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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - GIORGIO BASADONNA

Aprile - Giugno - Anno XLII

L'episcopato a Ventimiglia
Le "Suore di Santa Marta"
La sua spiritualità
di Giorgio Basadonna

"Qui sono mandato non ad altro fine se non che per additarvi il cielo pel quale siamo creati, per guidarvi al cielo, per non darmi pace sino a che mi sia concesso avviarvi - e tutti tutti mi fosse dato avviarvi! - nel cammino del cielo".

IL SUO EPISCOPATO A VENTIMIGLIA

Così il nuovo vescovo coadiutore di Ventimiglia si presenta al suo popolo il giorno di Pentecoste del 1877 mentre riapre al culto l'antica cattedrale finalmente restaurata. Tocca a lui compiere questo gesto solenne perché il vescovo Mons. Biale è impossibilitato per la malattia e l'età avanzata.
Pochi giorni dopo muore l'anziano vescovo e Mons. Reggio si insedia nella diocesi. Subito invia la sua prima lettera pastorale (Agosto 1877) in cui esprime il suo impegno episcopale.
La diocesi di Ventimiglia (80.000 abitanti) non è ricca e risente della poca salute del suo pastore negli ultimi anni. Lui stesso ne parla come di una "diocesi sterile, montuosa, povera senza alcuna opera di beneficienza, e fornita di benefici ecclesiastici che bastano a mala pena al magro sostentamento di un clero nella massima parte avanzato in età e impari al bisogno".
Data la povertà della popolazione, il numero di sacerdoti efficienti era esiguo: inoltre costretti a lavorare per mantenersi e non gravare sui fedeli, i preti non potevano dedicarsi a tempo pieno alle cure pastorali. L'età media era superiore ai sessant'anni.
Il Seminario risentiva di questa situazione, ospitava otto studenti, nessun insegnante, un solo prete in funzione di rettore, prefetto, economo: i locali erano fatiscenti senza nessuna entrata fissa.
Si capisce come uno dei primi pensieri del nuovo Vescovo fu il Seminario e il Clero.
Per il Seminario, oltre alla sua decisione di mettervi le "sue Suore", pensò di aprire il "Convitto Vescovile" destinato a giovani "costumati e studiosi" che avrebbero potuto frequentare "con profitto le scuole pubbliche ginnasiali" con l'assistenza di esperti sacerdoti. Fu un'idea provvidenziale che fece aumentare il numero dei ragazzi, nella speranza che "non mancheranno tra questi i chiamati al seminario, che è il primo mio intento". I convittori dovranno essere "giovanetti che diano una qualche speranza di poi vestire l'abito ecclesiastico". In realtà, da sette seminaristi dell'inizio, si arrivò a sessantasei, e ad aprire un Seminario minore a Triora.
Già come rettore del Seminario di Chiavari (1845-51) era molto realista e sapeva che non tutti sarebbero giunti al sacerdozio: ma così formava dei buoni cristiani che avessero una stima dello stato sacerdotale. Vuole perciò che ogni seminarista sia conosciuto, compreso, e aiutato a sviluppare le proprie doti, i "talenti" così da meglio servire il Signore e la gente.
Formazione spirituale, teologica, apertura alla realtà quotidiana, sono gli scopi che vengono codificati nella "Ratio Studiorum" da lui stesa per il suo Seminario indicando le varie discipline da studiare: logica metafisica, geometria, etica cristiana e diritto, logica dogmatica sacramentaria... Così il cammino di preparazione al sacerdozio offre sicure garanzie di un buon frutto.
Non mancano le preoccupazioni economiche: il Vescovo oltre a dare una parte dei suoi beni, non ha vergogna di farsi mendicante, mette da parte il pastorale, dice lui, per prendere il bastone del pellegrino.
L'amore per il clero lo porta subito a iniziare le "Visite Pastorali" nonostante difficoltà anche logistiche per le pessime condizioni delle strade: una volta rimase ferito per una caduta dalla carrozza procurata dal cavallo imbizzarrito.
Queste visite danno sia ai parroci che a lui stesso una idea concreta dello stato delle anime a lui affidate, e suggeriscono iniziative nuove. Nascono così alcune associazioni di laici per mantenere vivo il senso religioso: come ad esempio l'"Opera dei tabernacoli" per provvedere in modo dignitoso alle suppellettili delle chiese, le biblioteche parrocchiali per diffondere la stampa cristiana, la congregazione della dottrina cristiana (già sperimentata a Genova).
Corsi di Esercizi spirituali vengono da lui stesso predicati al suo clero: le tracce delle prediche conducono a riflettere sulla sublimità e la responsabilità della vocazione sacerdotale. Per tre volte convoca il Sinodo diocesano i cui temi si riferiscono alle precarie condizioni di vita della popolazione, al comportamento dignitoso del clero medesimo, all'insegnamento della dottrina cristiana, all'obbligo degli Esercizi spirituali per i sacerdoti e alla pulizia e al decoro delle chiese.
Di fronte alla stampa rivolta in gran parte contro la Chiesa e a sostenere condotte anticristiane, chiede ai preti in particolare di fuggire la stampa corrotta e di compiere scelte coraggiose nell'uso dei giornali.
"... Non s'abbia l'obbrobrio e il dolore di vederne di tali i quali pur la pretendono a cattolici, mostrano averne caro il nome, e si piacciono ogni giorno di scritti che istillano apertamente la incredulità e la indifferenza... uomini che ambiscono nome di assennati e onesti, e non isdegnano stupidi e inverecondi racconti e laidezze che non han nome...".
L'ardore pastorale del Vescovo di fronte ai pericoli e al dissolversi della vita di fede, cerca tutti i mezzi per offrire occasioni di forza per una fedeltà coraggiosa.
A San Remo viene istituita una "congregazione di giovanetti colla speranza che possa poi la medesima abbracciare ambo i sessi, ed estendersi ad altre località". è la congregazione dei Santi Angeli Custodi, con un programma molto denso e credo anche molto pretenzioso: se però Mons. Reggio l'aveva voluta sapeva di poterla sostenere con il coraggio che viene dalla fede.
Un altro segno della sua instancabile dedizione sono le lettere pastorali che ogni anno fanno riflettere e indicano nuove tappe per il cammino della diocesi. Basta ricordarne i titoli per vedere come l'attenzione del Vescovo fosse molto inserita nella vita quotidiana. "Siamo noi ancora cristiani?" "La fede fondamento della vita cristiana", "Gesù Cristo", "La Chiesa", "La Parola di Dio", "Il matrimonio cristiano", "La stampa", "Il catechismo".
La vita della diocesi conosce anche momenti tragici in cui lo spirito del Vescovo meglio si manifesta.
Il terribile terremoto del febbraio 1887 causa trecento morti, paesi interamente distrutti, e quindi miseria, malattie e necessità di ogni tipo. Appena conosciuta la disgrazia, Mons. Reggio volle recarsi personalmente a visitare i luoghi più colpiti e stare vicino alla gente così provata. Un giornale del luogo commenta così: "Monsignore quanto aveva con sé di denaro distribuì fino all'ultimo centesimo e promise maggiori aiuti. Fin dai primi giorni venne a consolare i suoi figli e a piangere con essi, recandosi dappertutto anche nei luoghi più pericolosi e più luridi: in quei giorni fece miracoli di carità correndo dall'uno all'altro paese. Malgrado la sua età avanzata in quella bolgia sapeva far scendere parole di cristiano conforto sulle disgraziate famiglie".
A Ventimiglia il Vescovo apre una cucina per i senza tetto e la affida alle Suore di Santa Marta che preparano ottanta pasti al giorno. Non mancò un orfanotrofio per orfanelle aperto sempre a Ventimiglia chiamato dapprima "Ospizio di San Giuseppe e della Misericordia" e poi detto "Ospizio Santa Marta", e sussiste ancora oggi col nome di Istituto di San Secondo.
Bisognava pensare anche ai ragazzi orfani e il Vescovo apre in San Remo un orfanotrofio maschile, la "Casa della Misericordia" per provvedere "di pane, lavoro e quel che più monta di educazione cristiana": qui apprendono alcuni mestieri in vista della loro sistemazione definitiva.
Un lavoro così vasto e profondo, una presenza così attiva e continua alla sua diocesi, cioè a tutte le sue componenti, avevano logorato le forze di Mons. Reggio: nella sua coscienza si rendeva conto che era necessario un pastore più giovane, quindi più pronto alle urgenze sempre crescenti, per questo chiede alla Santa Sede di essere esonerato dal governo pastorale. La risposta è invece l'invito a desistere da questa domanda "Considerato lo zelo con cui si adopera per il bene della sua diocesi". E nel 1892 verrà nominato Arcivescovo di Genova!

LE SUE "SUORE DI SANTA MARTA"

La figura di Mons. Tommaso Reggio è legata alle Suore di Santa Marta volute da lui, e da lui seguite con amore di padre che pretende una sempre maggiore coerenza con la loro consacrazione a Dio e il loro servizio generoso al prossimo.
Nel progetto della nuova famiglia religiosa, si rispecchia la sua personalità di uomo forte e leale, di cristiano tutto dedito alla sequela di Cristo, di prete e di vescovo speso nel servizio pastorale, nel bene della Chiesa e del mondo.
Tommaso Reggio non è un mistico che fonda una famiglia religiosa per realizzare un proprio sogno di intimità con Dio, ma è il Vescovo che, vedendo situazioni difficili e urgenze drammatiche, non può accontentarsi di esortazioni o di qualche episodio sporadico, ma vuole una risposta coraggiosa e continua, un coinvolgimento concreto, il lievito evangelico che fermenta e smuove la massa. Le Suore di Santa Marta nascono quasi spontaneamente nella sua mente di vescovo appena giunto a Ventimiglia, di fronte alla situazione deplorevole del Seminario. Accanto a una ristrutturazione materiale e culturale urge una presenza umile e silenziosa ma operosa e fattiva, una presenza di donne consacrate a Dio e attente ai bisogni quotidiani dei giovani che frequentano il Seminario. C'è bisogno di donne che sappiano accogliere e servire con la sensibilità e l'attenzione femminile, e creare una atmosfera religiosa indispensabile nel contesto della preparazione al sacerdozio. Essere a disposizione di un Seminario esige una profonda apertura al mistero di Dio, una condivisione del dono di sé, una esperienza di intimità con Dio e di comunione tra le persone. Dovranno essere come Santa Marta che accoglie il Signore e lo serve materialmente nella casa di Betania dove si può ascoltare la voce e l'insegnamento di Gesù. "Me le formerò io le Suore che mi vadano bene!" esclamò un giorno e si mise al lavoro con tanto impegno e generosità. Il 15 ottobre 1878 nasce il primo germoglio delle Suore che lui stesso chiamerà "Suore di Santa Marta". Come la "beata sorella di Lazzaro e Maria, Santa Marta ebbe non solamente la somma ventura di accogliere nella sua casa di Betania il Divin Redentore, ma quella altresì di adoperarsi colle sue mani a servire Gesù e a preparargli nell'umile servizio casalingo ogni cosa necessaria alla vita", così le Suore di Santa Marta si ispireranno a questa Santa nell'attuare tutta la loro esistenza. La sua esperienza come Rettore del Seminario a Chiavari, e la serietà del suo sacerdozio vissuto a Carignano, in una continua tensione di sintesi tra umano e divino, tra formazione e cultura, saranno fondamento per una nuova famiglia religiosa.
I tre consigli evangelici tradotti nei tre "voti" di povertà, castità e obbedienza che sono propri alla vita consacrata, diventano per le Suore di Santa Marta il modo per attuare la loro caratteristica ed essere sempre meglio disponibili alla accoglienza di Gesù in una donazione totale a lui. Agli inizi del 1879, al Convegno ligure dell'Opera dei Congressi, lui stesso le presenta così: "Nuovo il nome, nuova la istituzione. Un tentativo, o Signori, un mio audace tentativo, affine di dare ai Seminari ed al clero buone Marie somiglianti a quelle, onde ci parla il Vangelo, che servivano a Gesù e agli Apostoli".
Alla prima destinazione nel Seminario di Ventimiglia, succedono altre, come risposta a situazioni drammatiche che non possono essere disattese da chi vuole servire il Signore.
Il colera scoppia in Liguria, e le Suore vengono mandate in un paese presso la frontiera francese, Latte, nel luglio 1884, per curare i colpiti dalla epidemia. Tre anni dopo, un tremendo terremoto sconvolge e distrugge paesi liguri nella regione occidentale e il Vescovo di Ventimiglia non solo organizza i soccorsi, ma manda le sue Suore che impegnano tutte le loro forze per alleviare i sinistrati e risolvere i disagi più gravi. Come dice lui stesso nella "Regola di vita" pensata per loro, le Suore "voleranno in aiuto alla indigenza" senza risparmiare nessun sacrificio.
L'accoglienza, caratteristica di queste Suore, comprende ed esige tanti atteggiamenti: dall'ospitalità al conforto, dall'insegnamento alla educazione e formazione, dalla presenza negli ospedali alle visite infermieristiche nelle case, dalla comunione di fede e di preghiera alla attenzione fraterna a chi non condivide la medesima fede. Sempre, è l'espressione di un animo aperto al Signore che viene e vive sotto le apparenze più disparate: perciò è necessaria anche una "competenza" che bisogna acquisire e obbliga le Suore a una formazione umana e professionale per i vari compiti a cui sono chiamate.
L'idea di Tommaso Reggio era quella di rinnovare nel mondo un'oasi di accoglienza, di servizio, di fratellanza: pensa perciò di costituire tante case che siano una "Betania" sempre aperta per accogliere ogni persona, per amarla, capirla, accettarla, servirla con l'amore che viene da Dio e a lui ritorna nella persona dei suoi figli. Di fatto, da Ventimiglia la famiglia religiosa si allarga all'Italia e cresce e arriva in Libano, in America Latina, in India: dappertutto è lo spirito evangelico che vuole fecondare il mondo e creare la gioia di una accoglienza generosa come a Betania.
Questa provvidenziale apertura a regioni e culture diverse, a civiltà lontane dal criterio latino, mentre già afferma una disponibilità alle ispirazioni dello Spirito che "soffia dove vuole" richiede anche che l'animo di ogni Suora si apra a tutte le direzioni accogliendo e confrontandosi con spiritualità e tradizioni che provocano nuovi atteggiamenti di fede e di opere.
Tommaso Reggio non si accontenta di considerazioni teoriche, e vuole che le sue Suore realizzino una presenza concreta, affascinante di Gesù accolto con amore: perciò descrive anche l'atteggiamento esteriore che deve rivelare l'animo della Suora.
"La vera religiosa di Santa Marta deve essere un'anima forte, morta a se medesima ma vivente di luce, di giustizia, di verità e di virtù virile. Il suo eroismo non deve essere disgiunto da una soave semplicità. Essa vive con vero gaudio nel cuore luminosamente riflesso nel volto" anche quando l'interno è sbattuto dalla tempesta e l'animo è "angosciato da un intenso dolore". E aggiunge: "La gioia del Paradiso vi irraggia la fronte e rivela il trionfo e tradisce il segreto di un cuore beato nel possedimento di Dio. Quanto è bella e grande la felicità di una religiosa osservante! La gioia che trabocca dall'anima, lo stesso aspetto vostro che parla sì eloquente, rivela un mistero, scopre un segreto di angelica compiacenza che voi stesse e gli altri fa consapevoli di una dignità nuova e di una gloria che vi solleva al di sopra di tutte le cose create".

LA SUA SPIRITUALITA'

La spiritualità di una persona è un po' il segreto filo conduttore della sua esistenza, è la visione di sé e della propria presenza nel mondo che ne genera le scelte più decisive come anche lo stile quotidiano.
Guardando l'uomo Tommaso Reggio, la sua vita sacerdotale e poi episcopale, si possono trovare alcune linee di fondo che lungo gli anni hanno disegnato la sua fisionomia interiore ed esteriore.
Tommaso Reggio è un uomo leale con sé e con gli altri, senza chiusure né distanze da ogni suo simile, uomo forte e generoso pronto a spendere fino in fondo le sue energie, un cristiano seguace di Cristo e del suo vangelo.
Fin da quando era Vicerettore al Seminario di Genova (i primi anni del suo sacerdozio) pensava che educare vuol dire condividere, convivere, fare storia con i ragazzi e quindi renderli responsabili. Non perdeva occasione per stare con loro e seguirli in prima persona: anzi consentiva ai seminaristi visite frequenti alle famiglie, uscite per le commissioni, spazi per la musica e il canto, iniziative allora rivoluzionarie nel clima rigoroso della vita nei Seminari.
Anche da vescovo partecipava alle ricreazioni dei seminaristi, tutti amava teneramente ma soprattutto i più poveri e i meno dotati che incontravano difficoltà negli studi ma presentavano sicuri segni di vocazione al sacerdozio: invece era severo e intransigente nei confronti di chi cercava la "carriera ecclesiastica". Mi pare emblematico il suo discorso ai seminaristi al loro rientro in seminario: ripete loro la dura domanda di San Bernardo ai monaci: "Ad quid venisti?" perché sei venuto? e risponde elencando i doveri che conducono a "a menar vita di consacrato al Signore, dispogliar le fralezze di mia umanità per cimentarmi a riuscire degno campione di Cristo". D'estate ospitava nella sua residenza come segretari i seminaristi che avevano qualche problema, impartiva lezioni private a chi ne aveva bisogno, si dilungava in colloqui individuali con gli indecisi che avevano perplessità nell'avventurarsi in una vita tanto impegnativa. Così si capisce il suo modo di essere vescovo come uomo, come cittadino, come persona coinvolta con la realtà quotidiana, facile o difficile e spesso anche drammatica.
Eccolo darsi a tutti nell'occasione del terremoto senza badare a sacrifici di ogni genere, seguire minuziosamente il divenire delle Suore da lui fondate, ed essere attento a ogni forma di novità. Quale è il segreto di una vita così febbrile, così attenta alla storia, così spesa pienamente nel servizio di tutti, e così permeata di sapienza evangelica?
Quale è il segreto della "attualità" che notiamo ancora oggi, nel suo impegno pastorale? Uomo di cultura, pienamente inserito nella vita e nella tradizione ecclesiastica, uomo profondamente segnato dalla sua dignità e responsabilità sacerdotale e poi episcopale che in qualche modo lo separava dal mondo, eppure - o forse proprio per questo - uomo interpellato dalla logica delle cose, provocato e messo in questione dalla realtà concreta, dalle urgenze, dalle attese come anche dagli errori, dalla ignoranza e dalla incoscienza delle persone e della società del suo tempo. Questo è Tommaso Reggio in tutto il suo percorso umano. Così con tanta naturalezza e semplicità prende le sue decisioni: le sue scelte, le sue proposte, le sue iniziative pur essendo nuove e spesso anche rischiose appaiono oggi del tutto ovvie e intonate con il nostro stesso tempo.
Ma, non si capirebbe tutta l'azione sacerdotale ed episcopale di Tommaso Reggio se non si scoprissero due elementi fondamentali della sua spiritualità: la preghiera e la penitenza. Conosciamo numerosi suoi discorsi sulla preghiera, ma è la sua stessa vita che è intessuta di preghiera in un crescendo di intimità con il Signore. Quando il lavoro si fa più intenso, come Abate a Carignano e poi come vescovo, e invade tutta la giornata, la notte diventa il tempo della sua preghiera: erano preghiere unite a forme di penitenza, era il suo atteggiamento di "scolaro" dell'unico Maestro. Bisognerebbe ricordare anche la sua insistenza perché la preghiera, la liturgia, anche lo stile delle chiese potesse meglio esprimere il rispetto dovuto a Dio. Sempre la vita di Tommaso Reggio è stata accompagnata e animata da un profondo e deciso senso di penitenza. In questo era maestro sia per la straordinarietà del suo mortificarsi, sia per l'equilibrio con cui invitava gli altri: sempre metteva in guardia da arbitrarietà ed esagerazioni che rendessero la penitenza quasi una sfida a se stessi. Sappiamo che con se stesso non risparmiava persino le forme più dure, e oggi possiamo conoscere gli strumenti che usava nel modo più discreto. C'è da meravigliarsi nel pensare che questa regola di vita lo ha accompagnato sempre, anche nei suoi ultimi anni.
è il suo modo di intendere il sacerdozio, il servizio per il regno di Dio, la risposta totale al dono totale ricevuto indegnamente da Dio, è la sua "giovinezza" che perdura e cresce nell'abbandonarsi alla volontà divina, quasi a entrare già nella eternità stessa di Dio. Questa spiritualità così granitica e soprannaturale si radica nella natura umana alla quale chiede di essere fedele a se stessa nella pienezza delle sue possibilità, e offre spazi e prospettive sempre più ampie.
"Il Signore non ama e non aiuta le mezze volontà, le volontà incerte e titubanti". Perciò invita tutti a una fiduciosa apertura al mistero di Dio.
"Torniamo a Dio nell'arte, cercando il bello vero che si rivela nello studio della natura e di Dio che ne è l'autore e trasfonde un raggio della bellezza nelle creature.
Torniamo a Dio nella coscienza pubblica e privata: senza Dio non prospera né vive popolo, nazione o società". In questa visione del mondo, il suo mondo di ieri come anche il nostro mondo di oggi, il compito del clero diviene più arduo ed esige perciò una formazione severa e coraggiosa. "Il clero che fu in altri tempi cultore e custode del sapere umano, non può e non deve rimanere al di sotto del laicato. Non tutti possono o sono chiamati a essere dottori: è però necessario che non manchi alla Chiesa una schiera di sacerdoti ben preparati che sappiano difendere i diritti della Chiesa, veramente versati nelle scienze e possibilmente idonei a intendere ogni altra disciplina umana".
Quasi tutta la sua vita fu spesa per il clero, per renderlo più pronto e più adeguato al suo servizio, occasione per tutti non di inciampo ma di incontro con Dio.
Tommaso Reggio offre ai cristiani di oggi la sua tempra leale e coerente, la sua fede illuminata ed esigente, il suo coraggio nel difendere la giustizia e la verità, l'attenzione ai più deboli. è il valore di una persona da cui traspariva, al di là della severità propria del compito formidabile di educatore e di vescovo, una bontà e una tenerezza paterna, espressione di umiltà e dedizione totale, vissuta nella gioia del servizio a Gesù.

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