Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - STORIA

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

Il diritto genovese e la Sardegna

di Antonello Mattone Ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche Università di Sassari - Facoltà di scienze politiche

Nel 1875 l'artista catanese Giuseppe Sciuti (1834-1911)
vinceva il pubblico concorso bandito dalla Deputazione
Provinciale di Sassari, "fra tutti i pittori frescanti d'Italia",
per la decorazione della "gran sala"
delle riunioni del consiglio

Fra i soggetti suggeriti da Sciuti per affrescare la parete di fronte alla presidenza, si rivelava particolarmente interessante la raffigurazione "degli ambasciatori sassaresi che, dopo la convenzione con Genova, proclamano l'indipendenza della Repubblica di Sassari (1294)". Nel 1878 la sua proposta venne accolta ed il grande affresco di argomento medievale, terminato nel 1881, giganteggia nel salone che oggi porta il nome del pittore siciliano.
Sulla storia comunale di Sassari la fonte più significativa era costituita dagli Statuti emanati nel 1316 in latino e in sardo logudorese dal podestà genovese Cavallino degli Onesti. Sciuti aveva anche utilizzato, per il testo della convenzione, il Codice degli Statuti della repubblica di Sassari (1850) editi ed illustrati dallo storico sassarese Pasquale Tola, che proprio a Genova avrebbe fatto una brillante carriera nella magistratura.
L'affresco di Sciuti rappresenta in un'invenzione ideale gli anziani del Comune, il podestà e il Consiglio maggiore, riuniti nell'antico palazzo di città, che ascoltano la lettura da parte degli ambasciatori sassaresi dei termini della convenzione firmata il 24 marzo 1294 tra il Comune di Sassari e la Repubblica di Genova. La convenzione prevedeva che i cittadini di Sassari dovessero giurare obbedienza al Comune di Genova: in cambio la Repubblica di San Giorgio riconosceva l'autonomia comunale di Sassari, la possibilità per la città di reggersi con propri statuti e propri ordinamenti. Sassari diventava così un Comune dipendente, o "pazionato", ma dotato, tuttavia, di una sua autonomia municipale. Genova imponeva però il monopolio dei commerci per i propri mercanti, con relative immunità fiscali e privilegi giurisdizionali; la rinuncia ad una politica estera autonoma; i servizi militari; l'accettazione di un podestà inviato dalla Dominante, con la durata annuale e con ampi poteri amministrativi nel rispetto degli statuti locali.
Il Medioevo di Sciuti riproprone un gusto caro all'iconografia romantica ed alle scenografie operistiche: non per nulla l'affresco richiama la scena del Consiglio nel finale dell'atto secondo del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi (e non a caso, visto che l'opera è ambientata nella Genova del secolo XIV).
L'incidenza del diritto genovese sugli Statuti di Sassari è comunque modesta: gli statuti furono riformati soltanto in quelle parti che richiamavano il rispetto delle clausole della convenzione del 1294, dei privilegi economici e delle franchigie doganali per i mercanti liguri. Per il resto furono mantenute in vigore le norme del testo statutario emanato negli anni ottanta del Duecento durante la denominazione pisana. D'altra parte era una caratteristica della politica genovese quella di assicurarsi soprattutto il controllo politico e commerciale delle realtà dominate, senza violare le loro tradizioni o introdurre forzatamente le istituzioni della Dominante. Come ha scritto Vito Piergiovanni, professore di storia del diritto e preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Genova, "si può ritenere che l'influenza del diritto genovese in Sardegna non si sia espressa, al contrario di quella pisana, nel tentativo di imporre modelli istituzionali e normativi. Con grande duttilità e grande senso pratico Genova ha curato a Sassari [...] con grande attenzione gli aspetti politici ed economici delle relazioni con la comunità locale; ha differenziato le modalità dei suoi interventi adeguandoli agli eventi politici ed alle sue caratteristiche particolari; ha infine lasciato spazio - conclude Piergiovanni - alle normative locali impegnandole soltanto a non intaccare il suo predominio politico e i suoi privilegi fiscali e commerciali".
Un altro aspetto dell'influenza giuridica genovese sulla Sardegna riguarda la legislazione signorile emanata dalla famiglia Doria, la potente casata che nell'isola aveva fatto fortuna e nel XIII secolo controllava alcuni vasti territori del settentrione. Gli storici tramandano la notizia che i Doria abbiano fondato la città di Alghero e una tradizione voleva che avessero fondato anche Castelgenovese. Alla fine del XIII secolo un Brancaleone Doria sposò Caterina, figlia unica della giudicessa Adelasia di Torres e di Michele Zanche, ed uccise il suocero. Dante lo collocò nell'Inferno (canto XXXIII, 136-147), benché non fosse ancora morto, e approfittò di "ser Branca d'Oria", per fare una tirata contro gli abitanti della Repubblica di San Giorgio: "Ahi Genovesi, uomini diversi / d'ogne costume e pien d'ogni magagna, / perché non siete voi del mondo spersi? / Ché col peggiore spirto di Romagna / trovai di voi un tal, che, per sua opra, / in anima in Cocito già si bagna, / ed in corpo par vivo ancor di sopra" (151-156).
Un altro esponente del ramo sardo dei Doria, Galeotto, approvò gli Statuti comunali di Castelgenovese tra il 1334 e il 1338. Il Doria più famoso è senza dubbio Brancaleone, il marito della giudicessa Eleonora d'Arborea, sposata nel 1376. Brancaleone era un figlio illegittimo, nato nel 1337 da una relazione di Brancaleone seniore, figlio di Barnabò Doria e di Eleonora Fieschi, con una concubina, certa Giacomina. Guerriero valoroso, uomo astuto, dotato di notevoli capacità politiche, riuscì ad ottenere dal re d'Aragona Pietro IV, le carte di legittimazione che gli conferirono le terre e i castelli della Sardegna settentrionale. Nel 1382 si trasferì a Genova con la moglie dove intavolò trattative col doge Nicolò Guarco per il matrimonio dei rispettivi figli minorenni Federico e Bianchina: la trattativa si interruppe perché il governo del doge fu abbattuto dalla rivolta popolare dell'aprile del 1383. In quella stessa primavera venivano assassinati ad Oristano il giudice Ugone III (fratello di Eleonora) e sua figlia Benedetta: Eleonora si trasferiva da Genova in Sardegna per reprimere la rivolta e prendere possesso del trono giudicale. Brancaleone veniva intanto fatto prigioniero dai catalano-aragonesi: l'obiettivo di Pietro IV d'Aragona era di utilizzarlo come strumento di pressione nei confronti di Eleonora per giungere rapidamente ad un trattato di pace favorevole alla Corona. Ma la giudicessa non era intenzionata a venire a patti col cinico sovrano. Brancaleone fu rinchiuso nella prigione della torre di San Pancrazio nel Castello di Cagliari.
Nel gennaio del 1386, approfittando della libertà concessagli di passeggiare nelle strade del Castello, Brancaleone tentò di fuggire calandosi, grazie all'aiuto dei propri servitori, con le funi lungo le muraglie presso la torre, in un punto non visibile dall'alto: qui alcuni fedeli l'avrebbero atteso con quattro o cinque cavalli per lasciare la città e raggiungere al più presto le terre d'Arborea. Il tentativo d'evasione fu però scoperto e venne dato l'allarme. Brancaleone venne questa volta rinchiuso, sotto buona scorta, nella torre dell'Elefante. La prigionia fu particolarmente dura ai tempi del governatore generale Pérez de Arenós, che fra l'altro gli impose quarantacinque giorni di isolamento assoluto e lo fece imbarcare su una nave all'ancora nel porto. Venne dunque trattato - affermerà lo stesso Brancaleone nel 1391 - "come se fossi un ladro o uno di quelli che avevano crocefisso Nostro Signore Gesù Cristo".
Finalmente, nel 1388, dopo la stipula del trattato di pace tra la Corona d'Aragona ed il Giudicato d'Arborea, Brancaleone Doria venne liberato e, scortato da dieci cavalieri, poté uscire dal Castello di Cagliari e dirigersi verso la città di Oristano. La presenza di Brancaleone nella capitale giudicale ha avuto un riscontro anche nel campo giuridico, giacché il capitolo 53 della Carta de Logu - emanata probabilmente nel 1390-91 da Eleonora -, che prevedeva la multa crescente per ogni episodio di contumacia, riprendeva la normativa dello Statuto di Castelsardo approvato da Galeotto Doria.
Le eredità giuridiche più significative della dominazione genovese in Sardegna sono infatti gli statuti di Castelgenovese (oggi Castelsardo) emanati da Galeotto Doria e i capitoli concessi nel 1435 da Nicolò Doria per regolare la dogana della stessa città.
Gli statuti di Galeotto ci sono pervenuti in uno stato frammentario: le lacune del testo non ci consentono di determinare con precisione la natura giuridica delle istituzioni comunali. A capo dell'amministrazione vi era il podestà, rappresentante dei Doria, a cui spettava la giurisdizione civica, il diritto di comandare, di imporre gabelle, tributi personali e misti. Sorvegliava l'amministrazione, la polizia, esercitava le funzioni giudiziarie, giacché presiedeva le cosiddette corone (l'antico ordinamento giudiziario sardo fondato sulla partecipazione dei boni homines). Lo statuto disciplinava la vita sociale della rocca, le attività artigiane e, soprattutto, il diritto agrario e in particolare la difesa dei coltivi dagli animali, le chiusure dei frutteti, delle vigne, degli orti, i contratti di locazione dei terreni e di conduzione delle greggi. Si trattava insomma di uno statuto che guardava alle antiche consuetudini della Sardegna settentrionale e meno alle tradizioni giuridiche della madrepatria ligure.
I capitoli emanati il 6 luglio 1435 da Nicolò Doria per la majoria de Castel Genovese si basano sull'antico istituto sardo della majoria, identificata ormai con la dogana, e offrono un quadro del movimento commerciale del piccolo porto nel quale l'esportazione dei prodotti della pastorizia e dell'allevamento superava nettamente quella delle derrate cerealicole.

Castelsardo con in alto il castello dei Doria.

Sui capitoli portuali di Castelsardo vennero espressi seri dubbi a proposito della loro autenticità, giacché facevano parte della collezione cagliaritana dei falsi fogli cartacei d'Arborea. Pubblicati nel 1859 da Giovanni Spano furono dichiarati autentici soltanto nel 1905 da Wendelin Foerster. Nel 1899 Enrico Besta preferì non servirsi di questo testo, giudicandolo spurio, salvo poi a riconsiderarlo sotto luce diversa negli anni successivi.
Le ordinanze, redatte in sardo logudorese, disciplinavano le funzioni degli ufficiali della dogana (majore de porto, pesadore, assortidore, inscrianu) e regolavano l'entità dei dazi e delle gabelle.
Tutte le merci dovevano essere portate alla loggia (logia), all'interno del castello, e qui, pesate e assortite, erano sottoposte al pagamento di un tributo di 6 denari per libbra, "secundu qui est istado per antigha consuetudine", ad eccezione di quelle che i produttori avessero importato per uso personale (de massaria ipsoro).
Le navi, in entrata e in uscita dal porto di Frigiano, posto ai piedi della rocca, erano soggette alla visita degli ufficiali doganali e lo scrivano doveva prendere nota dettagliata di tutte le merci vendute ed invendute. Del libro pro iscriviri sas mercantias veniva trasmessa copia al signore "in qualuncha loghu et parti ipsu siat in Sardigna". Le merci invendute non pagavano gabella. Ogni mercanzia doveva essere depositata alla magoria; quelle che proseguivano via terra per la città di Sassari dovevano pagare un pedaggio ad arbitrio del signore. Per l'ancoraggio si pagavano da 5 a 4 lire a seconda della stazza della nave: un'imbarcazione "de duas copertas" avrebbe pagato 4 lire, una nave "de una coperta" 3 lire. La portata era valutata in botti (cubas): si pagavano 30, 25 o 20 soldi se la nave poteva trasportare 200, 100 o 50 botti. I tributi castellanesi hanno una qualche attinenza con le tariffe doganali di Alghero del 1377, dove però la portata delle navi era valutata in quintali. Il citadinu di Castelgenovese che avesse commerciato in terra firma a risigu e a nomen suo avrebbe dovuto versare soltanto 1 soldo per lira di merci da esportare.
Le ordinazioni fissavano un dettagliato tariffario per le esportazioni di bestiame, grano, orzo, vino e formaggio. Per l'esportazione di un bue domito si pagavano 10 soldi, di un bue rude o di una vacca 5, di una giovenca 3, di un vitello 1, di un cavallo domito 30 soldi, di una pecora o di una capra 2, di una cavalla "matura" o di un asino 10, di un maiale sotto l'anno 1, sopra l'anno 2 soldi e 6 denari. A Castelgenovese si pagavano per il grano esportato 6 soldi per rasiere (pari a litri 172,2) di frumento, 3 per rasiere d'orzo. Erano esentati da gabelle di importazione i panni e le tele introdotte dai cittadini per rifornimento personale. Per la vendita del formaggio si pagava un diritto in natura: una forma per ogni cantaro e due forme di cassu per ogni frazione (di un quarto) in più. Come negli statuti trecenteschi di Galeotto Doria anche i capitoli portuali di Nicolò disciplinavano le importazioni e il consumo del vino e regolavano il commercio e l'uso del sale. Apposite tariffe, a seconda dei capi di bestiame, erano fissate per la tassa di macellazione. Con pesanti multe (25 lire) erano punite le frodi daziarie, come erano condannati i mercanti che avessero fatto incetta di prodotti ("ne depiat comporari ad minudo ne ingrosso") acquistandoli nella loggia dai villici, o quei forestieri che senza licenza avessero svolto attività commerciali in montagna, cioè nell'entroterra della città.
Anche le ordinazioni di Castelgenovese (cap. IX) definiscono i manufatti importati col termine di merchantia pisanischa, testimonianza ulteriore del segno indelebile che nella vita economica della Sardegna medievale aveva lasciato l'attività commerciale della città toscana. Gli ordinamenti portuali descrivono una società che aveva conosciuto profonde trasformazioni nelle strutture agrarie con l'introduzione del feudalesimo, la crisi demografica, l'abbandono dei villaggi, con il netto predominio del mondo urbano su quello rurale: insomma una società ben diversa da quella curtense e prefeudale descritta negli stessi statuti di Galeotto Doria.
In realtà il porto iniziava a conoscere nel XV secolo una relativa emarginazione dalle correnti di traffico basate in gran parte sulle esportazioni cerealicole, Castellaragonese, conquistata nel 1448, diverrà una città-fortezza con una modesta vita portuale, soprattutto se paragonata ai vicini scali di Porto Torres e di Alghero. Alcune testimonianze ci confermano che gli ordinamenti portuali di Nicolò Doria ebbero una lunga vigenza: ancora nel 1615 il procuratore reale del Regno richiamava l'osservanza dei capitoli che regolavano il commercio del vino.