasi ininterrottamente. Dal 1860 al 1867 fu segretario del consiglio di facoltà, compito che esigeva la presenza a tutte le riunioni del corpo docente e la stesura dei relativi verbali. La stima di cui godeva da parte di tutti fece sì che il Governo gli affidasse la redazione di un progetto di riforma degli studi universitari, che raccogliesse le proposte di tutte le facoltà(4)Canonizationis Servi Dei Thomae Reggio, Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, vol. II, Roma 1991, pag. 124 (d'ora in poi Positio). Ebbe tra i suoi allievi il giovane Francesco Montebruno, allora alunno esterno del seminario, che gli rimase sempre affezionato: a lui l'abate rimase vicino anche con l'aiuto materiale e gli procurò pure l'appoggio di generosi benefattori per sostenere il nascente Istituto degli Artigianelli. All'inizio dell'anno scolastico 1853-54 l'abate Reggio lasciava la cattedra di Teologia morale in quanto il nuovo arcivescovo, mons. Andrea Charvaz, amico del conte Cibrario allora ministro della Pubblica Istruzione, poté facilmente ottenere per mezzo di lui che i quattro professori della facoltà teologica presso l'università tornassero a tenere in seminario le loro lezioni.
Non fu un periodo facile quello che l'abate Reggio visse sul colle di Carignano. A causa di una lite scoppiata tra le figlie del patrono che coinvolse anche i canonici, don Reggio dovette usare molta pazienza coniugata con altrettanta fermezza. Dopo la morte del marchese Costantino Sauli, in assenza di figli maschi, la primogenita Maria rivendicava solo a sé il patronato, mentre le due sorelle Bianca e Luisa, spalleggiate dai mariti e dai figli, volevano essere compatrone. In quella burrascosa stagione risultò difficile mantenere la regolarità delle funzioni e il decoro della chiesa: le prebende dei canonici spesso non venivano pagate e i restauri alla basilica e alle case canonicali restavano sospesi ed insoluti(5)Archivio Basilica S. Maria Assunta di Carignano, Libro del capitolo, verbali. Il lungo processo intentato presso il Tribunale Provinciale di Genova coinvolse suo malgrado l'abate Reggio, accusato di aver favorito la marchesa Maria, che peraltro era l'unica ad occuparsi delle spese riguardanti sia i restauri della basilica che delle retribuzioni per i canonici: esso si concluse nel 1857 con l'assegnazione del giuspatronato alla marchesa Maria e la condanna a pagare le spese del processo ai contendenti. Poiché tutti gli altari della basilica furono dotati di nuovi candelieri e di vari paramenti di notevole bellezza e mancando nei verbali la registrazione di spese ufficiali effettuate con donazioni patronali, si presume che il Reggio abbia attinto al suo patrimonio personale.
Uomo intelligente ed attento ai tempi, nella canonica aveva raccolto una ricca biblioteca, che diventò luogo di studio e di ritrovo degli esponenti più colti del clero: la frequentavano don Fortunato Vinelli - già suo alunno al seminario di Chiavari - e il canonico Antonio Campanella, poi priore del Carmine, don Giuseppe Como prevosto di Murta in seguito arcidiacono della metropolitana e il canonico Giuseppe Ramella, il canonico Luigi Merea del Rimedio e, più di tutti, il prevosto di San Siro mons. Gaetano Alimonda. Tra il 1853 e il 1856 l'Alimonda, dopo aver lasciato l'incarico di rettore del seminario di Genova, fu ospitato dal Reggio, che gli mise a disposizione la sua casa e il suo patrimonio librario; dovendo, nel 1877, trasferirsi a Ventimiglia, donò alla biblioteca Franzoniana la sua preziosa collezione patristica del Migne e le lasciò in deposito molti libri, che furono donati poi dagli eredi alla stessa biblioteca.
All'abate Reggio poi toccò, nel 1863, far parte di una commissione che era stata incaricata di costruire, con l'apporto personale di Pietro Gambaro prima e poi - a causa della sua morte sopravvenuta nel 1858 - con il relativo lascito, la prima chiesa dedicata in Genova all'Immacolata. Il Gambaro aveva preso l'iniziativa di innalzare un tempio all'Immacolata la sera stessa della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione da parte del papa Pio IX(6)Annuario Archidiocesi di Genova 1994, L. Alfonso (a cura di), Schede Storiche, . Fu una realizzazione difficile, per la continua necessità di ulteriori fondi e per l'opposizione fatta dal Comune, in quanto la chiesa monumentale avrebbe dovuto sorgere sulla centralissima via Assarotti. Per essa si impegnò con attività tenace ed insonne: si assunse tra l'altro, mentre era abate di Carignano, l'onere insieme ad altri tre genovesi, di acquistare il terreno a nome dei donatori. Per contribuire a raccogliere i fondi necessari, mons. Reggio si servì delle offerte che riceveva per la sua predicazione e contemporaneamente di una sottoscrizione aperta sullo Stendardo Cattolico, dalle cui colonne caldeggiò la collaborazione dei fedeli genovesi. Quando la chiesa fu finalmente ultimata ed il Reggio era già da tre anni vescovo di Ventimiglia, essa fu ceduta, con un atto di finta vendita, all'arcivescovo di Genova pro tempore.
Conoscitore ed amico di santi, ebbe anche la fortuna e la gioia di ricevere nella casa abbaziale Francesco Maria da Camporosso, il cappuccino Padre Santo, che settimanalmente saliva alla basilica per la questua. Sarà tra i primi a scrivere una lettera postulatoria per l'introduzione della causa di beatificazione.
La sua abitazione era aperta anche ai laici - cosa non propriamente abituale ai suoi tempi -, esponenti della parte più sensibile alle istanze del movimento cattolico di pensiero e di azione. Tra loro l'archivista Cornelio Desimoni, che fu per molti anni Ufficiale del Regio Archivio di Stato. Ma, per ascoltarli e facilitarne la crescita, essendo a sua volta arricchito dai loro contributi culturali, li incontrava non solo a Carignano, ma partecipava alle loro riunioni in casa dell'Alimonda - il suo amico più caro - o altrove. Con loro discuteva di attualità e del nuovo che stava nascendo, in Italia e nella Chiesa. In una sorta di vero cenacolo intellettuale, si vagliavano gli argomenti oggetto di accese polemiche, e ogni volta se ne ritrovava la eco sulla stampa cattolica, nata in quel periodo. D'estate le conversazioni e gli incontri sospesi a Genova almeno in parte si ricomponevano a Gavi, dove il Reggio aveva una bella tenuta di famiglia. Don Como qui aveva la sua abitazione estiva e l'Alimonda andava con lui. Gli amici rimasti all'ombra della Lanterna andavano sovente a raggiungerlo e a godere della sua calda ospitalità Intratteneva pure ottimi rapporti con i sacerdoti del luogo, una quindicina. Un amanuense dell'Alimonda, che lo accompagnava sempre, di quelle stagioni serene scrisse: "Con i sacerdoti gavesi l'Abate Reggio era familiare come un fratello, specialmente con l'Alimonda suo coetaneo e con il canonico Vinelli che era il più brillante della compagnia e sempre trovava qualche burletta per tenere il buon umore tra quei degni ecclesiastici. Era tra loro tanta dimestichezza, bontà ed intelligenza, che ben pareva volessero mettere in pratica il 'servite Domino in laetitia'"(7). Erano frequenti le loro gite nei dintorni, specialmente a Mornese, dove per la festa di San Nicola i tre amici erano sempre ingaggiati: l'Alimonda improvvisava il panegirico, l'abate Reggio pontificava con le sue insegne e il Vinelli fungeva da assistente.
Una parte del suo tempo venne assorbita dall'attività di oratore e di panegirista. Spesso, per mandato dell'arcivescovo, predicava ai seminaristi e ai sacerdoti sia corsi di Esercizi spirituali che in occasione di solennità, e teneva conferenze morali e religiose delle quali si conserva traccia nelle sue carte.
L'abate Reggio svolse un apostolato quanto mai attivo, delicato e nascosto come membro della Confraternita di Santa Sabina - presso l'omonimo oratorio, uno dei più antichi di Genova - , e di quella di San Donato.
Direttore spirituale di diverse comunità religiose femminili - sia di vita attiva che contemplativa - in Genova, era di frequente invitato per la formazione da molte pie associazioni, tra le quali va in particolare ricordata la Congregazione degli Operai Evangelici fondati dall'abate Gerolamo Franzoni, che aveva per scopo la formazione apostolica del giovane clero in vista della catechesi al popolo, specialmente con il catechismo ai fanciulli e agli adulti. Fervido Operaio egli stesso, poiché i numerosi mendicanti si vergognavano a partecipare alle istruzioni del giorno, nel 1863 si assunse il compito del catechismo notturno, nelle primissime ore del mattino, nell'oratorio della Madre di Dio, opera che continuò fino alla nomina a Vescovo di Ventimiglia. Della Congregazione fu anche Direttore e Consultore. Negli anni dal 1873 al 1876, mons. Reggio durante le riunioni periodiche dei suoi confratelli tenne loro diverse conferenze: "le esortazioni rivolte a questi sacerdoti sono fra le più belle e profonde che il Servo di Dio ebbe a rivolgere ad altri ecclesiastici"(8)Positio, p.134. Volle essere Confratello di San Vincenzo, convinto sostenitore dell'apostolato dei laici; venne nominato giudice prosinodale fin dall'ottobre 1851 e dal 1873 anche esaminatore del clero.
Fece parte inoltre della Pia Associazione per la conservazione e l'incremento della Fede e la diffusione dei buoni libri - sorta a Genova nel 1852 soprattutto ad opera del Reggio - che in seguito si fuse con l'Associazione di San Francesco di Sales. Anche questa mirava a far crescere l'autocoscienza credente mediante l'istruzione religiosa e la pietà popolare, la pubblicazione di testi che le favorissero, l'adorazione perpetua al SS. Sacramento, i ritiri spirituali per la prima Comunione, ed altre opere per incrementare il bene spirituale e morale del prossimo. Per vari anni fu vice Direttore del Consiglio Diocesano, fino al 1877.
Per circa otto anni il Reggio fu fedele assistente della Pia Associazione delle signore cattoliche, che riuniva le signore della nobiltà e della borghesia genovese. Le parole loro rivolte sono fra le più interessanti ed originali della sua molteplice predicazione e rivelano l'importanza che attribuiva al ruolo dei laici nella Chiesa e nella famiglia, e quanto stimasse la donna - buon conoscitore della sua psicologia e delle sue possibilità -, in una società ancora chiusissima nei riguardi dell'emancipazione femminile.
Quasi a coronamento di tutte queste opere, scaturì l'idea di fondare, nel 1854 - con il canonico Salvatore Magnasco e il priore don Giuseppe Frassinetti - la Società Operaia Cattolica di San Giovanni Battista, primogenita nel suo genere in Italia. Portò il suo contributo di scienza e di incoraggiamento anche all'Associazione fra le Signore Cattoliche, dedita alle ragazze del ceto popolare, di cui era animatrice e guida la marchesa Eugenia Pallavicini, anticipatrice dell'apostolato e delle sue espressioni caritative di altre organizzazioni cattoliche femminili italiane. Animò anche i giovani genovesi che frequentarono in quegli anni il Circolo "Beato Carlo Spinola", facendone di fatto un precursore dello stile dell'azione cattolica.
Fin dal primo anno del suo sacerdozio si iscrisse alla Congregazione dei Missionari Rurali, e apparteneva pure alla Congregazione dei Missionari di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, istituita a Chiavari dal Gianelli: finché rimase in quel seminario ne fu uno dei principali promotori, e predicò in molti Esercizi e parecchie Missioni. Rientrato a Genova, fu attivissimo nei Missionari Rurali, e presto fu investito delle più alte cariche: vi fu superiore generale nel 1855, '63, '64 e '70. Dalle Relazioni stese dal Reggio dopo ogni Missione, emerge l'elasticità con cui adattava le regole alle esigenze particolari di quella popolazione.
Non sono state conservate le lettere di direzione spirituale, ma il loro tenore e spessore si può in parte arguire da quelle che inviò alle Suore di S. Marta da lui fondate. Molte ore di ogni sua giornata furono dedicate alla confessione e ai colloqui spirituali delle Religiose. Ma la sua passione evangelica lo avvicinò contemporaneamente ai carcerati e alle loro famiglie: si iscrisse alla Veneranda Compagnia di Misericordia il 13 gennaio 1851, e ne fu Rettore nel biennio 1855-56. Durante la sua direzione ebbe luogo a Genova l'ultima esecuzione capitale, il 3 aprile 1855 e ne fu vittima un condannato per omicidio. Fu Tommaso Reggio ad essergli accanto, nel delicatissimo compito di prepararlo a quel momento, e lo fece "ispirandogli sentimenti di rassegnazione, di pentimento e di speranza"(9)Archivio Veneranda Compagnia di Misericordia, Verbale del consiglio particolare del 10 dic. 1855, in Sanguineti, o.c., p.155.. L'esecuzione avvenne al Molo Vecchio e per quella occasione i Confratelli che accompagnarono il Reggio raccolsero tra loro 300,20 lire, in parte devolute per la celebrazione di Messe di suffragio e in parte date quale sussidio per una sua figlia, rimasta in miseria.
Un frutto ancora del suo ministero genovese fu il contributo dato - attraverso la cura spirituale a Teresa Solari - alla Piccola Casa della Divina Provvidenza per le Orfanelle - fondata da Teresa insieme ad Antonietta Cervetto a Genova in quel periodo per le bambine orfane e abbandonate, com' esse erano state, con grande loro sofferenza. Il Reggio abbozzò personalmente e coraggiosamente le Regole delle Figlie della Provvidenza: vita comune sulla base di un appello interiore alla donazione di sé, senza voti, senza clausura e senza abito religioso. Un piccolo miracolo di modernità in anticipo sui tempi, e sulle aperture consacrate dal concilio Vaticano II.
Genova, sempre sensibilissima alle istanze sociali e caritative, ebbe nell'abate Tomaso Reggio - anche per questa sua insonne intelligente attività -, un esponente di tutto rilievo.

Note

1 Cfr. A. Bori, L'apostolo della Corsica e la basilica dei Sauli in Genova, Recco 1905, p. 116.
2 L. Sanguineti, Mons. Tomaso dei Marchesi Reggio. L'uomo e i suoi tempi, Pisa 1927 (d'ora in poi Sanguineti), p. 110.
3 Archivio Curia Arcivescovile di Genova, Registro del Vicario Capitolare, n°443, 11/11/1851.
4 Canonizationis Servi Dei Thomae Reggio, Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, vol. II, Roma 1991, pag. 124 (d'ora in poi Positio).
5 Archivio Basilica S. Maria Assunta di Carignano, Libro del capitolo, verbali 17/09/1855; 04/11/ 1856; 23/05/1857.
6 Annuario Archidiocesi di Genova 1994, L. Alfonso (a cura di), Schede Storiche, p. 61. 7 Sanguineti, o.c., 114.
8 Positio, p.134.
9 Archivio Veneranda Compagnia di Misericordia, Verbale del consiglio particolare del 10 dic. 1855, in Sanguineti, o.c., p.155.

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