Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - GIOVANNI B. VARNIER

Aprile - Giugno - Anno XLII

L'"autentico capolavoro"
di Monsignor Reggio
di Giovanni B. Varnier

A Giovanni Semeria, il sacerdote caro a generazioni di genovesi e che più di ogni altro, attraverso la carità e l'impegno intellettuale mantenne i legami tra la borghesia colta e la Chiesa, venne affidato di commemorare a Genova l'arcivescovo Tommaso Reggio.

Era il 13 dicembre 1901 e in quella occasione l'intrepido barnabita definì l'episcopato genovese come I' "autentico capolavoro" del Reggio. Una affermazione, che allora poté sembrare soltanto un'immagine retorica e che, ad un secolo di distanza e dopo le ricerche esperite al fine della causa di canonizzazione del servo di Dio, trova conferma in sede storica.
Come sappiamo, questi nel 1892, dopo un quindicennio di permanenza alla guida della diocesi di Ventimiglia, venne traslato, ormai settantaquattrenne (un'età che vede oggi i vescovi, a causa di una norma che non ha fondamento nella tradizione della Chiesa, prepararsi a lasciare la loro cattedra) alla sede arcivescovile di Genova. Erano in preparazione le feste colombiane a cui partecipava anche la Chiesa con un'esposizione sulle missioni cattoliche americane e vi era quindi l'esigenza che essa fosse opportunamente rappresentata. Ciò non spiega la ragione per la quale la scelta della Santa Sede cadde sull'anziano presule, che già nel 1885, in occasione di una visita ad limina, aveva chiesto al pontefice di venire alleggerito dalle responsabilità episcopali, temendo per l'avanzare dell'età di non essere più in grado di far fronte alle esigenze di governo.

Il superamento dell'intransigentismo

Nel capoluogo ligure, l'incontro tra cattolici e laici sul terreno del moderatismo, pur trovando un terreno propizio, risultava frenato dalle posizioni assunte dall'arcivescovo Salvatore Magnasco (1806-1892), schierato in una difesa ad oltranza del temporalismo pontificio. Tuttavia, era forte la volontà di sanare i contrasti e di qui trae motivo la scelta di un presule come Reggio che, proprio alla guida della diocesi di Genova, poté completare quel disegno di incontro tra società civile e società religiosa che improntò tutta la sua azione e fare dell'episcopato genovese il suo capolavoro.
Per quanto le circostanze fossero difficili, diversi gli ambienti: Chiavari-Genova-Ventimiglia e assai lungo l'arco temporale nel quale ebbe ad operare (dagli entusiasmi neoguelfi ai funerali di Umberto I), egli fu esponente di un cattolicesimo che mai si estraniò dalla società civile, trovando una linea di equilibrio che gli impedì di cadere in quegli eccessi che da un lato travolsero anche il seminario di Genova in occasione della visita del Gioberti (1848) e dall'altro videro l'allontanamento dalla sede del Magnasco (1879) per non incontrare i sovrani in visita al capoluogo ligure.
Dal nuovo presule i genovesi si aspettavano un incoraggiamento a quel dialogo teso a colmare le lacune e ad avvicinare la Chiesa alla società civile e le attese non andarono deluse. Egli non vide nella società due mondi separati, uno del bene e l'altro del male, ma ebbe una visione unitaria e l'abbandono dell'intransigentismo si espresse con prese di posizione pubbliche e chiaramente manifeste sui problemi allora di attualità: la necessità per i cattolici di partecipare alle elezioni politiche, superando l'astensionismo dovuto alla questione romana e la rappresentanza unitaria del movimento cattolico, colmando le divisioni tra intransigenti e conciliatoristi.

Azione politica e azione pastorale

Partendo da una completa fedeltà al pontefice, il Nostro intuì che, una volta riaffermate le posizioni di diritto, alla lunga il non expedit si sarebbe rivelato uno strumento di sterile protesta. Quindi egli auspicò che il voto cattolico dovesse essere espresso per contrastare gli anticlericali e non lasciare completamente il parlamento in mano alle forze nemiche della Chiesa. Si trattava di adeguare la società religiosa a quella civile sul piano della partecipazione alla politica, per frenare le azioni contro le libertà religiose e per dare un assetto più rispondente a giustizia alla questione sociale. Solo più tardi, quando fu promulgato il decreto del non expedit, sospese ogni attività in questa direzione. Ciò segnò soltanto l'inizio di un periodo di riflessione che doveva condurre ad un nuovo intervento, questa volta per una decisa presenza nelle competizioni amministrative. Infatti, sarà proprio durante il suo episcopato genovese che i cattolici riuscirono nel 1895 a ottenere la maggioranza in consiglio municipale e reggere l'amministrazione fino alle elezioni del 1899. Per raggiungere questo traguardo il locale movimento cattolico dovette dimenticare le polemiche interne e integrarsi nella vita sociale e politica della città.
Su tutto pesava la questione romana, che aveva reso difficile il governo di un arcivescovo intransigente ma di profonda spiritualità come il Magnasco. A questo proposito, il Reggio riconobbe l'urgenza di un accordo tra Stato e Chiesa nell' interesse stesso degli italiani che desideravano essere nel contempo leali cittadini e buoni fedeli. In anni di dilaceramento egli intravvide la linea di soluzione e in una pastorale scritta come vescovo di Ventimiglia, dichiarò ufficialmente che "La società civile e la Chiesa hanno due fini diversi, però non devono escludersi o opporsi a vicenda". In altro scritto auspicò che si potesse "giungere ad un accordo avente per base il riconoscimento, di diritto e di fatto, al Papa di una vera e propria sovranità con tutte le prerogative annesse e connesse, e la possibilità di esercitarla nella più completa indipendenza"; mentre in un manoscritto non firmato e non datato, probabilmente risalente al 1888, si spinse ad affermare che "Risalendo la storia dei tempi passati è impossibile non rilevare che la temporale potenza dei papi è in ragione inversa del potere spirituale e del lustro della Chiesa".

Il giornalismo cattolico

Il Reggio tenne incarichi dì responsabilità nel giornalismo cattolico genovese per oltre un ventennio continuando a sostenerlo come vescovo di Ventimiglia e arcivescovo di Genova. Attraverso la stampa partecipò alla vita religiosa, culturale e politica della città e il suo nome divenne noto in tutta Italia, tanto da poter poi affermare in una lettera pastorale del 20 luglio 1892, riferendosi a quel periodo di intensa attività giornalistica: "Non estraneo alla odierna politica, nelle lotte della stampa io levai alta la bandiera della verità". Intravvide la possibilità di azione in un campo allora d'avanguardia, concependo il giornale non soltanto come foglio formativo ma come strumento propositivo per propugnare i diritti della Chiesa. In particolare, mentre egli era ancora rettore del seminario di Chiavari, fu tra i fondatori, insieme al futuro cardinale Alimonda, del foglio L'armonia della religione colla civiltà. Trasferitasi quasi subito a Torino la redazione del periodico, che affidato alla guida di don Giacomo Margotti assunse una impronta intransigente, il Reggio fu tra coloro che si adoperarono per la nascita nel capoluogo ligure dei quotidiano Il Cattolico di Genova (1849). Il giornale raggiunse una buona diffusione e successivamente si chiamò ll Cattolico (1851) e infine Stendardo Cattolico (1861).
Se non è facile precisare la posizione del Reggio nella redazione del foglio Il Cattolico, non ci sono problemi per quanto riguarda lo Stendardo Cattolico, soprattutto dopo il 1863, quando il quotidiano fu tutto nelle sue mani. La linea politica del giornale subiva una graduale evoluzione verso posizioni di maggior conciliatorismo, aspetto questo che fu riconosciuto anche dalla stampa avversa, specialmente nel marzo 1874 in occasione della fine dello Stendardo Cattolico. Fine che si ebbe per due fattori concomitanti: il prevalere, dopo il 1870, di una linea intransigente non condivisa dal presule, che pertanto preferì ritirarsi dall'impegno giornalistico e la nascita nel 1873 del nuovo quotidiano cattolico Il Cittadino, voluto dall'arcivescovo Magnasco.

Un modello di santità sociale

Il nuovo beato non ebbe agli occhi dei contemporanei quegli atteggiamenti da asceta che i fedeli sono soliti attendersi da chi ritengono santo. La sua figura non risponde ad un tradizionale stereotipo di devozione popolare, ma ad un modello di quella santità sociale, fatta di contemplazione e di azione che ha segnato la storia della Chiesa nei secoli XIX e XX. Una santità, in linea con l'azione pastorale dell'attuale pontefice che promuove all'elevazione degli altari fondatori e fondatrici di congregazioni religiose anche se si tratta di figure di santi e di beati poco noti nella Chiesa universale e con un impatto devozionale circoscritto in ambito locale, ma sempre esempi vicini di intercessori che possono indicare ai fedeli che la strada della santità è la vocazione dei battezzati.

Cristiano e italiano

Come scrisse di lui, nel cinquantesimo della morte, il cardinale Giuseppe Siri "Dopo la caduta di Roma, prima ancora che si delineasse la questione romana, si era creata una divisione delle coscienze: la coscienza, che era cristiana, non voleva cessare di essere italiana e quella italiana non voleva rinunciare ai principi cristiani.
Mons. Reggio sosteneva la necessità per i cattolici italiani di non esentarsi dalla vita politica... Spirito equilibrato, che mentre sente la necessità di una affermazione per la Chiesa, sente anche un bisogno di vita per l'Italia. In questo egli precorre i tempi.
Poi vennero i tempi, nei quali, per opportuna strategia, si ritenne di dover proibire l'intervento dei Cattolici alle urne ed egli con spirito sereno si sottomise.
Anima superiore, aperta, comprendeva che i ponti, anche nella difesa, non devono essere tagliati, perché può essere più eroico saper sorridere e pazientare che opporsi energicamente".
Per aver favorito il collegamento tra società religiosa e quella civile, superando le lacerazioni risorgimentali ed estendendo il riconoscimento dello Stato unitario, il presule genovese merita di essere ricordato come una delle più significative personalità espresse dall'episcopato italiano nella seconda metà del XIX secolo. Inoltre, prevalentemente per aver fondato una attiva congregazione religiosa la Chiesa universale lo annovera nel registro dei beati. Questi due elementi non sono disgiunti e valgono ancora una volta le parole del Semeria, che in un articolo commemorativo apparso nel 1901 nella Rassegna Nazionale e firmato con lo pseudonimo Vox, ce ne presenta una visione unitaria: "In altri tempi sarebbe stato insignito della porpora che gli meritavano la santità immacolata della vita sacerdotale, la prudenza mostrata nel governo di più Diocesi, la dottrina teologica e giuridica. Ma per una parte fu troppo cristiano, per l'altra fu troppo italiano. Fu un uomo intero, non dissimulatore, non cortigiano; fu un valore, quindi nel mondo officiale fu tollerato. La venerazione affettuosa, spontanea, vera del mondo vero, quello non officiale, lo compensò a usura".

Nota bibliografica

Come molte figure del cattolicesimo ligure Tommaso Reggio non è stato fino ad ora collocato in una adeguata posizione storica. Il suo primo e più completo biografo fu L. SANGUINETI, Mons. Tomaso dei marchesi Reggio arcivescovo di Genova. Fondatore delle Suore di Santa Marta. 1818-1901. L'uomo e i suoi tempi, Pisa, 1927; mentre la monografia di E.F. FALDI, Tommaso Reggio arcivescovo di Genova, Genova, s.d. (1971), ne àncora maggiormente la figura alla tradizione religiosa della diocesi genovese. In anni più recenti il merito di aver avviato a Genova la ricerca scientifica sul nuovo beato si deve a mons. Francesco Repetto, promotore della Fede, presso il tribunale ecclesiastico diocesano e alla cui memoria deve andare la nostra gratitudine. Le ricerche sono poi confluite nella Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, tre ampi volumi pubblicati a Roma tra il 1991 e il 1994. Si tratta di atti, che oltre alla biografia, contengono le testimonianze che hanno per tema la vita e la morte dei candidati agli onori degli altari, la cui consultazione incomincia a costituire un contributo per la storia della Chiesa, poiché lo sviluppo delle scienze storiche ha avuto riflessi nell'ambito della raccolta delle documentazioni, tanto che anche la storiografia laica si interessa a queste fonti. Infatti, la riforma canonica del 1983, se ha semplificato e quindi reso più celere il processo nelle fasi che regolano l'acquisizione delle testimonianze e delle prove e la discussione della eroicità delle virtù, parimenti ha elevato lo studio delle cause a livello critico, abbandonando la tradizione agiografica.

Sinodi di mons. Reggio

Il sinodo diocesano, solenne adunanza dei membri del clero (oggi anche dei laici) di una diocesi, è un istituto che risale ai primi secoli della storia della Chiesa e consiste essenzialmente in uno strumento di consultazione del vescovo per l'esame delle norme relative all'andamento della vita religiosa a livello locale. In antico ebbe anche funzioni giudiziarie e di riscossione dei tributi dovuti annualmente alla mensa vescovile. Tuttavia, almeno inizialmente il sinodo diocesano si risolse nella pubblicazione dei decreti dei concili provinciali in modo da farne osservare localmente le disposizioni. Progressivamente però venne accentuandosi, durante il sinodo, la riaffermazione degli atti e delle altre disposizioni vescovili, con la conferma, modifica o abrogazione delle precedenti norme del diritto canonico territoriale. Nella forma nella quale oggi lo conosciamo si delineò a partire dal IX secolo, mentre il nucleo normativo che lo concerne è rimasto sostanzialmente identico dal Concilio lateranense IV (1215) alla codificazione canonica del 1917. Il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì l'importanza dell'istituto sinodale, facendogli assumere -accanto a quelli tradizionali- lo scopo principale di applicazione territoriale della legislazione universale della Chiesa alle diverse esigenze pastorali e riaffermando per gli ordinari diocesani l'obbligo della celebrazione annuale. Essa, oltre ad essere indice della vitalità di una comunità locale, risponde alla soddisfazione di bisogni concreti e viene incontro alla necessità di collegamento che è sempre esistito nel cristianesimo. Inoltre il sinodo da strumento di riforma per pastori zelanti diventò anche una occasione per l'istruzione dei molti pievani, altrimenti tagliati fuori da ogni contatto. Solo più tardi la riunione sinodale, quasi una sorta di esercizi spirituali per il parroco, lascia il posto al libro del sinodo, inteso come un manuale di consultazione per i sacerdoti e una piccola enciclopedia pratica. Sempre però la celebrazione continuò ad essere indice dello zelo pastorale di un vescovo di modello tridentino.
Da queste considerazioni si può meglio capire l'importanza dei sinodi celebrati da mons. Reggio prima a Ventimiglia e poi a Genova. Questi sinodi, che appartengono tutti al modello post tridentino, collocano il presule fra i vescovi liguri dall'ottocento in poi come colui il quale celebrò più sinodi. Durante il suo episcopato egli ne indisse tre nella diocesi di Ventimiglia, rispettivamente nel 1881, 1886, 1891 e uno in quella di Genova nel 1896, che non vedeva una riunione sinodale dal 1838. I relativi atti furono tutti pubblicati a stampa. Anche da un loro esame sommario non può sfuggire l'importanza del loro contenuto e lo zelo del vescovo legislatore e questo impegno non è privo di significato, perché sinodi e visite pastorali sono un elemento di prova della cura del governo della diocesi.

Oggi i sinodi diocesani costituiscono una fonte per lo studio delle istituzioni ecclesiastiche e della storia sociale e religiosa. Anche se ci troviamo in presenza di norme lontane nel tempo, ciò non appare sufficiente a giustificare il poco interesse che è riservato a questa documentazione. Pertanto i relativi documenti, ove possano essere reperiti, rappresentano una fonte di primaria importanza per accostarsi alla vita della Chiesa locale nella sua effettiva realtà. Indubbiamente nel passato questi studi furono trascurati per la difficoltà di reperire in modo agevole la relativa documentazione; di qui l'importanza di ricerche come quella relativa ai concili e sinodi liguri di epoca postridentina, condotta presso il Dipartimento di cultura giuridica dell'Università di Genova, al fine di riprodurre tutti i concili e i sinodi celebrati in Liguria dal Tridentino al Vaticano II, così da poter conoscere insieme al diritto canonico territoriale vigente nella nostra regione anche gli usi, i costumi, l'ambiente morale, religioso e civile a cui i testi si riferiscono.

Top