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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - TRADIZIONI

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

Storia e leggenda della sagra di S. Efisio

Dal 1657, ogni anno, a Cagliari, ai primi di maggio
di Giancarlo Ghirra
Inviato speciale del quotidiano di Cagliari "L'Unione Sarda"

Cagliari si veste a festa ogni primo di maggio per celebrare il suo Sant'Efisio con una sfilata-processione nella quale sacro e profano convivono fianco a fianco in uno straordinario impasto di storia e leggenda, spettacolo e religione, folklore e tradizione.

E'festa per i cagliaritani, che nel Duemila si sono ritrovati per la trecentoquarantaquattresima edizione della Sagra. La prima volta fu nel 1657, in piena dominazione spagnola, quando la città cominciò a onorare il santo venuto dall'oriente in segno di riconoscimento per la liberazione da una terribile pestilenza. Efisio, guerriero romano di origine siriana convertitosi al cristianesimo, e perciò decapitato, lascia la sua chiesa cagliaritana per tornare nel luogo del martirio, a Nora, antica città fenicio-punica, poi romana, sul mare.
Nasce da lontano questa manifestazione singolare e originale per i tanti turisti attratti dallo spettacolo di riti, suoni e colori della processione in costume, dei carri a buoi, di cavalli e cavalieri, ma anche colpiti dalla suggestione della silenziosa folla che prega al passaggio del cocchio seicentesco tirato da un giogo di buoi che trasporta la statua del santo. Gli studiosi sostengono si tratti della più lunga processione del mondo per durata (quattro giorni) e per lunghezza, oltre settanta chilometri.
C'è qualcosa di antico nei rumori dei carri, degli zoccoli dei cavalli, dei canti e delle preghiere che accompagnano la statua del santo dentro le stradine del centro storico nella sagra di maggio, il mese tradizionale delle feste contadine legate alla mietitura. Dentro Cagliari irrompe la più grande esplosione di colori, di costumi, di suoni dell'intero bacino del Mediterraneo. La città viene letteralmente invasa il primo maggio da migliaia di uomini e donne che giungono dai paesi dell'intera Isola.
Indossano i costumi tradizionali, impreziositi dai gioielli dell'artigianato sardo, soprattutto in filigrana d'oro. Ecco sfilare fra i tanti i coloratissimi costumi di Desulo, quelli austeri ed eleganti di Tempio, quelli, sobri, dei pescatori scalzi di Cabras. Fra i più ricchi i costumi di Quartu Sant'Elena e Selargius.

Nell'aria le melodie arcaiche e arcane delle "launeddas", originali strumenti a fiato che accompagnano il cocchio nel quale prende posto il simulacro del santo. Strumento antichissimo del quale gli studiosi ritengono di aver individuato un prototipo addirittura in un bronzetto nuragico del VII secolo avanti Cristo, costruito con tre tubi di comunissima canna, le "launeddas" sono un segno forte dell'identità storica ed etnica dei sardi, con un suono caratteristico della Sardegna meridionale quanto le cornamuse lo sono della realtà scozzese.
Fra le più suggestive attrazioni, i carri tirati da buoi ("is traccas", sardizzazione dell'antico toscano "trabacca") che arrivano dai paesi della pianura del Campidano, addobbati come piccoli musei etnografici, mostra mobile della civiltà contadina. In onore di Sant'Efiso intere famiglie, tutte in costume, sfilano per le vie di Cagliari sui carri che contengono gli utensili della vita quotidiana, arricchiti da coperte tessute a mano e tappeti, ricoperti di fiori e ghirlande come i buoi che li tirano, colmi di prodotti della terra e della cucina sarda.
I turisti arrivano in tanti, dall'Italia, dall'Europa, da tutto il Mondo.
Arrivano sempre più numerosi in una città che prega il suo santo e intanto inaugura ufficialmente la nuova stagione estiva di bagni nella spiaggia del Poetto, a due passi dal centro storico, e sulle coste che vanno verso Villasimius, a Oriente, e verso Pula, a Occidente. Verso Ovest si muove anche Sant'Efisio, che torna nel luogo del suo martirio, a Nora, seguito a piedi da centinaia di fedeli, qualcuno scalzo nel nome di un voto, di una promessa, di una speranza. Lo seguiranno sino alla sera del 4 maggio, al rientro della statua nella chiesa intitolata al santo, nello storico quartiere di Stampace. Nell'organizzazione della Sagra è centrale il ruolo dell'Arciconfraternita del Gonfalone, istituita da una bolla pontificia di Papa Paolo III nel 1539, ben prima della peste e del voto di Cagliari al santo. Sono i centocinquanta componenti di questa società a occuparsi della chiesa e del carcere di Efisio e a curare ogni minimo dettaglio. Braccio operativo è il Terzo Guardiano, l'uomo che in processione porta lo stendardo dell'Arciconfraternita e precede l'"Alter nos", il rappresentante del Comune di Cagliari. Al suo fianco la Guardiania, una sorta di corpo scelto dell'Arciconfraternita, formato da cavalieri vestiti con frac nero, cilindro e fascia azzurra ai fianchi, mentre gli altri componenti indossano durante la sfilata del primo maggio, quando sfilano a ridosso del cocchio del santo, l'abito penitenziale: i confratelli con mantella bianca e saio azzurro, le consorelle vestite di nero.
Il nome di Terzo Guardiano deriva da antichi statuti dell'Arciconfraternita, che prevedevano un organo di controllo- la Banca- della quale il Terzo faceva parte assieme a un primo e a un secondo guardiano. E' lui che scorta il santo in processione a pochi passi dall'"Alter nos", che scioglie il voto formulato nel 1656.
Storicamente, l'"Alter nos" era il rappresentante del viceré di Spagna, poi dei Savoia, i re di Sardegna. Oggi rappresenta il sindaco e con lui la cittadinanza che perpetua il voto formulato 344 anni fa. Elegante nel suo frac, la fascia tricolore alla vita, scorta il santo da Stampace fino a Nora e con lui ripercorre il tragitto a ritroso.
Fino a quando ci fu l'esigenza di proteggere la processione dagli attacchi di pirati, predoni e banditi lungo il percorso, soprattutto lungo la costa, l'"Alter nos" aveva anche compiti di comandante delle milizie che scortavano il santo. Ancora oggi i miliziani sfilano a cavallo armati di sciabola e archibugio, con indosso un'originale divisa seicentesca, con la "berritta" in panno rosso a forma di cilindro, corpetto in panno dello stesso colore, arricchito da alamari neri e bottoni dorati, cinturone in cuoio, gonnellino nero, calzoni bianchi e gambali. C'è chi li vuole eredi delle milizie romane, chi una sorta di guardia autoctona formata da volontari. Nel grande corteo del primo di maggio non mancano dunque i cavalli, grande vanto dell'Isola nella variante dell'anglo-arabo-sardo.
Oltre ai miliziani, partecipano alla sfilata i cavalieri del Campidano, che procedono, soli o in coppia con le loro donne, su cavalli ornati con fiori e fiocchi multicolori.
Il passaggio dei cavalieri campidanesi e dei miliziani preannuncia di poco quello del cocchio di Sant'Efisio, che trova in via Roma, davanti al Municipio, nel momento culminante della sagra, intorno alle tredici, un tappeto di petali di ogni colore, frutto di quella che in sardo si chiama "sa ramadura".
Quella del Duemila è stata la trecentoquarantaquattresima edizione della Sagra, un'edizione importante, quella del Giubileo. Come ogni anno a partire dal maggio del 1657, Efisio, martire guerriero, lascia la sua chiesa per tornare nel luogo della sua decapitazione. Con lui la folla dei pellegrini, abbandonato il centro della città costeggia quella laguna di Santa Gilla da secoli centro della vita di comunità di pescatori e di arsellai. E' in quello stagno che più di duemila anni fa i Fenici cominciarono a insediarsi per meglio organizzare i loro traffici. Al centro da allora a oggi di scambi commerciali e culturali, è questo ormai uno snodo strategico dal quale la città attende lo sviluppo di un porto che possa fare della sua centralità nel Mediterraneo la leva di un grande balzo in avanti verso l'Europa senza staccarsi dalle sue radici.
Cagliari è stata sempre, in epoca cartaginese prima, poi sotto i romani, i pisani e gli aragonesi, infine sotto i piemontesi e dentro il regno e la repubblica italiana, un centro amministrativo e mercantile, l'emporio della Sardegna. Proprio sopra la laguna la città crebbe sotto i Punici, che hanno lasciato una straordinaria eredità, la necropoli di Tuvixeddu, la più grande del Mediterraneo. Una necropoli straordinaria, che contribuisce a fare della città del sole anche una città di pietra, distribuita sui colli, una sorta di anfiteatro naturale sul mare, fiancheggiato da lagune, saline e dagli stagni di Molentargius e di Santa Gilla, al centro di una baia fra le più suggestive del mondo, il Golfo degli Angeli.

Tutto cominciò nel lontano 1656, quando i cagliaritani, stremati da anni di incubi e morti, giurarono a Sant'Efisio di serbargli eterna riconoscenza promettendogli una solenne processione dalla sua chiesa di Stampace fino a Nora se li avesse liberati dalla peste. A settembre abbondanti piogge liberarono la città da un'epidemia che aveva dimezzato la popolazione, uccidendo oltre diecimila dei ventimila abitanti nei quartieri di Castello, Stampace, Marina e Villanova, l'attuale centro storico.
Nel maggio del 1657 la prima solenne processione partì dal quartiere di Stampace. Da allora Cagliari non ha mai tradito il suo voto. Non l'ha tradito neppure nei giorni duri e terribili dei bombardamenti americani dell'inverno del 1943, quando l'intera città era stata praticamente distrutta. Qualche decina dei pochi cittadini rimasti caricarono il simulacro del santo su un camioncino e lo accompagnarono a Nora nonostante il pericolo delle bombe. Quel suo viaggio ondeggiante fra le macerie, fra palazzi sventrati, senza ali di folla, in un silenzio irreale fu il primo segno di un ritorno alla vita della città, umiliata e sfigurata dai bombardamenti delle fortezze volanti. Da quelle macerie Cagliari è risorta, e ora si offre alle migliaia di turisti che da ogni parte del mondo arrivano a scoprirne il fascino antico.
A David Herbert Lawrence vista dal mare, con i bastioni e le torri che la dominano, faceva pensare a Gerusalemme, così raccolta sui colli di pietra.
E ancora oggi la città offre spunti interessanti, a partire dal museo archeologico e dalla pinacoteca, in un ambiente naturale straordinario. I visitatori scoprono il sole, i suoni, gli odori e i sapori del Mediterraneo.
Era arrivato dal mare nostrum intorno al 300 dopo Cristo anche Efisio, ufficiale dell'esercito romano inviato all'inizio del quarto secolo dopo Cristo dall'imperatore Diocleziano a combattere i cristiani. Di lui sappiamo attraverso un presbitero romano di nome Marco, che, dichiarandosi testimone oculare dei fatti narrati, scrive una "Passio Sancti Ephysi". E' una storia leggendaria, che ricorda momenti della passione e conversione di Paolo di Tarso. Su ordine dell'imperatore Diocleziano, l'ufficiale romano giunge in Italia dalla nativa Siria alla testa di un contingente di soldati, con il compito di perseguitare i cristiani. Ma il persecutore sceglie i perseguitati dopo una folgorazione assai simile a quella di Paolo sulla via di Damasco. Un lampo improvviso, seguito da un tuono spaventoso fa impennare il suo cavallo. Disarcionato mentre una voce gli annuncia di essere Gesù Cristo, Efisio viene folgorato dalla fede. E non gli mancano i segni dell'intervento divino, perché nel palmo della mano destra, da lui levata davanti agli occhi per proteggersi dal bagliore dell'apparizione, resta impressa una croce.
Guerriero fedele all'imperatore nelle battaglie, si impegna anche per diffondere il cristianesimo, accettando i terribili supplizi a cui viene sottoposto per aver rifiutato l'abiura. Condannato a morte, spogliato degli abiti militari, torturato, viene imprigionato nella cripta che ancora oggi si può visitare nel quartiere di Stampace, a pochi metri dalla chiesa a lui dedicata. E' il carcere di Efisio, nell'omonima via, al quale si accede attraverso una ripida scala. La grotta, forse un'antica cisterna cartaginese, fu sicuramente un luogo di culto dei primi cristiani. In un piccolo antro si trova la "colonna del martirio", alla quale Efisio venne legato allorché i suoi torturatori infierirono contro di lui per giorni. Forse per evitare una sommossa popolare, il santo venne deportato a Nora, e lì decapitato il 15 gennaio del 303.
Proprio in quel punto, lontano dai clamori della città, si ripete il 3 maggio una processione a mare che vede il santo trasportato a spalla dai rappresentanti dell'Arciconfraternita fin verso la zona archeologica degli scavi romani per rientrare poi nel luogo del martirio, fra colonne, mosaici, il bel teatro romano. Da lì tornerà a Cagliari attraverso un susseguirsi a ritroso delle tappe del viaggio di andata.
Torna in città attraverso il villaggio dei pescatori quando ormai è la tarda sera del 4 maggio. Torna nella sua chiesa, un edificio di stile barocchetto piemontese ristrutturato nel 1780, rifacimento di altre costruzioni sopra la cripta-carcere. Lì riposa sino al prossimo anno la statua che, ironia della storia, non ha le fattezze di un guerriero romano, ma quelle di un gentiluomo spagnolo del Seicento. Baffi all'insù e pizzetto, inguainata in un manto rosso che copre l'armatura del soldato, la statua va in processione rivestita degli abiti, degli ori e pietre preziose che fanno parte del Tesoro del santo. L'appuntamento è ora al 2001, quando Sant'Efisio tornerà a muoversi dall'antico quartiere di Stampace verso Nora, accompagnato dall'azzurro del cielo e dal rosso del tramonto del sole che si specchia nelle acque della laguna di Santa Gilla, abitata da più di cento specie di uccelli acquatici, fra i quali spiccano i bellissmi fenicotteri rosa. Quando il vento di maestrale ripulisce l'aria, lo sguardo arriva da Cagliari fin quasi a Nora, il luogo della decapitazione. Un panorama straordinario, dentro il quale si muove Sant'Efisio, guerriero romano proveniente dalla Siria che in Sardegna trovò la morte ma ha trovato anche una fama e una devozione che resistono ai secoli.

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