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LA CASANA N. 4/1999 - STORIA

Ottobre-Dicembre 1999 - Anno XLI

Libri, librai e tipografi nella Liguria del Seicento

di Piero Pastorino

Antiporta de I frutti della Gratia divina  di Massimiliano Dezza. Incisione di F. Agnelli su disegno di D. Piola, Genova, G.B. Tiboldi e G. Bottaro, 1677. L'arte della stampa si diffuse a Genova nel '600 in un periodo particolarmente delicato per le sorti della Repubblica, più suddita che alleata della Spagna e col fiato grosso sul collo dei Savoia e dei francesi, pronti sempre all'aggressione espansionistica. Per fare buon peso, si era aggiunta nel 1629 la congiura di Vachero che tramava in pieno accordo col duca Carlo Emanuele di Savoia. La situazione non era tale da favorire le tipografie, ostacolate dall'occhio vigile degli Inquisitori di Stato che sottoponevano a censura ogni manoscritto; per giunta c'era da fare i conti anche con quella ecclesiastica. Ciononostante, Genova fu la prima città italiana a concepire una gazzetta - era il giornale dell'epoca - della quale aveva necessità per via del porto e dei traffici commerciali con i più vari Paesi, dai quali avere e per diffondere notizie. La prima gazzetta, stampata da Pietro Giovanni Calenzani presso San Donato, porta la data del 1639. Giuseppe Pavoni fu pioniere a Genova nell'arte tipografica. Calenzani, tipografo itinerante a Tortona, Acqui, ancora a Tortona, infine a Genova, verrà subito dopo. In collaborazione con Gio.Maria Farroni, stamperà Nobiltà di Genova di Agostino Franzoni, splendido volume in cui sono riprodotti gli stemmi delle più importanti casate genovesi. Durante il Seicento operarono a Genova e in Liguria 39 tipografi. I libri stampati furono 1606, secondo la stima di Maria Maira Niri, autrice de La tipografia a Genova e in Liguria nel XVII secolo (Olschki editore, Firenze 1998), un'opera di archivio paziente e minuziosa che l'ha assorbita per quasi trent'anni. Degno di nota nel Seicento fu il progressivo aumento delle pubblicazioni in lingua italiana a fronte dei testi in latino. L'arte tipografica, che nella nostra regione era stata introdotta nel 1472, dovette apparire anche redditizia se misurata sul metro del mercantilismo genovese. Anton Giulio Brignole Sale, nobile acculturato e politicamente preparato, nel 1647 aprì una stamperia che diede in gestione a Gio.Domenico Peri, personalità eclettica, che sapeva dipingere e che aveva amore per le opere d'arte, autore egli stesso di un trattato in quattro parti Il Negotiante, vero e proprio vademecum per chi avesse voluto impratichirsi nel commmercio. Tradotto in molte lingue, il trattato ebbe diffusione immensa. In un capitolo, Peri descrive la lavorazione della carta nei numerosi stabilimenti intorno a Voltri, favorita dai molti corsi d'acqua. Ciò consentì a Genova di essere prima in questa produzione. Benedetto Guasco, che era tipografo ma anche libraio, rilevò dopo la metà del '600 la stamperia del Peri. Guasco morirà nel corso della peste 1656- 1657 e padre Aprosio nella sua opera La biblioteca aprosiana ne lamenterà la precoce e grave perdita. Le sue edizioni erano infatti molto accurate, con pregevoli frontespizi. Il tipografo, ieri come oggi, stampava per trarre un profitto e la pubblicità era anche allora l'anima del commercio. Spesso a fine testo, lo stampatore elencava le opere già edite e quelle da pubblicare. Analogamente anche i librai e gli stessi autori propagandavano i loro libri, indicando anche dove poterli acquistare. L'autore sosteneva le spese della stampa, ma in genere era foraggiato dal personaggio-mecenate al quale il libro stesso era dedicato. Solitamente la tipografia era dotata di uno o due torchi. I libri venivano venduti non solo a Genova, ma spediti anche a Venezia, Firenze, Napoli, in Sardegna e Sicilia, e in città straniere: Anversa, Lione, Parigi, Vienna, Francoforte, Lisbona. Il libro costava all'acquirente da una a quattro lire, un prezzo senz'altro notevole, ma si deve tenere presente che la paga di un operaio-tipografo era di una lira al giorno. La tiratura oscillava dalle 500 alle 700 copie. Avere una biblioteca era per i genovesi un bene spesso desiderato. In un atto notarile si viene a sapere che la "libraria" di certo Bartolomeo Borgo era di 1570 volumi. Ricche raccolte private vantavano Demetrio Canevari e il pittore Gio. Battista Paggi. Le secentine fino a metà del secolo XVII erano ornate nel frontespizio da vignette xilografiche, in seguito da ornamenti floreali e ricche di ornamenti erano anche le iniziali dei vari capitoli. Poi gli "abusi" barocchi si ridimensionano e al frontespizio architettonico o inciso si sostituirà l'antiporta, tavola incisa di rame, a volte illustrata da pittori celebri: Fiasella, Piola, Cotta, Curti, Bloemaert, David. Alcuni stampatori imprimevano la marca tipografica: un pavone, accompagnato da un motto, il Pavoni; una spiga di farro il Farroni; un mulino a vento con la dicitura "Dulcis aura veni" il Calenzani. Nel resto della Liguria sorsero stamperie ad Albenga, Balestrino, Loano, Finale, Savona, Ronco. Sempre tuttavia ci fu da fare i conti, almeno per quanto riguarda il capoluogo, con periodi alternati di torpore e di risveglio intellettuale. Par quasi una sua caratteristica "temperamentale", eppure almeno fino a metà Seicento fu città e anche regione vivace, non scarsa di letterati, insigni uomini politici e storici. Si pensi a Gabriello Chiabrera, Ansaldo Cebà, Luca Assarino, al già citato Anton Giulio Brignole Sale e al romanziere Gio. Ambrosio Marini. La produzione libraria fu molto variegata: dalle numerose relazioni di assedi e battaglie agli avvenimenti curiosi; dai libretti teatrali a quelli di musica; dai trattati di politica ai libri di religione, ai testi scientifici. Questi ultimi meritano un particolare cenno per via degli studi sul moto dei gravi di Giovanni Battista Baliani; di quelli sull'alchimia, che a quel tempo andavano per la maggiore, di Giovanni Battista Marengo; in medicina, sulla peste, che nel biennio 1956-'57 mieté, con 45mila morti, oltre il cinquanta per cento della popolazione genovese e un quinto dei 500mila abitanti della Repubblica. Tra gli argomenti più disparati: eccoci al modo di usare il té, da poco introdotto in Italia; alla costruzione delle fortezze; ai tracciati della navigazione nel Mediterraneo, con disegni di strumenti nautici e profili di coste e isole; alla proposta di deviare la Magra per migliorare le coltivazioni. Ma furono edite anche opere di autori classici: di Aristotele, Cicerone, Sallustio; di autori italiani: dal Tasso a Giulio Cesare Croce, al milanese Carlo Cesare Orrigoni, al gesuita ferrarese Daniello Bartoli; tra quelli stranieri: libri di Louis de Blois, George Conn e una "Compendiosa grammatica francese" di I.M.Lelong. Insomma, ce n'era per tutti e da accontentare tutti i gusti, anche i palati dei lettori più esigenti, Repubblica e clero permettendo.

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