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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 2/2000 - SPECIALE TOMMASO REGGIO - CLAUDIO DOGLIO

Aprile - Giugno - Anno XLII

Un grande predicatore
di Claudio Doglio

Un grande predicatore. Così sicuramente l'hanno conosciuto i suoi contemporanei. Un uomo capace di parlare, un oratore che si faceva ascoltare volentieri: un prete convinto di quel che diceva, entusiasta della sua fede e, proprio per questo, capace di trascinare gli altri e di trasmettere il suo entusiasmo.

Nei sessant'anni del suo ministero, di prediche ne ha fatte proprio tante. E, per fortuna, moltissime le ha messe per iscritto: quindi ci sono state conservate. Dato, però, che i registratori non li avevano ancora inventati, il suo tono di voce ed il modo di parlare ce li dobbiamo solo immaginare. Ma, leggendo con attenzione e simpatia, magari anche con un po' di difficoltà, i suoi manoscritti, si può riconoscere facilmente in lui un esperto conoscitore dei procedimenti della retorica classica, che sa costruire bene ogni suo discorso e distribuire la giusta enfasi nel corso dell'esposizione, dando particolare rilievo a ciò che gli sta più a cuore.
E come avveniva per l'ascoltatore di allora, così anche il lettore di oggi si rende conto immediatamente che quella bocca parla di ciò che ha pieno il cuore e con la testa abilmente dispone le parole e gli argomenti per entrare nella testa degli altri; ma soprattutto per far breccia nei cuori e riscaldarli.
Con diligenza infinita, davvero religiosa ed amorevole, le Suore di Santa Marta hanno trascritto migliaia di fogli manoscritti di Mons. Tommaso Reggio, raccogliendo ventun volumi di testi dattiloscritti, contenenti omelie tenute dal giovane rettore del seminario di Chiavari, dal maturo abate di Carignano e dall'anziano Vescovo di Ventimiglia e Genova. Tutto l'arco della sua vita, dunque, è accompagnato dall'intenso ministero della predicazione, a cui, si intuisce bene dai testi diligentemente stesi, egli ha dedicato una cura ed un impegno particolare.
A ricordo e documentazione dei suoi primi anni di ministero sacerdotale sono conservati ben cinque volumi di omelie dedicate ai Vangeli festivi di tutto l'anno liturgico, in cui ha spiegato, molto probabilmente ai suoi seminaristi, il messaggio del brano evangelico proposto per ogni domenica: ciò che sembra normale per un prete di oggi, risulta invece decisamente originale per un predicatore di metà '800. L'attenzione precisa al testo e lo studio competente e approfondito dei passi scritturistici fanno di queste omelie dei piccoli saggi di teologia e di spiritualità. Ma il suo pezzo forte erano gli esercizi spirituali e le riflessioni proposte in giornate di ritiro: ha cominciato a parlare agli studenti del seminario, si è impegnato nella predicazione delle missioni popolari nelle varie parrocchie ed è poi divenuto un ricercato conferenziere per la formazione spirituale del clero e dei religiosi. Divenuto vescovo nel 1877, gli impegni di questo genere diminuirono, senza scomparire del tutto.
Membro della congregazione degli Operai Evangelici, fondata dall'abate Paolo Gerolamo Franzoni con lo scopo di formare i giovani preti alla predicazione e di promuoverne la cultura teologica, l'abate Reggio ha tenuto numerose conferenze all'Associazione dei Franzoniani ed ha scritto molte riflessioni da proporre ai sacerdoti, alle monache e ai laici come invito alla revisione di vita e incoraggiamento ad un'autentica conversione. Ma ha pure composto solenni e importanti omelie per le grandi solennità liturgiche, discorsi ferventi in onore della Beata Vergine Maria e numerosi panegirici di Santi in occasione delle loro feste.

Un discorso sul compito del predicatore
Fra questa immensa messe di discorsi, mi piace far riferimento ad una predica tenuta nella sesta domenica dopo l'Epifania, tratta dalle omelie ai Vangeli festivi e dedicata al commento delle parabole evangeliche della senape e del lievito: in essa il giovane prete esprime il fascino che esercita su di lui il compito della predicazione e, nello stesso tempo, il timore che sente di fronte all'enorme importanza di tale annuncio e alla seria responsabilità che investe colui che continua l'opera degli apostoli nel trasmettere alle nuove generazioni cristiane il messaggio di Gesù Cristo.
Proprio con tale riflessione apre il suo discorso: "Qualora io penso così tra me stesso, e al lume della fede, all'importanza e alla grandezza del ministero che esercita nella Chiesa chi annunzia la parola di Dio e spezza il pane evangelico, io tremo e raccapriccio, né so comprendere io stesso chi ordine mi porga e mi affranchi in un'impresa difficile tanto e scabrosa". Egli sa che non si tratta solo di accontentare gli uomini e di procurarsi un ascolto benevolo, ma è necessario "far loro intendere qual sia la divina volontà verso loro, tanto in ciò che hanno a credere, quanto in ciò che hanno a fare; e questo pure con tal chiarezza e semplicità, che tutto intenda il più semplice e rozzo, come il più perspicace e istruito fra gli uditori, ed insieme con tal forza ed energia che muova anco i cuori più duri a conformarvisi". Possiamo riconoscere in queste parole un autentico progetto di impegno: don Tommaso, infatti, sente fin dall'inizio l'importanza del ministero della parola e vi si dedica con forza e passione, mettendo a frutto i doni che aveva di intelligenza e di grazia.
Eppure sente con estrema lucidità che la mentalità dominante nel suo tempo non dà gran peso al Vangelo o addirittura lo disprezza. Da uomo nobile e colto egli è in grado di percepire l'atteggiamento dell'élite culturale della seconda metà dell''800: riconosce bene l'orgoglio della scienza razionalista e positivista ed è amareggiato dal disprezzo che il pensiero anticlericale riserva alla rivelazione biblica. Proprio questo riconosce nell'immagine della senape: "Se ben si considera, tutta la dottrina della cattolica religione è un piccolo seme, che quasi sfugge allo sguardo e assai facilmente si spregia da chi non l'intende". Infatti - egli dice - tutto si riduce a credere in Gesù Cristo. E questo appare piccola cosa e spregevole di fronte a tanti sistemi filosofici e a tante speculazioni "parto dei più nobili ingegni sì degli antichi, che di questi nostri moderni tempi!". Ma lasciatela crescere, e vedrete se non è maggiore di ogni altra!

La grandezza del Vangelo
Col tono del polemista e con l'abilità dell'eloquente oratore, a questo punto don Tommaso confronta lo sviluppo della dottrina cristiana e la sua universale diffusione con la sparizione di tutte le antiche filosofie, simili "ad erbe fragili, corruttibili e nate dal fango": la predicazione del Vangelo, invece, "col progredire del tempo andò sempre più propagandosi, e fortificandosi sulle rovine di quelle, e manifestò la sua divina natura mostrandosi alle terrene mutazioni e vicende superiore". Mentre le altre dottrine, col favore dei grandi del secolo, con la difesa dei sommi ingegni, con l'aiuto di ogni forza ed ogni arte vengono meno e svaniscono, la fede cristiana da tutti perseguitata, da tutti derisa, da tutti disprezzata, trionfa. Addirittura diventa più grande e più robusta, quando è più contrastata.
Su un altro punto, inoltre, viene stabilito il confronto: mentre gli insegnamenti umani cercano di aiutare la comprensione, eliminando ogni mistero, e di conquistarsi le simpatie, dando sfogo a tutte le passioni dell'uomo, il Vangelo presenta grandi misteri da credere e pone freno ad ogni passione; eppure i sistemi filosofici degli uomini sono abbandonati e periscono, mentre la proposta di Gesù Cristo continua ad essere "seguita e coltivata e confessata fino allo spargimento del sangue, e al sacrificio della vita".
Proprio come il granello della senapa è la parola di Dio. Ed il segreto della sua crescita viene spiegato dall'altra immagine parabolica: la grazia di Dio è, infatti, come il lievito che fa crescere. Il predicatore immagina, così, un'obiezione degli ascoltatori di Gesù, a cui egli stesso risponde con una spiegazione, profetica e spirituale: "Come il fermento nascosto nella farina, così la mia fede, il mio vangelo, la mia religione si insinuerà nel cuore degli uomini e col lume e con la forza della mia grazia ne illuminerà l'intelletto, ne avviverà la memoria, ne piegherà la volontà, e a me convertirà tutto il mondo".

Non basta sapere, bisogna vivere!
Con una modernità eccezionale ed una speciale finezza teologica, Tommaso Reggio distingue così fra comunicazione di messaggi e cambiamento di mentalità: "Mi piace farvi osservare che Iddio non è pago di istruire gli uomini intorno al bene, ma che egli aiuta perché lo facciano. Non basta dire agli uomini, siate onesti, siate virtuosi. Essi sono inclinati al male, sentono quella legge perversa che, anche loro malgrado, li trascina alla colpa". Infatti - egli aggiunge -, mentre gli uomini si accontentano di dire belle parole, il Signore accompagna la sua parola, in apparenza povera e semplice, con la sua grazia, che è l'unica forza in grado di far crescere, di far sì che il seme porti frutto, di rendere l'uomo capace davvero di realizzare il Vangelo.
Al vertice del discorso il predicatore mira ad una concreta attualizzazione e si rivolge direttamente ai suoi ascoltatori: "Or per venire più strettamente a noi, miei Signori, qual è il frutto che fin qui riportammo dalla divina parola tante volte intesa? Quante volte il nostro buon Dio sparse nel terreno del nostro cuore il misterioso granello; e questo non germogliò, o se pur mise il primo germoglio, presto morì!". Bastò una sola parola del Vangelo a smuovere in modo deciso tante persone sulla via della santità: "Legge un libro Agostino e si converte; un altro buon libro legge Ignazio e tutto a Dio si consacra; sente poche parole del Vangelo un Antonio e se ne fugge al deserto; così un Francesco d'Assisi, un Francesco Saverio e cento e mille altri, per una sola parola o letta od udita lasciano il mondo, fuggono il peccato, si danno a Dio, e si fan santi".
A questo punto, anch'io avrei aggiunto: E come mai allora, noi che ascoltiamo sempre la parola di Dio, non andiamo molto avanti, se non addirittura peggioriamo col tempo? La risposta è chiara e don Tommaso Reggio, convinto nel profondo, proprio come quei santi che ha appena citato, spiega il segreto della sua vita spirituale: "La parola di Dio è un piccolo granello che vuol essere seminato nel buon terreno e vi vuol essere coltivato e nutrito, altrimenti non germoglia, non cresce, anzi perisce senza frutto, come perisce una pianta abbandonata a se stessa". L'ascolto solo per abitudine e superficiale fa entrare il Vangelo nelle orecchie, ma non penetra al cuore e, se per caso vi penetra, presto muore d'inedia. Il Vangelo, invece, deve essere collocato ben addentro nel nostro cuore, "come la buona e diligente massaia nasconde il suo lievito nel bel mezzo della farina": la soluzione è proprio questa. L'impegno dell'intelligenza e dell'affetto, l'ascolto con viva fede e l'accoglienza cordiale della parola sono il "riparo" che il santo predicatore propone al suo uditorio, rivelando nel contempo il suo stile di meditazione e di vita.

"Voi parlate e pochi vi ascoltano"

La preghiera che conclude il discorso la dice lunga sulla grandezza di questo predicatore, cosciente dei propri limiti, consapevole delle difficoltà provate dagli ascoltatori, ma soprattutto convinto che la misericordia di Dio agisce con potenza in chi la accoglie.
"Gran Dio delle misericordie! Voi parlate e pochi vi ascoltano, voi comandate e pochi vi ubbidiscono, voi supplicate e pochi si muovono. Qual prova di stupidezza è mai questa! Se è vero che una sola delle vostre parole, ben radicata nel cuor d'un uomo, basta a trasformarlo in un Santo, quando pure egli fosse stato il più gran peccatore, non permettete che anche una sola ne vada perduta di quante io verrò annunciandone al vostro popolo. Avvalorate voi col fermento della vostra grazia, che supplisca alla mia indegnità e debolezza, e che vinca ogni indisposizione e resistenza in chi mi ascolta".

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