Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - ECONOMIA

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

1847-1900:
L'imprenditoria genovese nell'Isola
tra gli anni della "fusione" e la crisi di fine secolo

Maria Luisa Di Felice
Archivista di Stato - Ricercatore Storico-Scientifico presso la Soprintendenza Archivistica per la Sardegna - Cagliari

Nel 1848 la Sardegna rinunciò alla propria autonomia per integrarsi "nel sistema piemontese". La "fusione" con gli Stati di Terraferma fu caldeggiata da quanti - commercianti e proprietari terrieri, ma anche uomini di cultura, borghesi principalmente - in ragione della grave situazione economica in cui versava la regione, auspicavano l'abolizione delle norme che vincolavano e restringevano il commercio delle derrate, per includere la regione negli accordi per la lega doganale, recentemente stipulati tra alcuni stati della penisola.

A orientare in questo senso la politica dello stato sabaudo contribuirono anche le Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna che, pubblicate nel 1848 dall'erudito imprenditore piemontese Carlo Baudi di Vesme e destinate al re Carlo Alberto, sollecitarono l'apertura del mercato sardo allo scopo di consentire lo sviluppo dell'isola e lo sfruttamento delle sue risorse nell'interesse generale dello Stato.
La libera circolazione delle merci tra la Sardegna e la Terraferma, avviata nel giugno 1848, favorì l'economia del Regno e, contestualmente, avvantaggiò gli imprenditori e i commercianti del continente, in particolare liguri, che, potendo contare sull'appoggio delle istituzioni, trovarono nell'isola condizioni molto favorevoli (principalmente materie prime e manodopera a buon prezzo) per incrementare i propri affari.
La presenza genovese nelle vicende della Sardegna non datava certo dall'Ottocento; tuttavia, negli anni successivi all'unificazione economica i potenti mercanti e i finanzieri liguri considerarono nuovamente vantaggiosi gli investimenti nell'isola, grazie all'alleanza stretta con Cavour. Lo statista assicurò loro numerosi e cospicui favori, assecondando in particolare gli interessi di un gruppo di operatori provenienti dalle file dei democratici che, infatti, poterono realizzare ottimi affari, una volta abbandonata l'opposizione politica.
In primo luogo, il rinnovato interesse dei liguri si concentrò nel commercio, sulla scia di iniziative imprenditoriali sperimentate da tempo. Agenti commerciali delle ditte liguri, tra il 1850 e il 1855, assunsero il controllo degli scambi, soppiantando anche quanti, provenienti dalla stessa regione - come i Viale, i Rossi, i Belgrano, i Pollini, i Cortese e i Rapallo - si erano già stabiliti a Cagliari sin dai primi anni del secolo, avviando proficue imprese. Il movimento commerciale crebbe nel periodo compreso tra le due prime guerre d'indipendenza, ma ebbe l'impennata più significativa quando prese forma la politica liberoscambista di Cavour. Le importazioni aumentarono sino al 1858, mentre le esportazioni, dopo una crescita regolare, calarono nettamente nel 1855, per riprendere poco dopo, e toccare l'apice nel 1858. Inghilterra, Francia, Algeria e Napoli erano i mercati verso i quali si dirigevano le derrate sarde e da cui erano importati manufatti e materie prime. Tenuto conto che a Cagliari si gestivano i 2/3 del commercio di esportazione, complessivamente dai porti della Sardegna meridionale, al principio degli anni sessanta, uscivano principalmente grano, orzo, fave, ceci, lana grezza, formaggio, tonno, sale, pelli non lavorate e conciate, corallo, sughero, stracci, legnami, carbone di legno, bestiame (buoi, cavalli, maiali, agnelli) e minerali (piombo, ferro, rame); si importavano invece zucchero, caffè, acquavite, farine, manufatti e filati di cotone, lana, seta, canapa e lino, mercerie e chincaglierie, ferro lavorato e non, carbone fossile, pelli lavorate e carta.
Dopo appena qualche anno il movimento commerciale registrava incrementi assai interessanti: aumentava il volume delle importazioni e delle esportazioni, ma erano soprattutto le prime a progredire in maniera vistosa e ad essere assorbite, per i 9/10, da Cagliari che aveva assunto la leadership commerciale. Il 1851 aveva rappresentato una tappa fondamentale per la "conquista" del mercato sardo. Quell'anno la Società dei vapori nazionali Rubattino aveva ottenuto il monopolio delle linee di navigazione, stipulando con il Governo una convenzione che le consentiva di usufruire di una sostanziosa sovvenzione, in cambio di sei corse mensili di collegamento tra Genova, Cagliari, Porto Torres. Dietro l'accordo vi erano le intese suggellate tra Cavour e la Camera di Commercio di Genova che sperava in "più frequenti relazioni" con la Sardegna, per "trarre ogni profitto possibile da quell'Isola feracissima".
I vantaggi non tardarono, infatti, a manifestarsi; la regione divenne il terreno incontrastato per gli investimenti liguri, che dal commercio si allargarono agli altri settori economici, proprio grazie alle facilitazioni assicurate dalla Rubattino. L'impresa detenne, infatti, la privativa delle linee marittime per la Sardegna sino al 1891, succeduta, nonostante i tentativi esperiti dai cagliaritani, dalla Società di Navigazione Generale, nella quale Rubattino mantenne un ruolo rilevante. I servizi offerti da queste compagnie erano costosi, insoddisfacenti e svantaggiosi per i sardi, come denunciò l'onorevole Francesco Pais Serra nel 1896, incaricato di effettuare un'inchiesta sulle condizioni economiche della Sardegna. Le merci importate nell'isola erano acquistate a prezzi assai elevati, mentre quelle esportate erano pagate "meno del prezzo corrente sui mercati". Inoltre, poiché il mercato delle derrate sarde era a Genova e a Livorno e non nell'isola, questa era privata anche degli utili che potevano ricavarsi dai profitti dei mediatori o dei terzi acquirenti, e in generale dalla più intensa attività che avrebbe potuto caratterizzare i suoi porti.
L'intraprendenza ligure suscitò ben presto aperte denunce, per lo stato di gravosa dipendenza, se non di vera e propria "sudditanza", in cui si venne, di fatto, a trovare il commercio, e poi progressivamente, tutta l'economia dell'isola, secondo il guidizio dei contemporanei. Finanche Giovanni Siotto Pintor, uno dei più accaniti sostenitori dell'integrazione sarda nel sistema piemontese, si schierò tra quanti imputarono al capoluogo ligure un ruolo negativo, e indicarono nel monopolio esercitato dagli "astuti mercanti" la ragione che inibiva la crescita di "industrie nostrane".
I genovesi avevano, infatti, esteso i loro interessi, impegnando risorse e capitali sia nella costruzione delle strade e delle ferrovie dell'isola, sia nella gestione dei trasporti via terra, sia inoltre nei lavori pubblici e nello sfruttamento di foreste, saline, tonnare e miniere.
Tra il 1849 ed il 1854 alcune imprese genovesi si erano aggiudicate i lavori di ampliamento e di ristrutturazione da realizzare nei porti sardi: a Cagliari, ad esempio, avevano operato l'azienda Bianchi e il gruppo bancario Bombrini-Della Rüe. Ma l'affare più cospicuo si era rivelato senza dubbio quello legato alle foreste. Alla metà dell'Ottocento risale la massiccia penetrazione degli speculatori che, senza troppo dispendio e a condizioni assai favorevoli, abbatterono un numero ragguardevole di querce e di roveri, richiesti dai cantieri navali genovesi e livornesi, dagli arsenali francesi ed inglesi, e dalle società impegnate nella costruzione delle ferrovie.
In poco più di mezzo secolo, tra il 1818 ed il 1875, furono distrutti ben 193.829 ettari di foreste. Le navi cariche di legname raggiungevano le coste francesi e liguri, laddove si arricchivano i Penco, i Rubattino e i Calvo. Persino alcuni progetti di colonizzazione della Sardegna consentirono di speculare sulle sue ricchezze boschive. In questo senso fu esemplare il destino dell'impresa dei torinesi Bolmida e Barboux, del genovese Bombrini e del ravennate Beltrami che, nel 1856, stipulò una convenzione con lo Stato per colonizzare la vallata del Coghinas, commercializzare le derrate locali e creare a Cagliari un cantiere per la costruzione e la riparazione di navi. Un'iniziativa che sostanzialmente si limitò a spogliare radicalmente i 65.000 ettari di terreno avuti in concessione.
Il taglio indiscriminato e radicale dei boschi non solo alterò l'equilibrio ambientale della regione, ma vanificò persino lo sfruttamento di alcune importanti risorse economiche: il carbone vegetale e il sughero. Le possibilità di sfruttamento delle querce sugherifere erano ben note, ma, come osservò il generale Alberto Della Marmora nel 1839, l'opportunità di realizzare immediatamente dei grandi profitti faceva sì che le piante, una volta private della preziosa corteccia, fossero tagliate e vendute come legname.
Il sughero, proveniente soprattutto dalla Sardegna nord-orientale, era esportato in Francia e nella penisola italiana, laddove erano attive le fabbriche di turaccioli. Marsiglia, San Pier d'Arena e Genova erano le località dove si concentravano i carichi provenienti dalla Sardegna sino agli anni ottanta. Una volta rotti i rapporti commerciali tra Italia e Francia (1887-88), negli anni della crisi di fine secolo, seguita al mancato assorbimento dei prodotti sardi da parte del mercato francese, il sughero fu smerciato in parte nella penisola, in parte fu invece lavorato localmente, nei primi attrezzati laboratori artigianali per la trasformazione del prezioso prodotto.
L'affare delle foreste costituì una fase importante della speculazione ligure, i cui profitti, per quanto enormi, furono tuttavia circoscritti nel tempo. Contemporaneamente l'interesse degli intraprendenti uomini d'affari si concentrava su altre risorse dell'isola. Nel 1852 era stata fondata da Rubattino e da Giacomo Filippo Penco la Compagnia delle Saline di Sardegna che si assicurò per trent'anni - e a condizioni assai vantaggiose - la coltivazione degli stabilimenti di Cagliari e Carloforte, con l'impegno di cedere il sale necessario alle esigenze del Regno.
Sino allora le saline erano state sfruttate direttamente dallo Stato e l'incetta del prodotto aveva intensamente caratterizzato, sin da tempi remoti, i traffici commerciali che facevano capo al porto cagliaritano. La cessione ai privati incrementò notevolmente la produzione che, nel 1858, raggiunse le 100.000 tonnellate, e nel 1877 le 150.000. Le esportazioni, un tempo assai sostenute e diminuite nella prima metà dell'Ottocento, furono nuovamente consistenti e destinate alla Scandinavia, alla Turchia, all'America e persino all'India.
Nel 1881 le saline furono concesse alla Società Generale di Navigazione - la stessa che a partire da quell'anno gestiva le linee marittime sovvenzionate - con l'impegno di fornire allo Stato 60.000 tonnellate al prezzo di sei lire l'una. Nel 1891 la società, al rinnovo del contratto, si obbligò a consegnare all'erario 90-100.000 tonnellate di sale grosso e 5-6.000 di sale macinato, fruendo di condizioni ancora particolarmente favorevoli che ne incrementarono i profitti per qualche tempo.
Dopo il 1891, tuttavia, la resa delle saline scese al di sotto delle 150.000 tonnellate e, tra il 1893 ed il 1896, il commercio del sale segnò dei veri e propri minimi storici, anche in relazione alla guerra doganale con la Francia ed alla crisi che scoppiò di conseguenza. L'esportazione verso l'estero, che nel decennio 1879-1888 fu in media di 58.237 tonnellate l'anno, nel periodo 1889-1898 scese a 36.441 tonnellate e negli anni 1900-1909 toccò le 810 tonnellate annue, perdendo ogni interesse per l'imprenditoria ligure che accantonò rapidamente questo settore.
Se le foreste e le saline assicurarono introiti di grande rilievo, non fu di minore interesse la speculazione che riguardò le tonnare, nonostante le grandi spese d'impianto e l'esito sempre incerto delle campagne di pesca. L'attrattiva esercitata da questo genere di attività ben si comprende osservando la storia di ciascuna tonnara e l'avvicendamento di quanti, a vario titolo, ne divennero proprietari, affittuari o concessionari. Tipico è il caso della tonnara Saline, ubicata nei pressi dell'attuale Comune di Stintino. Ritenuta la più importante tra quelle della Sardegna settentrionale, essa era stata a lungo nelle mani dei Vivaldi Pasqua, una famiglia di origine ligure, e, dal 1872, passò alla società genovese costituita tra Santo Lagorio, Pietro Delpino ed Eugenio Pretto. Altrettanto significative sono le vicende delle tonnare di Porto Scuso, calata sulla costa sud-occidentale, di Porto Paglia e Cala Vinagra, collocate fra la terraferma e l'isola di Carloforte. La prima fu acquistata dal genovese Pasquale Pastorino, al quale succedettero i figli, Giacomo e Carlo, già proprietari dello stabilimento per la lavorazione del tonno ubicato sulla Punta di Carloforte; la seconda, nel 1865, fu venduta ai liguri Giacomo Carpaneto e Giuseppe Ghilino; l'ultima, appaltata ad un gruppo di imprenditori capeggiati dal commerciante genovese Giacomo Giuseppe Boggiano, passò poi ai liguri Crocco, Carpaneto e Rossi Doria, e, messa in vendita nel 1883, fu acquistata dalla ditta Carpaneto di Genova.
L'interesse dell'imprenditoria ligure si concentrò sulle tonnare fino a quando queste offrirono lauti guadagni, scemando pertanto in conseguenza della crisi che, scoppiata tra il 1879 e il 1883, ridusse ai margini un'attività un tempo assai florida e redditizia. In quegli anni emerse prepotentemente la concorrenza spagnola e tunisina che, accanto ad altre condizioni negative, quali l'inquinamento delle coste nei pressi delle miniere e il mutamento delle rotte dei tonni, incisero sull'andamento delle campagne di pesca e ridussero i larghi margini di profitto ottenuti in precedenza.
Le ricchezze del sottosuolo rappresentarono un'attrattiva altrettanto rilevante per i capitali liguri. Protagonisti delle vicende minerarie sarde tra Otto e Novecento, essi ebbero un ruolo determinante nella costituzione di alcune prestigiose imprese del settore: tra il 1848 e il 1850, crearono la Società per la coltivazione della miniera di Montevecchio, la Società per la coltivazione delle miniere Sulcis e Sarrabus e la Società di Monteponi, con l'intento di sfruttare per primi i giacimenti più redditizi dell'isola.
A queste iniziative se ne affiancarono numerose altre, stimolate a tentare la fortuna anche grazie alle convenienti condizioni di trasporto offerte da Rubattino. Non a caso, accanto alla Ichnusa e alla Società Montesanto, fondata qualche mese prima della concessione ottenuta dalla Società dei vapori nazionali, si fece avanti un gruppo ligure-piemontese che acquistò i diritti su sei miniere, situate nel circondario di Lanusei (ad est dell'isola), e nacquero la Società ligure-sarda per la fabbricazione di vetri e la Società mineralogica di Tertenia.
Nell'arco di un quinquennio a Genova si costituirono ben undici società, il cui capitale complessivo era di 20 milioni e le cui ragioni sociali concernevano diversi settori, tra i quali quello minerario era senza dubbio il più consistente e rappresentato.
Nonostante le brillanti premesse queste iniziative non furono tutte durature: qualcuna visse appena un anno, altre abortirono rapidamente. Nel 1854 si chiuse l'esperienza dell'Ichnusa, seguita nel 1858 dalla Tertenia e dalla Sulcis Sarrabus. Al principio degli anni sessanta, delle undici imprese nate negli anni in cui Genova aveva potuto contare sul favore di Cavour, se ne contavano solo tre con un capitale di quattro milioni di lire. Poco dopo la morte dello statista, tra il 1861 ed il 1864, l'interesse dei genovesi per le miniere sarde subì quindi una battuta d'arresto: sono esemplari in tal senso le vicende dell'importante Società Monteponi il cui pacchetto azionario passò, proprio in quegli anni, sotto il controllo del capitale torinese.
La coltivazione dei giacimenti sardi conobbe una seconda fase espansiva a partire dal 1867, con la scoperta delle possibilità di sfruttamento dello zinco. Tra quell'anno e il 1880, gli investimenti minerari tornarono ad essere tanto favorevoli da richiamare anche i capitali liguri con rinnovata sollecitudine. Nacquero così la Società anonima Miniere di Lanusei in Sardegna, la Società genovese di miniere in Sardegna e la Società anonima Compagnia generale delle miniere, i cui capitali univano gli armatori, i commercianti e gli impresari genovesi, alle banche estere operanti a Genova, a testimoniare un interesse per l'isola che coinvolgeva tutto il mondo degli affari cittadino.
Durante gli anni ottanta, in seguito alla costituzione di altre tre imprese, la Società anonima Correboi, la Società miniere di Montelora e la Società anonima italiana di miniere di rame e di elettrometallurgia, nei bilanci delle società genovesi presenti in Sardegna comparivano investimenti fissi pari a 14 milioni di lire, costituiti soprattutto da miniere, ma anche da terreni e stabilimenti: un patrimonio di notevoli dimensioni che assumeva una consistente rilevanza per l'economia di entrambe le regioni. Accanto agli interessi minerari continuavano a restare vitali le iniziative nelle tonnare, nelle saline, nei lavori pubblici, come nelle attività armatoriali e in quelle commerciali: un panorama di estesi profitti che dava ampiamente i suoi frutti anche in termini di prestigio sociale.
La produzione del piombo scese notevolmente tra i primi anni ottanta e il 1897, tanto che il quantitativo estratto risultò insufficiente a soddisfare lo stesso fabbisogno locale. Per evitare la concorrenza e fronteggiare soprattutto i produttori inglesi, tedeschi e spagnoli e le industrie di quei paesi, che godevano di forti dazi doganali, i coltivatori delle miniere piombo-argentifere sarde chiesero più volte al Governo dei provvedimenti protezionistici. La loro mancata concessione costrinse le aziende a rivedere i programmi e a innescare un processo che, inesorabilmente, portò ad una selezione tra le aziende e ridusse la presenza del capitale ligure anche in questo settore.
L'imprenditoria continentale, d'altra parte, aveva individuato altri ambiti economici che offrivano altrettante fonti di reddito. A tale proposito è emblematica la fortuna ottenuta dai liguri nel settore agro-alimentare; dopo aver sfruttato commercialmente i rinomati prodotti delle campagne sarde, quali grani, oli, formaggi, vini, bestiame e cuoi, all'indomani della "fusione", essi si adoperarono per creare i primi stabilimenti di trasformazione, allargando ulteriormente la già estesa ed intricata maglia di interessi. Per fare solo qualche esempio, occorre ricordare che a lungo, e sino in tempi a noi relativamente vicini, i Merello, i Costa e i Balletto hanno gestito i principali opifici per la produzione di farine e di paste alimentari, mentre altri, ad esempio i Costa di Sassari, hanno legato i loro nomi ora alle conce, ora alla confezione di oli e di farine.
In conclusione, nonostante le denunce emerse negli anni immediatamente successivi alla "fusione", si può sostenere che il ruolo degli imprenditori liguri non sia stato del tutto dannoso. I loro capitali nella seconda metà dell'Ottocento hanno consentito, infatti, la parziale trasformazione della chiusa realtà isolana, avviando la nascita delle prime forme di industrializzazione e favorendo l'inserimento di una società, sostanzialmente arcaica, in un circuito economico nazionale ed internazionale in dinamica evoluzione. In principio, i sardi hanno certo pagato un caro prezzo: privi com'erano di mezzi e di competenze hanno subito l'iniziativa altrui, e per questo sono stati spogliati di grandi risorse con ben scarsi benefici, se non addirittura a detrimento dell'equilibrio ambientale e sociale, basato sulle strutture tradizionali del mondo agro-pastorale. Nel tempo tuttavia, e soprattutto in alcuni settori, i sardi hanno fatto proprie alcune esperienze importate nell'isola. Sono nate così imprese spesso di piccole dimensioni, ma anche iniziative di rilievo internazionale che, in parte, non hanno resistito ai tempi (come nel caso delle conce), in parte, dopo aver vissuto altalenanti fortune, si sono positivamente affermate nella realtà economica contemporanea. Gli esempi in tal senso possono essere diversi, e interessano settori distinti. Tra tutte sono certamente emblematiche le vicende delle aziende produttrici di olio e di sughero, le cui antesignane nacquero tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, proprio quando era molto stretto il rapporto con l'imprenditoria ligure. Le competenze e le professionalità acquisite allora, sono state fondamentali per la nascita di moderne realtà produttive che oggi, strutturate e organizzate in ragione delle esigenze di un mercato globale, possono vantare un rilevante patrimonio tecnico e una produzione di alta qualità che rende l'olio e il sughero sardi tra i più rinomati e apprezzati nel mondo.

Top