Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA SUPPLEMENTO N. 1/2000 - ARTE

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

L'Arciconfraternita dei Santi Giorgio e Caterina
della "Nazione Genovese" a Cagliari

di Fausta Franchini Guelfi
Ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica,
Romanistica, Arti e Spettacolo dell'Università di Genova

La presenza dei genovesi in Sardegna assunse una rilevanza
determinante per le vicende storiche ed economiche dell'isola
a partire dal secolo XI, quando alcune potenti consorterie
familiari genovesi, come gli Spinola e soprattutto i Doria,
iniziarono un'azione di progressiva appropriazione di vasti
possedimenti fondiari e di diritti feudali, rafforzando la loro
posizione anche con un'accorta politica matrimoniale con
le famiglie regnanti sarde.

Nei secoli XII e XIII ad esempio i Doria si imparentarono tanto strettamente con i signori del Giudicato di Torres, da giungere quasi a dominare questo importante territorio; e nel XIII secolo il possesso di Castelgenovese e di Alghero, opportunamente munite di difese e fortificazioni, garantiva ai Doria il controllo delle rotte verso la Corsica(1)vai alla nota 1.
Ma è dall'alleanza di Andrea Doria con Carlo V nel 1528 che la presenza genovese, in una Sardegna divenuta nel frattempo dominio della monarchia spagnola, si fece preponderante nei rapporti con la realtà economica dell'isola e con la politica finanziaria dei vicerè spagnoli. Non più soltanto i grandi feudatari, ma anche un'attivissima comunità di commercianti provenienti sia da Genova che dalle riviere, soprattutto dal Ponente (Alassio in primo luogo e poi Sestri Ponente, Laigueglia, Cervo, Diano, Sanremo ) è la protagonista di questa nuova fase di sviluppo dei rapporti fra la Repubblica di Genova e la Sardegna. In particolare fra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento i genovesi giungono a tenere nelle loro mani le più importanti fonti di ricchezza dell'isola e a esercitare in campo economico e finanziario quel monopolio che, fino al primo trentennio del Cinquecento, era stato dei mercanti e appaltatori di origine iberica(2) vai alla nota 2. Le più importanti merci di esportazione prodotte in Sardegna, grano, cereali e sale, ma anche formaggi e carni salate, cuoio e pelli, assieme alle attrezzature complete per navi e imbarcazioni e a ogni tipo di fornitura navale sono gli oggetti del commercio dei genovesi. Inoltre il loro attivismo imprenditoriale li porta ad avventurarsi in sempre nuovi investimenti e ad allargare costantemente i loro settori operativi: quando nel 1591 un gruppo di esperti siciliani ingaggiati dal vicerè di Sardegna Gastone de Moncada organizzarono la prima tonnara a Capo Carbonara, furono uomini d'affari genovesi a farsi avanti per primi per ottenerne l'appalto ed i diritti di organizzarne altre, monopolizzando così sia la produzione che il commercio del tonno sardo. Dalla prosperità economica dei commercianti genovesi derivava direttamente la loro attività finanziaria: i loro prestiti alle amministrazioni cittadine ed alle istituzioni governative, sottoposte alla pressione dell'esosa fiscalità spagnola, venivano compensati con la concessione dell'appalto delle entrate più redditizie del regno, oltre che con l'esenzione dai diritti daziali. Così il progressivo indebitamento della finanza locale innescò un meccanismo di progressiva subordinazione dell'economia sarda nei confronti della "nazione genovese", che nella prima metà del Seicento in alcune circostanze di particolare emergenza giunse persino ad assumersi l'incarico della difesa navale dell'isola contro le scorrerie saracene.
Anche per la Sardegna dunque, come per tutti i territori del dominio spagnolo, il periodo che va dalla metà del Cinquecento a tutto il Seicento può essere definito "el siglo de los Genoveses". Proprio in questo momento storico i porti sardi, e Cagliari in particolare, assunsero un ruolo importantissimo di scali intermedi fra le coste italiane e spagnole, e la nuova rilevanza assunta dagli affari della comunità genovese in Sardegna venne esplicitamente riconosciuta dalla Repubblica di Genova che, nella seconda metà del Cinquecento, avocò al Senato la nomina del Console della Nazione Genovese, fino a quel momento eletto dagli stessi mercanti attivi in Sardegna.

Pittore genovese della prima metà del Seicento, La Vergine e il Bambino offrono a San Bernardo le chiavi di Genova. Cagliari, Chiesa dei Santi Giorgio e Caterina dei Genovesi.

è nel contesto di questa situazione particolarmente favorevole che, nell'ultimo quarto del Cinquecento, viene istituita la confraternita dei genovesi a Cagliari. La prima notizia che ne abbiamo è del 1588: i confratelli possiedono una cappella, dedicata a Santa Caterina, nella chiesa di Nostra Signora del Gesù dei Francescani Osservanti, e in accordo con i Padri intendono costruire una stanza attigua alla cappella per svolgervi le loro riunioni(3) vai alla nota 3. Nel 1591 una bolla papale elevava il sodalizio ad Arciconfraternita; i confratelli ottenevano così la partecipazione ad un prezioso tesoro di indulgenze e suffragi, patrimonio devozionale assai ambito che apportava loro un grande prestigio. Il 9 aprile 1596 si stendevano i nuovi Capitoli dell' "Arciconfraternita intitulata di Santo Giorgio et Santa Catherina della natione genovese"(4) vai alla nota 4. Il testo di questo importante statuto conferma i tipici caratteri protettivi che connotano tutti gli statuti di confraternita delle comunità nazionali all'estero in questo momento storico: provvedere alle esigenze devozionali, alla mutua assistenza, alla sepoltura e al suffragio degli affiliati e a rafforzare col linguaggio espressivo della religiosità la concordia e la compattezza della "nazione", contribuendo anche, in definitiva, a tutelarne gli interessi. Tipico è anche l'impegno che tutta la "nazione" si assume per dotare il sodalizio di autonomia economica: tutte le navi genovesi che approdavano al porto di Cagliari dovevano versare 12 reali all'Arciconfraternita e ogni commerciante genovese le doveva 3 reali per ogni 100 cantari di formaggi e di cuoi esportati. Queste tassazioni imposte alla comunità mercantile genovese attestano come essa si identificasse totalmente con la confraternita.
Nel 1599 alcuni screzi con i Minori Osservanti portarono i confratelli a cercare un "altro locho per fare una nuova chiesa a nome di detta natione": a questa decisione parteciparono ben ottantotto confratelli e lo stesso Console della Nazione Antonio Martino, che, come è registrato nel verbale della Congregazione Generale del 6 luglio 1599, si impegnarono tutti singolarmente a versare un'offerta (dai 2 scudi di Giuliano Bogliolo ai 100 di Benedetto Nattero) oppure a fornire gratuitamente materiali o prestazioni lavorative, come Giuseppe Grana che promise di "fare tutti li ferramenti per la fabrica" e Antonio Guiraldo che garantì di "portare diece barcate d'arena"(5) vai alla nota 5. Il Console non solo s'impegnò per 100 scudi, ma promise anche di cedere "tutti li molumenti spettanti al (suo) officio". Fu così possibile acquistare immediatamente un terreno in località "Sa Costa" nel quartiere della Marina ed iniziare la costruzione, anche con i proventi di una nuova tassazione che la comunità dei commercianti genovesi si impose su tutte le merci importate ed esportate dall'isola. La decisa volontà della confraternita di sostenere il proprio prestigio si misura sui rapidissimi tempi di realizzazione della costruzione: nel 1604 la chiesa era quasi terminata. A una sola navata con tre cappelle per lato, la chiesa si presentava con un impianto di sobria semplicità architettonica; certamente ai confratelli era stata d'esempio la vicenda dei commercianti genovesi di Palermo, che non molti anni prima (1576), lasciata la loro cappella nella chiesa di San Francesco dei Minori Conventuali, si erano costruiti una chiesa grandiosa intitolata a San Giorgio(6) vai alla nota 6.
La documentazione finora rintracciata nell'archivio dell'Arciconfraternita cagliaritana attesta la provenienza genovese di quasi tutte le opere d'arte eseguite per la chiesa, dai dipinti alle sculture agli argenti liturgici, ed è assai probabile che anche l'architetto progettista dell'edificio ed il capomastro che lo realizzò fossero genovesi(7) vai alla nota 7. Così erano certamente di manifattura genovese i preziosi paramenti sacri che costituivano il ricco corredo di vesti liturgiche descritto in un inventario del 1616, e da Genova giunsero anche i marmi del maestoso portale maggiore, costituito da due monumentali colonne a torciglione che reggevano un fastigio con lo stemma di Genova coronato e sorretto dai grifoni fra due volute a ricciolo. Il notevole costo dei marmi aveva ritardato l'esecuzione dell'opera che, deliberata già nel 1618, soltanto nel 1672 potè essere collocata al centro della facciata, grazie al determinante contributo economico del confratello Gio. Antonio Rosso.
Opera di artisti genovesi sono inoltre due fra i più importanti dipinti della chiesa. Nell'assemblea del 12 febbraio 1634 il Console genovese Ambrogio Pino aveva proposto una solenne festa di ringraziamento e la dedicazione di una cappella a San Bernardo per aver preservato Genova dalla peste; la proposta era stata immediatamente accettata e il confratello Bernardo Paulini, facoltoso mercante che curava gli interessi in Sardegna di Giovanni Andrea Doria, si era offerto di ordinare a Genova, a sue spese, una pala d'altare che rappresentasse il santo. Nell'aprile 1635 la grande tela era già sull'altare di una delle cappelle laterali: circondata da angeli, la Vergine porge al santo inginocchiato il Bambino che gli offre le chiavi della città. Sotto le nubi che sorreggono Maria e il Bimbo, appare Genova racchiusa fra le sue mura, protesa verso il mare con la Lanterna (fig.1). Il dipinto, caratterizzato da un caldo colore e da una pennellata morbida e pastosa, è opera di un pittore che riecheggia i modi di Bernardo Castello(8) vai alla nota 8. Non molti anni dopo è a Gio. Andrea De Ferrari che la confraternita si rivolse per far eseguire la grandiosa pala dell'altar maggiore con La Vergine col Bimbo fra i Santi Giorgio e Caterina. Mentre nel 1647 la tela era in lavorazione, arrivavano da Genova i marmi per il nuovo altar maggiore, una maestosa struttura destinata ad incorniciare la pala e a coronarla con un architrave e un fastigio a timpano spezzato con due angeli e una figura centrale(9) vai alla nota 9. Nel 1648 l'altare veniva posto in opera; ma il dipinto appena giunto da Genova non soddisfaceva i confratelli poiché, forse per un equivoco creatosi con il pittore, vi era rappresentata, in colloquio con la Madonna e il Bimbo, la sola Santa Caterina. Ecco dunque la tela rispedita a Genova nel 1651 perché l'artista vi aggiungesse la figura di San Giorgio, che appare infatti, anche se in piena evidenza sul lato sinistro della scena, escluso dal tenero rapporto fra la Vergine, il Bimbo e la santa, spettatore dello sposalizio mistico che Gesù e Santa Caterina stanno per celebrare sotto lo sguardo affettuoso di Maria (fig.2). Un esame radiografico dello splendido dipinto potrebbe farci conoscere la prima stesura della composizione(10) vai alla nota 10.

Giuseppe Anfosso, Martirio di Santa Caterina, particolare. Cagliari, Chiesa dei Santi Giorgio e Caterina dei Genovesi.

Anche le sculture processionali in legno policromo, tuttora conservate nella chiesa, sono opera di artisti genovesi. Il bellissimo Crocifisso (fig.3) fu eseguito con ogni probabilità entro la prima metà del Settecento da un allievo di Anton Maria Maragliano molto attento ai Crocifissi del maestro; il rapporto fra la committenza cagliaritana e la bottega dello scultore genovese è confermato anche dallo stupendo Crocifisso ligneo della cattedrale di Cagliari, già attribuito al piemontese Severino Felice Cassino ma ora assegnato giustamente allo scalpello del Maragliano(11) vai alla nota 11. Più tardo è il gruppo scultoreo processionale che rappresenta Il martirio di Santa Caterina (figg.4,5), eseguito dallo scultore genovese Giuseppe Anfosso e giunto da Genova nel 1792(12) vai alla nota 12. La travagliata vicenda di quest'opera, gravemente danneggiata dal bombardamento che colpì la chiesa il 13 maggio 1943, si è felicemente conclusa con il ritrovamento delle figure dell'angelo e degli aguzzini, che si credevano disperse, e con il recente restauro eseguito dal Laboratorio genovese di San Donato. Dell'Anfosso, scultore del quale fino ad oggi era noto soltanto il nome, si può ora iniziare a tracciare un profilo sia in base ad alcune notizie archivistiche, che ne collocano la formazione nella bottega del genovese Pasquale Navone e nei corsi di disegno e scultura dell'Accademia Ligustica, dove fu anche premiato nel 1786 e nel 1787 (13) vai alla nota 13, sia soprattutto in base all'analisi del gruppo cagliaritano ricostruito e restaurato e di un'altra cassa processionale, recentemente restaurata, la Santissima Trinità incorona la Vergine (fig.6) della chiesa parrocchiale di Santa Caterina di Erli (Savona) firmata dall'Anfosso e datata 1796(14) vai alla nota 14. Sia nella raffinata scrittura scultorea che definisce le figure nei volti, nelle membra e nei movimentati panneggi, sia nella capacità di disporre le figure in un sistema di gesti e atteggiamenti in una struttura compositiva tipicamente teatrale, l'Anfosso ben rappresenta l'eredità culturale dell'opera maraglianesca filtrata attraverso il più composto e moderato linguaggio del Navone, del quale fu allievo e poi collaboratore fino alla sua morte nel 1791. La cassa di Cagliari è dunque una delle prime opere realizzate dall'Anfosso nel ruolo di capobottega.
Anche le argenterie liturgiche dell'arciconfraternita cagliaritana furono sempre, molto probabilmente, eseguite da argentieri genovesi. Paradigmatica a questo proposito la vicenda del turibolo e della navicella tuttora custoditi nella chiesa (figg.7,8), splendidi pezzi caratterizzati da una raffinata decorazione neoclassica, eseguiti poco prima della metà dell'Ottocento dall'argentiere Luigi Montaldo (Genova 1782 ca. - Cagliari 1867) che, stabilitosi a Cagliari nei primi anni del secolo, con casa e bottega nel quartiere della Marina, fu affiliato all'arciconfraternita e vi ricoprì anche la carica di priore(15) vai alla nota 15. La sua appartenenza alla tradizione dei "fraveghi" genovesi è evidenziata nel giudizio della Deputazione che lo premiò all'Esposizione cagliaritana del 1847, elogiandone "la squisitezza di gusto e l'eleganza delle oreficerie genovesi alle quali ... fu educato".
La distruzione della chiesa nei bombardamenti della seconda guerra mondiale segnò una dolorosa cesura nella storia dell'arciconfraternita e del suo patrimonio artistico, che fu gravemente danneggiato. La chiesa attuale, ricostruita in forme moderne negli anni 1958-1964 dall'ing. Marco Piloni su progetto dell'arch. Francesco Giachetti, riunisce tuttora i discendenti della "nazione genovese" di Cagliari: il portale è coronato dal grande stemma marmoreo di Genova fiancheggiato dai grifoni, che era posto sulla facciata dell'antica chiesa e che si è potuto recuperare dalle rovine (fig.9). L'interno, luminosissimo per la luce delle grandiose vetrate eseguite da Rolando Monti, custodisce il ricco patrimonio di dipinti, sculture, tessuti ed argenti dell'arciconfraternita, che in questi ultimi anni si è occupata con alacrità e intelligenza della sua conservazione e valorizzazione. I restauri dei dipinti e delle sculture, diretti e in parte finanziati dalla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Sardegna, lo studio e la sistemazione dell'archivio, fondamentale per la storia non solo della "nazione genovese" ma anche della stessa città di Cagliari, infine l'allestimento, in alcuni locali dell'Arciconfraternita attigui alla chiesa, del Museo dell'Arciconfraternita, inaugurato il 20 novembre 1999 col sostegno finanziario della Regione Sardegna(16) vai alla nota 16, costituiscono i momenti di un progressivo, consapevole recupero della propria storia e delle proprie tradizioni, che il sodalizio ha compiuto nel contesto della sua vita religiosa ed associativa, da secoli profondamente inserita nella città di Cagliari.
Ringrazio l'Arciconfraternita dei Santi Giorgio e Caterina dei Genovesi di Cagliari e in particolare il Priore, prof. Mario Lastretti, per avermi cortesemente fornito indicazioni bibliografiche, dati archivistici inediti e materiale fotografico per questo studio, che costituisce un'anticipazione di un lavoro più approfondito sulla chiesa, di prossima pubblicazione da parte di un' équipe di studiosi. Ringrazio anche Alessandro Giacobbe, don Francesco Basso e Marta Maragliano Ferraris per le notizie e la fotografia della cassa processionale di Erli.
 

Note

1. Per i rapporti tra Genova e la Sardegna fino al Quattrocento: L. Gallinari, Famiglie genovesi in Sardegna, in Dibattito su grandi famiglie del mondo genovese fra Mediterraneo ed Atlantico, Atti del Convegno di Montoggio (Genova) 1995, a cura di G. Pistarino, Genova 1997, pp.72-87 (con esauriente bibliografia).
2. Per la presenza e le operazioni commerciali e finanziarie dei genovesi in Sardegna: M.L. Plaisant, L'inserimento dei genovesi nella realtà sarda del secolo XVI, in Rapporti Genova-Mediterraneo-Atlantico nell'età moderna, Atti del II Congresso Storico a cura di R. Belvederi, Genova 1985; M.L. Plaisant, Attività mercantili e imprenditoriali dei genovesi in Sardegna nel secolo XVII, in Rapporti Genova-Mediterraneo-Atlantico nell'età moderna, Atti del III Congresso Storico a cura di R. Belvederi, Genova 1989.
3. Plaisant 1985, p.161.
4. I Capitoli, conservati nell'Archivio dell'Arciconfraternita dei Genovesi di Cagliari (A.A.G.C.), sono integralmente pubblicati in I. Zedda, L'Arciconfraternita dei Genovesi in Cagliari nel sec. XVII, Cagliari 1974, pp.145-153. Non è rimasta alcuna traccia dei primi Capitoli del sodalizio, certamente stesi al momento della sua istituzione.
5. Zedda 1974, pp.57-59, 155-158. Interessantissimo l'elenco dei confratelli presenti, ricco di cognomi rivieraschi.
6. Per la chiesa della Nazione Genovese a Palermo v. i saggi e la documentazione pubblicati in Genova e i Genovesi a Palermo, Genova 1980.
7. Il prof. Giorgio Cavallo, che ha compiuto in questi ultimi anni una ricerca capillare negli archivi cagliaritani, ha rintracciato un'imponente documentazione sull'attività degli architetti, scultori e marmorari genovesi in tutte le chiese della città. Il suo studio sulla cattedrale sarà prossimamente pubblicato. Sull'attività degli scultori e marmorari genovesi in Sardegna v. intanto: M.G. Scano, Storia dell'arte in Sardegna. Pittura e scultura del '600 e del '700, Nuoro 1991, pp.83-101, 278-301; G. Stefani-A. Pasolini, Marmorari lombardi in Sardegna tra Settecento e Ottocento, in "Arte Lombarda", 1991, (nn. 3-4); F. Franchini Guelfi, Gli altari dei marmorari Macetti da Rovio in Liguria e in Sardegna, in Artisti lombardi e centri di produzione italiani nel Settecento. Interscambi, modelli, tecniche, committenti, cantieri. Studi in onore di Rossana Bossaglia, a cura di G.C. Sciolla e V. Terraroli, Bergamo 1995, pp.168-175.
8. M.G. Scano, Genova e Sardegna: dalle relazioni economiche agli apporti artistici, in Scano 1991, p.106, n.78.
9. Per la pala attribuita al De Ferrari, che costò 600 lire genovesi, v. Zedda 1974, pp. 74, 97, 106 ; Scano 1991, p.113, n. 88; A. Acordon, De Ferrari Giovanni Andrea, in Allgemeines Künstler Lexikon, München - Leipzig, in corso di stampa. La struttura architettonica dell'altare è visibile in una vecchia fotografia pubblicata in Zedda 1974, p.111, fig.11. Per il patrimonio artistico della chiesa v. anche Genova in Sardegna, Atti del Convegno di Cagliari 1992, in corso di stampa.
10. Non è stato invece eseguito per la chiesa dei genovesi il grande dipinto di Giovan Bernardino Azzolino con Santi domenicani che estraggono rosari dalle piaghe di Cristo e dal cuore della Vergine, di proprietà dell'arciconfraternita, pubblicato in A. Saiu Deidda, Un dipinto di Giovan Bernardino Azzolino a Cagliari, in "Prospettiva", 1994, nn. 73-74, pp.166-168. Recentissime ricerche in A.A.G.C. hanno potuto appurare che il dipinto fu donato alla chiesa nel 1862 dal genovese Giovanni Cavanna; esso non è infatti citato in G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, Cagliari 1861, nelle pagine dedicate alla chiesa dei genovesi (pp. 239-244).
11. Scano 1991, p. 260, n. 218; D. Sanguineti, Anton Maria Maragliano, Genova 1998, p.188, n. 91, fig. 212.
12. Il gruppo processionale è citato come opera di Giuseppe Anfosso sia dallo Spano 1861, p. 244 (che lesse la scritta "Giuseppe Afossoin e figli", ora scomparsa, sulla base dell'opera) sia in F. Alizeri, Notizie dei professori del disegno in Liguria dalla fondazione dell'Accademia, Genova 1864, I, p.175. La notizia dell'arrivo della cassa a Cagliari nel 1792 è invece emersa da recentissime ricerche, tuttora inedite, compiute in A.A.G.C..
13. F. Franchini Guelfi, Pasquale Navone dal theatrum sacrum tardobarocco all'Accademia, in "Atti della Società Ligure di Storia Patria. Studi e documenti di storia ligure in onore di don Luigi Alfonso per il suo 85° genetliaco" 1996, p.552.
14. Le notizie relative a quest'opera sono state pubblicate in A. Giacobbe, Il patrimonio architettonico e artistico delle confraternite in Val Neva: un percorso di ricerca, in I tesori delle confraternite, catalogo della mostra, Savona 1999, p.45. Il gruppo processionale è stato restaurato da Marta Maragliano Ferraris sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Liguria.
15. Per Luigi Montaldo e gli argenti da lui realizzati per l'arciconfraternita e per numerose chiese della Sardegna: G. Guarino, Un argentiere genovese nella Cagliari dell'Ottocento: Luigi Montaldo, in "Bollettino Ligustico", 1991, pp. 57-68. Sugli argenti genovesi in Sardegna v. anche: G. Guarino, Gli argenti della chiesa di S. Eulalia a Cagliari: le importazioni genovesi nel XVIII secolo, in Cagliari. Omaggio ad una città, Oristano 1990, pp. 81-102.
16. La Regione ha sostenuto il cinquanta per cento dell'impegno finanziario in base alle disposizioni della legge regionale n. 6/ 92.

Referenze fotografiche: Arciconfraternita dei Santi Giorgio e Caterina dei Genovesi di Cagliari, 1, 2, 7, 8, 9; Gian Paolo Guelfi, 3; Michele Ferraris, 4, 5; Marta Maragliano Ferraris, 6.