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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - STORIA ECONOMICA

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

Credito e istituzioni in Sardegna fra Settecento e Novecento

di Giandomenico Piluso
autore di numerosi saggi
di storia economica e di storia della Banca

Nella plurisecolare evoluzione delle strutture creditizie della Sardegna - tra la tarda età moderna e questi ultimi decenni - i due principali fattori di codeterminazione di un modello di organizzazione creditizia a lungo originale sono stati, in termini "strutturali", i peculiari assetti istituzionali - intendendo per "istituzioni", à la North, gli specifici sistemi di regole, formali e informali, che governano i giochi dello scambio - e, "in termini congiunturali", i cicli politici, particolarmente rilevanti

L'intervento dello Stato quale "agente dello sviluppo"- nelle differenti varianti in cui venne declinato dalle prime esperienze riformiste settecentesche - fu in sostanza centrato sulla progressiva valorizzazione delle istituzioni creditizie comunitarie, i monti frumentari sorti durante il Seicento sull'esempio dei pòsitos, il cui carattere aveva tratti non univoci(2) vai alla nota 2: la persistenza di un'istituzione comunitaria d'antico regime come i monti frumentari "stava a indicare - come ha scritto Gianni Toniolo - che possedevano una certa vitalità, che costituivano una risposta efficiente a condizioni naturali e culturali" peculiari(3) vai alla nota 3. I ripetuti tentativi di "modernizzazione" della struttura dell'offerta di credito in Sardegna, tra Otto e Novecento, dovettero tenere conto della "vitalità" e della rilevanza economica di quella particolare istituzione creditizia locale. Quando le autorità centrali seppero valorizzare il patrimonio di risorse materiali e immateriali accumulato nell'isola dalla capillare rete dei monti frumentari le politiche di promozione dello sviluppo poterono contare sulla cooperazione di un importante fattore "endogeno" di crescita economica. Diversamente, i tentativi di riforma dall'alto della struttura finanziaria dell'isola che non tennero conto delle specificità di genesi e percorso delle istituzioni creditizie locali provocarono instabilità, come accadde dopo l'unificazione con il fallimento delle banche private alla fine degli anni ottanta dell'Ottocento: introdurre meccanismi e istituzioni di mercato in un contesto caratterizzato da relativa arretratezza - secondo una concezione estremamente astratta che prescindeva dalle condizioni reali dell'economia regionale - non poteva che produrre, paradossalmente, fallimenti del mercato stesso, con l'effetto di imporre all'economia sarda elevati "costi di apprendimento". Durante il Novecento, in stretto rapporto con le élites dirigenti dell'isola, l'intervento dello Stato si appoggiò, invece, sulle istituzioni creditizie locali conseguendo un'effettiva modernizzazione della struttura dell'intermediazione finanziaria della Sardegna, con l'effetto positivo di sostenere - con un certo successo - la crescita economica regionale(4) vai alla nota 4.

La prima fondamentale rete di istituzioni creditizie locali si formò durante il Seicento, con la diffusione dalla diocesi di Ales in tutte le aree asciutte di un'istituzione comunitaria, i monti granatici, le cui finalità erano essenzialmente volte a offrire quel credito in natura che era centrale a garantire la continuità della produzione agricola. La formazione delle riserve di semente era affidata alla comunità, coordinata da un funzionario (il collettore) scelto dal vescovo, che vi si impegnava in occasione del raccolto. La moltiplicazione dei monti frumentari prese avvio con i monti di Gonnosnò (1678) e Usellulus (1681), divenuti una ventina nella diocesi di Ales con l'aprirsi del nuovo secolo. Dagli anni dieci del Settecento i monti attecchirono a buon ritmo anche in altre aree dell'isola. A Barumini nel 1719 e a Quartu nel 1723 per estendersi in quegli anni alle diocesi di Bosa, Cagliari e Oristano: entro la metà del Settecento si contavano quasi una sessantina di monti granatici, diffusi nelle aree a prevalente coltura cerealicola(5) vai alla nota 5. Con il passaggio della Sardegna al governo piemontese, dopo il trattato di Londra (1718) e la convenzione di Vienna (1720), le riforme avviate nell'isola da Giovanni Battista Lorenzo Bogino, orientate a un graduale miglioramento delle condizioni economiche della regione con finalità soprattutto fiscali, furono imperniate sull'adozione dei monti granatici quale strumento per superare le crisi annonarie e accrescere l'estensione delle superfici a coltura, contrastando di fatto la presenza degli armenti(6) vai alla nota 6. La "carta reale" del 23 novembre 1759 affermò la volontà di procedere alla creazione "universale" di monti granatici sull'isola, attribuendone il patrimonio alle comunità e affidandone la gestione a un censore laico: la costituzione delle riserve dei monti fu affidata all'istituto della roadia, una particolare forma di contribuzione fondata sull'uso dei terreni della comunità di villaggio. Le gravi difficoltà annonarie degli anni sessanta ne generalizzarono la presenza nei villaggi dell'isola, tanto che Giuseppe Cossu, estensore di una relazione Sullo stato de' Monti granatici eretti nel Regno di Sardegna, ne contò poco meno di 360(7) vai alla nota 7. Tra Sette e Ottocento la rete dei monti granatici attraversò una fase di progressivo indebolimento di efficienza gestionale a causa di forme distorsive di amministrazione delle risorse (l'allentamento della vigilanza aveva favorito pratiche corruttive tra gli amministratori dei monti). Ciò peraltro si verificò in un momento di tensione sui mercati dei prodotti cerealicoli, segnati dalle crisi del 1817 e del 1821. Alle ricorrenti emergenze annonarie - aggravate dall'impoverimento della dotazione patrimoniale dei monti e dalla incrinata coesione sociale delle comunità rurali - si oppose un tentativo di riassetto della rete dei monti a partire dagli anni trenta dell'Ottocento. La riforma messa a punto da Emanuele Pes di Villamarina, il segretario di Stato per la Sardegna, alla fine degli anni quaranta si iscriveva in un'azione legislativa di radicale ridefinizione dell'intero assetto fondiario dell'isola avviata con l'editto delle chiudende dell'ottobre 1820 e proseguita con la graduale abolizione dei residui della giurisdizione feudale che portò alla distinzione delle terre in private, comunali e demaniali con cui si privava la comunità del fondamentu (confluito in larga parte nel demanio)(8) vai alla nota 8. Con l'unificazione istituzionale tra Piemonte e Sardegna - la "fusione perfetta" - i monti furono così assimilati a enti comunali e ne venne rivisto l'impianto amministrativo, con la legge presentata da Cavour nel maggio 1851, così da assegnarne la gestione a una commissione locale nominata dal prefetto e presieduta dal sindaco(9) vai alla nota 9. Con la nuova legislazione prese tuttavia corpo un processo di soppressione dei monti frumentari, particolarmente accelerato tra il 1863 e il 1875: a quest'ultima data nella provincia di Sassari rimanevano in funzione meno di venti monti, mentre nella provincia di Cagliari dei circa 250 monti ne rimase attivo un centinaio(10) vai alla nota 10.
La profonda crisi della rete dei monti frumentari nella seconda metà dell'Ottocento: il deterioramento operativo - e anche patrimoniale - dei monti produsse una grave falla nella struttura dell'offerta di credito - seppure in natura - a un'agricoltura allora impegnata in un difficile processo di trasformazione incentrato sulla diffusione di colture pregiate, come la vite (peraltro colpita negli anni ottanta dai duri colpi della fillossera): "la capacità dei monti di assicurare un intervento di credito in merce [...] si era esaurita" mentre restava "la convinzione che essi [...] avrebbero potuto assicurare una tutela delle condizioni di vita e di lavoro della popolazione rurale": con questo "ruolo di rete civica, a sostegno di una politica sociale", i monti vennero "riproposti dal legislatore nei provvedimenti speciali" del 1897(11) vai alla nota 11.

Se nella seconda metà dell'Ottocento i monti frumentari condussero un'esistenza stentata, incapaci come furono di trasformarsi in veri e propri istituti di credito agrario aprendo un pericoloso vuoto nell'offerta di fondi ai piccoli agricoltori e proprietari, dal 1845 il sistema bancario della Sardegna fu segnato dalle prime serie novità, senza tuttavia che si modificasse quel tratto di relativa arretratezza che indusse l'economista Francesco Ferrara a definire l'isola un "paese sitibondo di credito"(12) vai alla nota 12. Alle tradizionali case commerciali liguri, attive nelle operazioni di banca essenziali e presenti in Sardegna dai primi dell'Ottocento, con il 1845 nel mercato del credito si aggiunsero la Cassa di Risparmio e Deposito di Cagliari e la Cassa di Risparmio di Alghero: con le risorse raccolte queste casse finanziavano enti pubblici, concedevano crediti su pegno e scontavano effetti per un modesto giro d'affari. La costituzione delle casse di Cagliari e Alghero non mutava però il dato di fondo: intorno alla metà dell'Ottocento la Sardegna mancava ancora di una vera banca. Tale lacuna suggerì nei primi anni cinquanta diversi progetti. L'idea di creare una banca di emissione sarda formulata nel 1852 fu fatta propria da Cavour e avviata alla realizzazione due anni dopo: il progetto cavouriano di una Banca Sarda naufragò tuttavia in sede di sottoscrizione del capitale. In alternativa, nonostante le critiche espresse da Ferrara, Cavour riuscì a far sbarcare la Banca Nazionale nell'isola nel 1856, a Cagliari e Sassari. Un vero e proprio boom bancario seguì nei primi anni settanta, estensione isolana della "bancomania" di quegli anni(13) vai alla nota 13. In pochi anni furono costituiti il Banco di Cagliari (1869), il Banco di Sassari (1871), la Banca Agricola Sarda (1871), la Banca Agricola Industriale Arborense (1872), la Sezione di Credito Agrario della Cassa di Risparmio di Cagliari (1872), la Banca Commissionaria (1873), il Credito Agricolo Industriale Sardo (1873), la Banca Commerciale Sarda (1873), la Banca Agricola di Gallura (1877), la Cassa di Risparmio di Sassari (1883)(14) vai alla nota 14.
Con le nuove costituzioni la Sardegna, nell'arco di pochi anni, si trovò con un numero relativamente elevato di istituti di credito, istituti caratterizzati sovente da sottocapitalizzazione e non sempre attrezzati sotto il profilo delle competenze gestionali necessarie. La spinta impressa dalle leggi sul credito fondiario del 1866 e sul credito agrario del 1869 fu interpretata con spirito intuitivo da Pietro Ghiani Mameli, deputato in grado di mediare tra Roma e la Sardegna, a cui si riconduceva un gruppo bancario formato dal Banco di Cagliari, dalla Cassa di Risparmio di Cagliari e dalla rispettiva Sezione di Credito Agrario, dal Credito Agricolo Industriale Sardo. Costituite in una fase marcatamente espansiva e cresciute piuttosto rapidamente attraverso l'emissione di buoni agrari questi istituti furono presto costretti a fare i conti con il riordino della circolazione, con il forte deficit di capacità gestionali, con una serie di immobilizzi nella Casa Semenza & C. impegnata nella realizzazione di quattro tratte ferroviarie nell'isola(15) vai alla nota 15. Alla fine degli anni ottanta le difficoltà della compagnia ferroviaria, l'overbanking implicito nei tassi di crescita delle banche sarde e il rovesciamento delle aspettative degli operatori fecero precipitare la posizione delle banche dell'isola. Nel 1887 il divieto di ulteriori emissioni di buoni e l'obbligo di assorbimento entro un decennio portarono alla crisi di liquidità delle banche sarde. Tra il 1887 e il 1890 la crisi fece il proprio corso e le banche sarde furono gradualmente poste in liquidazione: il sistema delle banche private sarde era "strutturalmente debole", durante la crisi "mancò il credito di ultima istanza", la "forte politicizzazione del piccolo mondo bancario privato sardo" - incarnato da Ghiani Mameli - "non costituì un punto di forza"(16) vai alla nota 16.

Le vivide immagini della crisi bancaria incisero a lungo sui rapporti tra i sardi e le istituzioni di credito, vincolando la disponibilità della regione a ridurre la pratica della tesaurizzazione per il risparmio bancario: il run dei depositanti e le code agli sportelli, la distruzione di risparmio e i disordini che ne seguirono mostrarono che la particolare esperienza di free banking si era rivelata negativa per l'isola, condizionando i comportamenti degli attori economici. La modernizzazione bancaria della regione doveva piuttosto affidarsi sulla regolazione, sulla formazione di istituti correttamente amministrati e sull'assistenza delle autorità centrali(17) vai alla nota 17.

La lenta transizione alla modernità finanziaria della Sardegna fu in effetti affidata alla presenza di dipendenze locali delle maggiori banche di dimensione nazionale - insediatesi sull'isola con i primi del Novecento(18) vai alla nota 18 - e alla valorizzazione della rete dei monti frumentari e delle Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari create con la legge speciale del 1897: le istituzioni comunitarie rafforzate dall'intervento pubblico furono poi affiancate da alcune banche cooperative. Fino alla prima guerra mondiale le Casse Ademprivili furono il principale sostegno a breve termine all'agricoltura regionale attraverso la parziale mediazione dei superstiti monti frumentari. La nuova legge sul credito agrario(19) vai alla nota 19 del 1927 istituì l'Istituto di Credito Agrario per la Sardegna (Icas). Negli anni trenta lo sviluppo dell'operatività dell'Icas fu comunque frenata dall'attitudine dei sardi a concentrare i propri risparmi nelle casse postali, facendo della Sardegna un'esportatrice netta di risparmio. Secondo Gavino Alivia, esponente dell'élite sarda di quel periodo, negli anni trenta la creazione dell'Icas non aveva radicalmente modificato la "nota caratteristica della Sardegna" ancora viziata dalla "deficienza di istituti locali di credito": lo stesso Icas "non faceva eccezione" come "istituzione sovvenuta e controllata dallo Stato"(20) vai alla nota 20.
Nell'immediato secondo dopoguerra si pose la questione affrontata dieci anni prima da Alivia quando scrisse degli istituti di credito speciale per il finanziamento dell'agricoltura e dell'industria. Dopo un tormentato periodo di confronto - all'interno delle autorità regionali e con le autorità politiche e monetarie centrali - nel 1953 fu istituito il Banco di Sardegna, la vera banca regionale di credito ordinario a cui i sardi da circa un secolo tentavano con difficoltà di approdare: in un nuovo contesto di politica economica, il Banco di Sardegna - bilanciando l'intervento esterno all'isola dello Stato e le risorse materiali e immateriali regionali - ereditava la rete dei monti frumentari, il lascito delle casse ademprivili e l'esperienza dell'Icas(21) vai alla nota 21.

Note

1 Cfr. G. Toniolo, Credito, istituzioni, sviluppo: il caso Sardegna, in Storia del Banco di Sardegna. Credito, istituzioni, sviluppo dal XVIII al XX secolo, a cura di G. Toniolo, Roma-Bari, Laterza, 1995. 2 Per un quadro esauriente della storia del credito in Sardegna, a cui si fa riferimento in queste brevi note, si veda il documentatissimo volume di A. Lenza, Le istituzioni creditizie locali in Sardegna, Sassari, Delfino, 1995. 3 G.Toniolo, Credito, istituzioni, sviluppo cit., p. 17. Un utile riferimento per lo studio dei rapporti tra credito e sviluppo in Sardegna è costituito da A. Boscolo-L. Bulferetti-L. Del Piano-G. Sabattini, Profilo storico-economico della Sardegna dal riformismo settecentesco ai piani di rinascita, Milano, Angeli, 1991. 4 Cfr. G. Toniolo, Credito, istituzioni, sviluppo cit., p. 17.5 Sui monti, oltre al citato studio di Lenza, cfr. P. Sanna, Per la storia dei Monti di soccorso in Sardegna (1752-1851), Cagliari, Edes, 1983; L. Conte, Dai monti frumentari al Banco di Sardegna, in Storia del Banco di Sardegna cit., pp. 117 e ss. 6 Sulla figura di Bogino cfr. F. Venturi, Il Conte Bogino, il dottor Cossu e i Monti frumentari, in "Rivista storica italiana", LXXVI (1964), n. 2. 7 Cfr. L. Conte, Dai monti frumentari al Banco di Sardegna cit., pp. 124-126. Cfr. A. Boscolo-L. Bulferetti-L. Del Piano-G. Sabattini, Profilo storico-economico della Sardegna cit., pp. 90-97. 9 Cfr. L. Conte, Dai monti frumentari al Banco di Sardegna cit., pp. 135-138. 10 Cfr. A. Lenza, Le istituzioni creditizie locali in Sardegna cit., pp. 67-74. 11 11L. Conte, Dai monti frumentari al Banco di Sardegna cit., pp. 139. 12 Il giudizio di F. Ferrara, Il Banco succursale di Cagliari, in "L'Economista", 13 gennaio 1856, è riportato in A. Lenza, Le istituzioni creditizie locali in Sardegna cit., p. 82. 13 Cfr. A. Polsi, Alle origini del capitalismo italiano. Stato, banche e banchieri dopo l'Unità, Torino, Einaudi, 1993. 14 Cfr. A. Lenza, Le istituzioni creditizie locali in Sardegna cit., p. 87. 15 Si consideri che la circolazione di buoni agrari emessi dalle banche agrarie sarde rappresentava il 74% del totale nazionale mentre il capitale ne costituiva il 31% e i depositi il 26%. 16 Cfr. G.Toniolo, Credito, istituzioni, sviluppo cit., pp. 64-71 (le citazioni da pp. 68-70). 17 Queste le conclusioni a cui giunge Gianni Toniolo nel sopra citato saggio. 18 Anzitutto le banche miste milanesi, la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano, e poi soprattutto quelli che saranno classificati come "istituti di credito di diritto pubblico", il Banco di Napoli e la Banca Nazionale del Lavoro. 19 Sul credito agrario si veda A. Cova, Il credito all'agricoltura dalla unificazione alla seconda guerra mondiale: alcune considerazioni, in Studi sull'agricoltura italiana, a cura di P.P. D'Attorre e A. De Bernardi, "Annali della Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli", a. XX (1993), pp. 37-61. 20 G. Alivia, Fattori naturali e storia economica della Sardegna, in "Studi sassaresi", XII, 1934, riportato nello studio citato di Toniolo. 21 Cfr. G. Piluso, Il Banco di Sardegna (1953-1994), in Storia del Banco di Sardegna cit., pp. 235-266