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LA CASANA N. 4/1999 - ECONOMIA

Ottobre-Dicembre 1999 - Anno XLI

Brescia: una provincia dove i numeri contano

di Gianni Bonfadini

Cerniera fra l'Est e l'Ovest, meglio: fra il Nord-Ovest e il Nord-Est per usare espressioni che ormai non sono più solo geografiche ma anche socio-economiche

Colata d'acciaio è Brescia, una città ed una provincia di confine fra le due realtà economiche più dinamiche del Paese (e dell'Europa) e che vanno mostrando di aver assimilato da entrambe il meglio: la cultura industriale dell'Ovest piemontese e le capacità di penetrazione commerciale del Veneto mercantilista, il tutto "condito" con un culto, e quindi una cultura, del lavoro forgiata nelle valli del Nord ed alimentata nelle piane ricche del Sud; una provincia ricca, che pesa nei numeri ma che, per storia propria e per genetico pudore, non ha voluto (o potuto) pesare nelle grandi "partite" nazionali salvo apparire oggi fra le protagoniste in campo finanziario; una provincia che si trova a suo agio nella competizione europea perché da decenni abituata a considerare l'Europa mercato domestico; una provincia ricca nel privato ed efficiente nel pubblico anche se sconta più d'un handicap infrastrutturale; una provincia che dà di sé - complice la semplificazione che vuole solo siderurgica - un'immagine prossima alla tetraggine e che analoghe semplificazioni la vogliono ignorante ("ricca ed ignorante" è lo stereotipo) sul fronte culturale.

I bresciani amano far parlare i numeri. Eccoli. Brescia è fra le più grandi (per estensione) province italiane: oltre 4.700 chilometri quadrati con una estensione Nord-Sud (da Ponte di Legno a Pontevico) che sfiora i 150 chilometri; una popolazione complessiva di poco superiore al milione di abitanti, con il capoluogo che sfiora i duecentomila; solo due altri centri (Lumezzane e Desenzano) superano i 20 mila abitanti. Del milione di abitanti, 440 mila si recano tutte le mattine al lavoro nelle 102 mila imprese iscritte alla Camera di commercio e concorrono a formare oltre 60 mila miliardi di prodotto interno lordo: quasi il 3% del Pil nazionale; su livelli fisiologici la disoccupazione (4,5% dato medio, sotto il 3% per i maschi). La posizione di Brescia nel quadro economico nazionale può essere così sintetizzata. Quarta provincia industriale (circa 50 mila miliardi di Pil) e con 14.700 miliardi di export nel '98; seconda nell'agricoltura quanto a produzione lorda vendibile (2 mila miliardi, nelle stalle bresciane si munge il 10% del latte italiano), ottava (e per molti sarà una sorpresa) città turistica italiana con quasi 6 milioni di presenze. Il dinamismo economico è attestato dalla notevole presenza di banche: 60 istituti di credito, poco meno di settecento sportelli con impieghi (dati '98) per 35 mila miliardi e depositi per 22 mila. L'industria è l'attività prevalente concorrendo ai quattro quinti del Pil, con una struttura produttiva che segue in verticale la filiera ed in orizzontale il distretto. " La meccanica fa la parte del leone: 100 mila bresciani lavorano nelle piccole e grandi industrie e botteghe artigiane meccaniche, con vocazione prevalente per l'automotive. Qui è nata la Mille Miglia e in città la Fiat-Iveco controlla l'ex Om (4 mila addetti diretti, altrettanti nell'indotto). Elencare i gruppi che in questi anni si sono sviluppati è impresa improba. Due su tutti: la Streparava di Adro e la Omr di Rezzato ai quali va aggiunta la Cf Gomma di Ospitaletto (plastico-meccanica; prossima alla quotazione in Borsa) che in questi mesi festeggia la leadership mondiale nella produzione di antivibranti. Dall'automotive al meccanotessile: Brescia è polo d'eccellenza nelle macchine per calze con i gruppi Lonati (ha il 60% del mercato mondiale!). Fra i primati a livello mondiale va ricordato, ancora, quello nelle presse (dalla quotata Idra Presse alla Italpresse, dalla Mir alla Bmb, dalla Rovetta Presse alla Pavone Mella) mentre i due principali distretti produttivi di Gardone Valtrompia (armiero) e di Lumezzane (casalinghi, rubinetteria e valvolame) continuano a mantenere una propria leadership di mercato. A Gardone opera la Beretta Armi, l'azienda più antica del mondo, fondata cinque secoli fa ed oggi condotta da Ugo Gussalli Beretta, presidente dell'Associazione industriale bresciana; Lumezzane, da parte sua, si conferma il maggior centro industriale della provincia: 22 mila abitanti, 3 mila imprese, 19 sportelli bancari.

Colata d'acciaio

E poi vi sono i primati sider- metallurgici (acciaio, rame-ottone, alluminio, ghisa) il che significa, fra le altre valutazioni, che Brescia è la prima provincia d'Italia quanto a consumi di energia elettrica: 1,2 miliardi di kwh, il doppio di quanto consuma l'industria genovese. Brescia resta, pure se ridimensionata, leader nella siderurgia: un terzo dei 24 milioni di tonnellate di acciaio lavorato in Italia esce da stabilimenti controllati da bresciani o che a Brescia hanno sede: Lucchini, Alfa Acciai, Stefana, Feralpi, Valsabbia, leali, Duferdotin ed Ori Martin: una leadership che ora si va allargando ad alcune nicchie in campo europeo (Lucchini ha rilevato l'Ascometal francese) e con una apprezzabile presenza di impianti all'estero (Feralpi in Germania, Ori Martin negli Usa). Acciaio e tondino ma non solo. Il 95% dell'ottone europeo esce da fonderie bresciane (la maggiore è la Carlo Gnutti di Chiari) e per buona parte lavorato dalle maniglierie della Valle Sabbia o dai rubinettai valgobbini; la provincia è leader nazionale nella produzione di alluminio (la Raffmetal del gruppo Niboli è il maggior impianto di seconda fusione europeo) e quindi nella produzione di estrusi (un nome su tutti: la Metra). L'elencazione dei primati, delle leadership di nicchia, del controllo delle filiere e del dinamismo dei distretti potrebbe allungarsi ben oltre. Il quadro sull'industria bresciana va però completato con due considerazioni sulle scelte più innovative e sulle quali si gioca il futuro dell'apparato economico provinciale: l'internazionalizzazione e la finanza. Brescia, lo si ricordava, è allenata a giocare oltrefrontiera: lo attestano i quasi 15 mila miliardi di esportazioni ed i 10 mila miliardi di importazioni fatti segnare lo scorso anno. Ma adesso si va oltre: si va all'estero ad impiantare od a rilevare stabilimenti. "un fenomeno che per gran parte sfugge alle rilevazioni ufficiali, le cui dimensioni sono "imponenti" e che appare destinato a svilupparsi ulteriormente grazie soprattutto al progressivo espandersi delle reti telematiche integrate di controllo: all'estero fanno capo ad imprese bresciane oltre cento aziende produttive che danno lavoro a circa 20 mila addetti con un fatturato stimato di 5 mila miliardi.
E il fenomeno non accenna a diminuire. Le ragioni per le quali i bresciani vanno all'estero non si discostano dalle ragioni dei colleghi delle altre città d'Italia: voglia di conquistare nuovi mercati; migliori condizioni per l'impresa (basso costo del lavoro per le imprese a minore valore aggiunto ed elevato impiego di addetti); opportunità di essere presenti direttamente per offrire al cliente un prodotto-servizio migliore oppure - altra ragione - necessità di seguire il cliente pena la perdita della commessa (dove si spostano le grandi Case automobilistiche le seguono i principali fornitori).

Brescia Due, la City

Il secondo aspetto di novità per l'industria bresciana è rappresentato dalla progressiva consapevolezza che la finanza, nei suoi diversi aspetti, è elemento di sviluppo per le imprese. La quotazione in Borsa rappresenta forse l'elemento più eclatante di questo processo. Sino a tre anni fa Brescia aveva quotato in Borsa le sole banche locali. Da allora sono approdate al listino la Sabaf di Lumezzane (impianti per cucine a gas), la Cembre (connettori) e l'Idra Presse di Brescia, la Gefran (sensori) di Provaglio d'Iseo, la Zucchini (blindosbarre) sulla quale è stata ultimata l'offerta pubblica di acquisto lanciata da un'altra media azienda (la Gnutti Cirillo di Lumezzane) che a sua volta ha annunciato di volersi quotare. Nelle settimane scorse, la Poligrafica San Faustino di Castrezzato si è quotata (secondo azienda italiana) sul Nuovo Mercato. E diverse altre aziende hanno annunciato una imminente o prossima quotazione (la ricordata Cf Gomma, il gruppo Lucchini, la Siber, fra le altre); in molte - questa la sintetica impressione - è maturata una diversa convinzione sull'approdo al listino: perché è migliorato il mercato borsistico; perché servono risorse per reggere le sfide del mercato internazionale; perché, pur se graduale, la convinzione di separare la famiglia dall'azienda si fa strada. Ragioni molteplici, non esaustive, ma alle quali - forse - non è estraneo il ruolo di alcuni bresciani sul mercato finanziario nazionale: dalla vicenda Olivetti-Telecom alla amichevole offerta di acquisto lanciata da Banca Intesa sulla Comit e sanzionata da due bresciani doc quali Giovanni Bazoli e Luigi Lucchini.

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