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LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - FOLKLORE

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

Rime popolari e preghiere
in dialetto genovese

di Edward Neill
Musicologo e direttore
dell'Istituto Demologico Ligure

La presenza di tradizioni liguri in Sardegna
è una delle conseguenze di un'operazione
politico-economica voluta dai genovesi fratelli Lomellini quando, ottenuta nella seconda metà del 1400 la concessione dell'isola di Tabarca, vi inviarono
un buon numero di pegliesi perche ne sfruttassero
le risorse corallifere.

Con il passare del tempo i nuclei famigliari di quei pegliesi diventati tabarchini si moltiplicarono mentre le risorse corallifere si andavano rarefacendo causa lo sfruttamento intensivo. Inoltre, a questa situazione occorreva mettere in conto le continue vessazioni del Bej di Tunisi e dei vicini libici che non solo depredavano i tabarchini ma ne riducevano un gran numero in stato di schiavitù, chiedendo poi un adeguato riscatto.
Si è quindi giunti all'anno 1738 quando Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna decide di mettere a disposizione dei Tabarchini un'isola disabitata a sud di Cagliari già nota ai romani come Accipitrum insula (Isola degli sparvieri) oggi Isola di S. Pietro. Successivamente dispone che una comunità di contadini piemontesi venga fatta affluire soprattutto a Calasetta (Isola di S. Antioco) per incentivare la coltivazione del grano. L'operazione non dà i frutti sperati tant'è vero che i coloni piemontesi chiedono di essere rimpatriati. Alcune famiglie però decidono di restare sul posto e di fondersi con i residenti sardi e con i pegliesi ex tabarchini e ora carlofortini, nel denominatore comune della lingua genovese.
Nel settembre 1975 chi scrive aveva effettuato una ricerca a Calasetta e a Carloforte per verificare lo stato di sopravvivenza delle tradizioni orali (quindi anche musicali e dialettali) in queste due località(1)Registrazioni depositate presso l'Istituto Demologico Ligure (bob. 25-26).

Suggestive immagini di Carloforte

Chi sbarca a Carloforte ha l'impressione di trovarsi su un pezzo di Liguria, impressione accentuata anche dall'ascolto dell'antico dialetto pegliese la cui caratteristica più appariscente è l'oscuramento della vocale /a/ che in posizione di tonica diventa /o/. (Per le altre caratteristiche dialettali cfr. la nota linguistica in calce alle postille).
Naturalmente l'economia della città non era più quella dei tempi di Carlo Emanuele III in omaggio al quale era stata intitolata Carloforte.
I pescatori di coralli erano ben presto diventati pescatori di pesci; famosa in proposito la tonnara di Portoscuso gestita da genovesi per concessione dei Savoia. Meno florida l'agricoltura anche per la natura geologica del territorio, e comunque insufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione. Infine molti carlofortini divennero provetti marittimi contribuendo a rendere meno critiche le condizioni economiche dei loro concittadini.
Per quanto riguarda l'aspetto musicale, la nostra indagine non ha trovato alcuna testimonianza se non nei ricordi delle vecchie generazioni. Il Ballo tabarchino basato su figurazioni troppo complesse per essere descritte a parole, è scomparso in epoca antecedente alla prima guerra mondiale(2)Cfr.AA.VV, Studio Monografico sulla Città di Carloforte, Cagliari 1974.
A Carloforte, comunque, non doveva essere sconosciuta una versione dell'antica canzone a ballo detta "La Girometta" registrata dallo scrivente nel 1970 a Genova da un discendente carlofortino(3)Comunicata da Francesco Costanzo e pubblicata in Canti Popolari di Liguria, a cura di Edward Neill. LP, Albatros VPA 8309, Milano 1978,, e ritrovata poi a Calasetta con lo stesso testo e la stessa melodia.
Più immediato, invece, il rimando a rime popolari e preghiere in dialetto genovese. Un tipico esempio di poesia popolare è quello il cui incipit inizia con il verso "Rundanin-a téitu a téitu", che ritroviamo intatto a parte qualche differenza della pronuncia, nella versione carlofortina che suona come segue: Rundanin-a tàitu a tàitu/porta l'öiu a San Benàitu/San Benàitu u nu l'ö/porta l'öiu ai so figgiö//I figgiö nu l'oan mancu/au purtiemu ai Spirtu Santu/u Spirtu Santu u s'au pigge/e u s'au cacce'n ta buttiggia/quellu che gh'avanse/u s'au cacce inta lampa//Lampa lampetta/u preve dixe messa/a Madonna 'n zenuggiun/tütti i àngiai 'n 'devussiun// (4)v. nota n. 2..
(Traduzione: Rondinella tetto a tetto/porta l'olio a San Benedetto/San Benedetto non lo vuole/lo porteremo ai suoi figli//I figli non lo vogliono nemmeno/lo porteremo allo Spirito Santo/lo Spirito santo se lo prende/e se lo mette nella bottiglia/quello che avanza/se lo mette nel suo lume//Lume, lumino/il prete dice messa/la Madonna in ginocchio/ tutti gli angeli in devozione//).
Nell'àmbito dei componimenti para-liturgici si segnala la quasi perfetta identità tra le formule di un'antica preghiera popolare ligure presente sia a Carloforte che nell'estremo ponente della nostra regione e precisamente a Verdeggia in provincia d'Imperia(5)Pubblicata in Tradizioni popolari dell'Imperiese, a cura di Edward Neill, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Genova s.d.. In quest'ultimo paese la preghiera in questione recita: Mi m'an vag da léit a léit e riprende con il verso Croce santa, croce degna.
Nella lezione carlofortina: Lettu,'n lettu me ne vaggu e crüxe santa, crüxe degna. I rispettivi testi sono comunque abbastanza diversi sia per le inevitabili varianti che si possono verificare nell' àmbito di una stessa tematica, sia perché il singolo può aggiungere o sottrarre o ancora modificare gli elementi fondamentali del componimento da lui recitato. Tra i documenti più interessanti raccolti a Carloforte figura una dettagliata descrizione delle varie fasi della pesca del tonno, fornita dal Rais Giuseppe Ferraro che allora (1975) aveva al suo attivo la pesca di 42.261 tonni, 88 "pesci cattivi" (squali N.d.A.) e 700 pesci luna. Il racconto incorpora anche le numerose preghiere che venivano recitate prima della pesca.
Prima di lasciare Carloforte una breve nota sulla gastronomia locale che richiama piatti genovesi come la caponadda, i raiö, lo stocchefisso, e u zemin(6)In altre zone della Sardegna lo zimino designa piatti diversi. Nel sassarese, interiora arrostite, nel tempiese una zuppa di pesce. In italiano è sinonimo di pasticcio. (zuppa di ceci e di cavoli) oltre alla fainò (farinata).
Estranei alla cultura gastronomica genovese sono il cascà di origine araba (couscus) e la bobba (minestra di fave) da cui forse deriva la sbobba con significato spregiativo.
Calasetta, come punto d'incontro di svariate culture (genovese, piemontese e sarda ma con una prevalenza del genovese anche dal punto di vista linguistico) ha forse conservato meglio alcuni esiti musicali che non si erano ritrovati a Carloforte. Il documento musicale più antico è costituito dalla Girometta. Questa antica canzone a ballo che si vuole di origine romagnola era nota nell'Italia settentrionale già nel Cinquecento e non doveva essere sconosciuta a Genova visto che ne esisteva una versione con testo in dialetto del seguente tenore: Girometta l'ha tréi fratelli, Girometta/e tütti tréi sartuì//Uno cüxe, l'atru descüxe e l'atru fa i gippuìn//.
(Girometta ha tre fratelli, Girometta/e tutti e tre sarti//Uno cuce, l'altro scuce e l'altro fa panciotti//). Nella versione calasettana(7)Comunicata da Giulia Melloni Leinardi questo testo base viene preceduto da due strofe prive di collegamento con la canzone, tranne che per la citazione del nome della Girometta, ma intonate sulla stessa melodia e con lo stesso ritmo: L'oxellin de lu verde bosco l'ha prexu'n xiuau/u l'ha xuau 'n sce 'na rametta de lu maigranò/u s'é ruttu 'na gambetta, l'atra ghe fa mò/ghe faiemu 'na züpettina de lu pan grattò//. L'uccellino del verde bosco ha preso un volo/è volato su un rametto del melograno/si è rotto una zampetta e l'altra gli fa male/gli faremo una minestrina di pan grattato//).
è interessante notare come l'antica canzone della Girometta, nel proprio complesso ciclo migratorio (da Genova a Tabarca, da Tabarca a Carloforte e da qui a Calasetta) si sia arricchita di nuovi elementi come spesso si è verificato nel nostro Trallalero e in altri canti monovocali, secondo quel fenomeno che viene descritto come "remescellu" (letteralmente miscuglio).
Una sorte analoga è toccata al "Bacicìn" ancora oggi nota a Genova nella restituzione a cinque voci del Trallalero classico. In una versione calasettana(8)id. "Bacicìn" è stato sostituito da "Cirulin" (Cirulin vatten'a cà/ta mamma t'aspete//A se lascià baxò pe 'na palanca//E chi l'ha vista u l'è u furnò cu l'ea de guordia). Nella versione genovese il fornaio indossa "e braghe gianche" o porta "a so cavagna". A Calasetta, poi, si aggiunge un'altra strofa che è stata tolta da una canzone completamente diversa sia nella melodia che nel ritmo: E se a cianse ha la raxun perché a l'é vegia. Anche in questo caso si può parlare della tecnica del "remescellu".
Tra le altre espressioni cantate o recitate figura Careghetta d'ou che accompagnava i giochi dell'infanzia. Eccone la versione genovese: Careghetta d'ou/ch'a péisa ciü che l'ou/l'ou e l'argentu/cu péisa ciü che un ventu/ventu, ventun/caccia a l'aia u caregun//. (Seggiolina d'oro che pesa più che l'oro/l'oro e l'argento/che pesa più del vento/vento ventone/butta all'aria il seggiolone). La versione calasettana(9)id. differisce per qualche particolare da quella genovese e dopo il terzo verso prosegue in lingua: Careghetta d'ou/va zü dau mou/d'ou e d'argentu/che vale cinquecento/centocinquanta/la gallina cantIa/canta il gallo/risponde la gallina/Signora Caterina si affaccia alla finestra/con tre colori in testa.
Altre rime destinate all'infanzia annoverano anche la famosa Maddalena frita in puela che nella versione calasettana(10)id. recita: Maddalena frizze a puela/a l'ha e scorpe de papé/Maddalena fa i fidé/i fidé sun de lattun/Maddalena fu u putrun/u putrun u l'é de seia/Maddalena bunna saia//.
(Maddalena frigge la padella/Ha le scarpe di carta/Maddalena fa i fidelini/sono di ottone/Maddalena fa il poltrone/il poltrone è di cera/Maddalena buonasera).
La componente surrealista di questo tipo di componimenti è del resto favorita dalla loro stessa destinazione, sfiorando spesso il nonsense, come nel caso della Riunda di cucculli che in calasettano diventa Riunda di coquilli.
Le strofe popolari genovesi come Me cazu me vestu trovano un riscontro anche a Calasetta con la differenza che, come in altri casi consimili, questo componimento viene preceduto da una quartina che è priva di relazione con tutto quel che segue: Anna Susanna/rispondi a chi te ciamma/te ciamma u barbé/pe andà a dormì cun le//Me cazu me vestu/me cacciu zü dau lettu/vaggu dau punte/u ventu me rumpe/vaggu insciù barcun/ghe trövu 'n scripiun/vaggu da galaia/ghe trövu 'na maia/vaggu dau ferrà/ghe trövu 'n gattu mortu/ pe famelu accumudò//.(11)id.
Forse questo è uno dei pochi casi in cui non occorre una traduzione integrale; i termini che possono apparire incomprensibili son scripiun (scorpione), galaia (balcone) e maia (mela). Quanto al gatto morto trovato nella bottega del fabbro, probabilmente si tratta di una trasposizione di fatti, tant'è vero che nell'ultima strofa la rima non viene rispettata. Nella versione raccolta a Genova(12)Comunicata da Candida Barbieri e pubblicata in Canti popolari di Liguria, a cura di Edward Neill. (v. nota n. 5). il protagonista si reca nell'orto e vi trova un gatto morto, gliene prende una zampetta e ne fa una trombetta, poi va sul ponte dove il vento gliela rompe; si reca quindi dal fabbro per farla aggiustare. Questo documento pone in evidenza tutta una serie di frustrazioni che assicurano continuità alle azioni descritte, mentre nella versione calasettana l'elemento frustrante risulta in qualche modo diluito dalla inconsequenzialità delle azioni.
In pratica, la trasmissione della tradizione orale non dipende da un pedissequa ripetizione di un archetipo fisso, ma dalla natura, dal "sentire" del portatore oltre che dalla disposizione psichica e mnemonica del portatore stesso.
Anche nel settore favolistico si è riscontrata a Calasetta la presenza di alcune favole di origine ligure(13)Raccolte, tradotte e pubblicate in Maria Cabras, Calasetta e i calasettani, Cagliari, s.d., come Pochettin e Prunsemina che si erano attestate soprattutto nell'estremo ponente (Oneglia, Porto Maurizio).

Maddalena Granara detta Nennina.

Il riferimento alle fiabe rimanda automaticamente alla importanza e al valore della donna ligure nella vita famigliare dove il suo ruolo la portava ad improvvisarsi anche come cantante nella Ninna-nanna un tempo l'unico "medicinale" consentito per addormentare i bambini. A Calasetta abbiamo invece trovato una Ninna-nanna cantata da una voce virile.
Questo documento in dialetto genovese non mostra alcun rapporto con la Ninna-Nanna che inizia con le parole Fa a nanà puppun de pessa che si cantava un tempo a Genova. Il primo verso della lezione calasettana si rifà a un verbo sardo (anninnare), il testo seguente è, come si è detto, in genovese, ma la melodia non è né sarda né genovese, sempre ché non si fosse rifatta ad un esito più antico e preesistente a Fa a nanà puppun de pessa la cui collocazione storica risulta difficile. Richiesto di ricordare da chi gli era stata comunicata la Ninna-nanna in questione, il cantore, Angelo Leinardi (1920-1996) ci disse di averla appresa dalla nonna la quale l'aveva a sua volta imparata dalla di lei nonna. Un lungo percorso che può farsi risalire al primo Ottocento, se non in epoca anteriore.
Non senza arguzia Angelo Leinardi aveva aggiunto che la Ninna-nanna era talmente efficace che riusciva a far addormentare non solo il bambino ma anche chi gliela cantava.

Annannai, annanai, a ninniemu
au figgettu ghe cantiemu
ghe cantiemu 'na cansun
c'ha l'é du gallu e du cappun.

Du cappun e da gallin-a
e da mamma ciü piccin-a
ciü piccin-a, ciü piccinetta
dormi bellu inta chinetta.

Se ti dormi mi te cantu
'na cansun ch'a l'é du santu
a l'é du santu e du Segnù
dormi, dormi bell'amù.

Se ti dormi inte sta chinetta
cu a Madonna benedetta
cu a Madonna benedetta e tütti i Santi
bell'amù, bella stelletta.

Note

1.Registrazioni depositate presso l'Istituto Demologico Ligure (bob. 25-26)
2.Cfr.AA.VV, Studio Monografico sulla Città di Carloforte, Cagliari 1974.
3.Comunicata da Francesco Costanzo e pubblicata in Canti Popolari di Liguria, a cura di Edward Neill. LP, Albatros VPA 8309, Milano 1978.
4.v. nota n. 2.
5.Pubblicata in Tradizioni popolari dell'Imperiese, a cura di Edward Neill, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Genova s.d.
6.In altre zone della Sardegna lo zimino designa piatti diversi. Nel sassarese, interiora arrostite, nel tempiese una zuppa di pesce. In italiano è sinonimo di pasticcio.
7.Comunicata da Giulia Melloni Leinardi.
8. id.
9. id.
10. id.
11. id.
12.Comunicata da Candida Barbieri e pubblicata in Canti popolari di Liguria, a cura di Edward Neill. (v. nota n. 5).
13.Raccolte, tradotte e pubblicate in Maria Cabras, Calasetta e i calasettani, Cagliari, s.d.

Nota linguistica
Altri fenomeni del dialetto tabarchino sono costituiti dal passaggio a/ai del dittongo genovese /ei/ (Taitu = Teitu); /s/ davanti a /c/ gutturale e ad altre consonanti (/f/,/p/,/q/ e /t/) si pronuncia come /s/.
Con il passare dei secoli il dialetto tabarchino o carlofortino si è modificato recependo anche alcuni vocaboli del sardo, come, per esempio, angioni (agnello).
Agli effetti del presente saggio, i testi dialettali sono stati trascritti secondo una grafia semplificata. Le vocali turbate sono state rese con /ö/ e /ü/. L'uso della dieresi o dell'accento circonflesso in altre situazioni è del tutto arbitrario, non rispondendo ai dettami della moderna glottologia. Per la collaborazione ricevuta per le proprie ricerche l'Autore ringrazia: I Comuni di Calasetta e di Carloforte, la Famiglia Leinardi, Pier Paolo Mancosu e Neruccio Murgia.

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