Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA N. 3/1999 - STORIA ECONOMICA

Luglio-Settembre 1999 - Anno XLI

Novi Ligure: città di frontiera genovese

di Guido Lucarno

Novi Ligure è un esempio tipico di cittadina della provincia minore italiana che, dopo aver vissuto da protagonista la parabola ascendente
dello sviluppo industriale nazionale, ha più di recente subìto i contraccolpi economici e demografici di un'involuzione recessiva comune ad altre località dell'area padana. Tuttavia, il percorso storico ed economico di Novi, caratterizzato da una successione di periodi di prosperità legati a differenti fasi dello sviluppo nazionale, parte da lontano ed è testimoniato dall'incessante vitalità della sua popolazione, da secoli attenta a sfruttare la posizione geografica della città per instaurare intensi rapporti con il mondo padano ed un legame privilegiato con la Repubblica di Genova al cui interno essa divenne, nel corso dei secoli, uno dei centri di maggiore rilevanza.

foto Palazzo Pallavicino (XVII secolo), sede del Municipio

La nascita del comune di Novi si fa risalire al X secolo. Situata ai margini della pianura ed in corrispondenza di una delle principali direttrici appenniniche di comunicazione con la Liguria, la città gravita ben presto nell'orbita di Genova, stipulando con essa un patto di alleanza nel 1135, consolidato dalla firma delle Convenzioni del 1447, alla morte di Filippo Maria Visconti dopo la quale il declino dell'influenza milanese. Pur godendo di un'ampia autonomia amministrativa e fiscale, da questo momento le sorti di Novi sono legate indissolubilmente a quelle della Serenissima, per la quale rappresenta un vitale polo strategico proiettato a nord dell'Appennino ed una base logistica per i commerci con i centri dell'area padana.
Situata al confine con i possedimenti di casa Savoia e del Ducato di Milano, dal XVI secolo accresce continuamente la sua importanza economica e militare: possedimento effettivo della Repubblica dal 1529 (confermato dal decreto imperiale di Carlo V del 1536), nel 1606 Novi diviene un "Capitaneato" e, dal 1708, sede di governatorato e capoluogo di tutto l'Oltregiogo1.
Dopo l'apertura della strada di valico della Bocchetta (1585), i traffici commerciali e di contrabbando fra Genova e la pianura transitano sempre più di frequente sul territorio del Novese, evitando così i dazi per il passaggio sul possedimento milanese di Serravalle. Cresce nel contempo l'importanza della città come mercato regionale grazie alle sue tre fiere annuali, istituite nel 1608, che interessano ingenti scambi di cereali e di bestiame. Novi acquisisce, tuttavia, dal 1621 al 1692, un enorme prestigio economico internazionale con le quattro fiere di cambio (festa dell'Apparizione, Pasqua, agosto ed Ognissanti) in cui, anzichè merci, vengono scambiati titoli ed ingenti somme di valuta, come in una moderna sede di borsa. Tale funzione è favorita dalla sua posizione di confine, alla confluenza di collegamenti viari percorsi da importanti correnti mercantili, che richiama la presenza di operatori finanziari provenienti sia dall'Italia, sia dalle regioni d'Oltralpe. L'attività delle fiere ed i traffici tra Milano e Genova consentono alla città un notevole sviluppo del centro urbano e dell'imprenditoria artigianale, soprattutto di quella legata al comparto tessile (Allegri, 1997, p. 71).

foto

L'antica Porta Genova a fine Ottocento
Benché Novi sia geograficamente proiettata verso la regione padana, i secoli di legame politico ed economico con Genova hanno determinato indissolubili affinità linguistiche e culturali con l'area ligure. Pertanto, nonostante le notevoli influenze dei vicini centri del basso Piemonte, fra cui Tortona, alla cui sede vescovile fu sempre soggetta fin dal Medio Evo, la città mantiene tutt'ora una identità culturale dai tratti misti tipici dei centri di confine.
Dopo che, in seguito al Congresso di Vienna, nel 1818, tutti i territori dell'ex Repubblica vengono annessi al Regno di Sardegna, Novi rimane capoluogo di provincia foto della Divisione di Genova fino al 1859, anno in cui viene inglobata nella provincia di Alessandria. Tuttavia, quando, nel 1862, la città deve darsi un toponimo aggiuntivo per distinguersi dalle omonime località già appartenute ad altri Stati preunitari, viene scelto l'attributo "Ligure", confermando che i secolari legami politici e culturali con Genova non si sono mai dissolti.

La declassazione del suo ruolo amministrativo non si riflette, tuttavia, nell'evoluzione economica che, grazie alla funzione di retroterra di Genova, vive l'inizio di un secolo di industrializzazione ed assume, attraverso i porti liguri, nuove funzioni di tramite nello scambio delle merci su direttrici nazionali di traffico interessate dallo sviluppo dei moderni sistemi di trasporto e di comunicazione. Già con la realizzazione di una delle prime linee ferroviarie preunitarie, Novi è collegata al porto di Genova e diviene centro nodale dei traffici da e verso Torino e Milano. La posizione strategica, ai margini della pianura, con la presenza di ampie aree pianeggianti ben drenate dalla rete idrografica, favorisce la costruzione dello scalo ferroviario di Novi San Bovo destinato a divenire uno fra i più importanti d'Italia. La funzione logistica dello scalo e delle aree industriali ad esso collegate, alle spalle di una sede portuale di importanza continentale, ma dotata di spazi limitati da destinare alla realizzazione di industrie e di depositi, fa dell'area novese il polmone per il movimento delle merci in transito da Genova. Essa è inoltre un potente fattore di localizzazione di industrie meccaniche, alimentari e di trasformazione del carbone (Leardi, 1996, p. 125), che si affiancano al tradizionale settore tessile: nell'area sono presenti numerosi opifici che danno luogo ad una produzione ben differenziata (seterie, filande, tessiture, cotonifici, canapifici e iutifici) ed offrono lavoro anche ad un'ampia base di manodopera femminile.

Nei primi decenni del Novecento, il declino dell'industria tessile è controbilanciato dall'ascesa del comparto siderurgico che, con gli stabilimenti dell'Ilva, rimarrà fino ai nostri giorni il fattore economico trainante dell'area. Ma, dal primo dopoguerra, si assiste anche all'ascesa delle industrie manifatturiere (meccanica, chimica, farmaceutica, dolciaria, del vetro, del legno da costruzione e delle lampadine) che iniziano una nuova tradizione di produzioni tipiche dell'industria novese.
L'espansione dell'industria e del terziario, soprattutto di quello interessante i servizi di trasporto, favorisce, a partire dai primi anni dell'Unità nazionale, un progressivo aumento della popolazione (che passa dai 10.889 abitanti nel 1861, ai 17.868 nel 1901, ai 22.109 nel 1951), alimentato da un movimento migratorio continuo. Allo spopolamento delle aree montane, che alimenta il trasferimento di intere famiglie rurali in città, si aggiunge l'immigrazione di manodopera dal Triveneto e dal Meridione. Mentre nella seconda metà dell'Ottocento il Pie-monte, la Lombardia e la Liguria sono terre di precoce emigrazione, nel comune di Novi i residenti risultano inferiori agli effettivi presenti2, grazie ad un'offerta di lavoro che supera la domanda della popolazione locale.

Già dalla fine dell'Ottocento, Novi assume pertanto la funzione di località centrale di rango provinciale, per i servizi ed i posti di lavoro che è in grado di offrire ad una popolazione valutabile intorno alle 70.000 unità, residente in un'area transregionale estesa, lungo la valle Scrivia, a nord ed a sud del confine con la Liguria. Benché la sua struttura urbana sia ancora contenuta all'interno delle mura medievali, su una superficie di circa un centinaio di ettari, la localizzazione delle attività economiche nei diversi quartieri presenta un orientamento alla clientela che riflette in maniera netta ed inequivocabile la realtà geografica del territorio circostante: a nord-est, tra le porte che fronteggiano la stazione ferroviaria ed il crocevia delle principali arterie di comunicazione tra la ricca pianura ed il capoluogo ligure, si trovano le sedi dei servizi tecnici, finanziari, assicurativi e di assistenza legale; a nord, presso lo scalo ferroviario, sono ubicati il mercato all'ingrosso ed i servizi ad esso collegati; lungo le due vie del centro, che si incrociano perpendicolarmente in corrispondenza della piazza situata ai piedi del castello medievale, hanno sede gli edifici del culto, i centri culturali e ricreativi ed i negozi che trattano le categorie merceologiche più pregiate.

Vicino alle porte meridionale ed occidentale, che si aprono verso i centri agricoli della collina e delle valli Lemme ed Orba, si localizzano gli esercizi di generi ortofrutticoli ed i servizi di intermediazione di derrate, bestiame ed attrezzature agricole.
I tradizionali legami economici con il mondo agricolo e con il porto di Genova si intrecciano, quindi, con le nuove attività terziarie indotte dalla presenza delle infrastrutture ferroviarie, che sono alla base dello sviluppo industriale. Nei primi decenni del secolo lo scalo aumenta la sua importanza divenendo un nodo strategico della rete nazionale, all'origine, purtroppo, anche dell'accanimento con cui, nel corso della seconda guerra mondiale, esso subirà ripetuti bombardamenti da parte degli Alleati, con centinaia di vittime fra la popolazione civile.
La ricostruzione dei primi anni del secondo dopoguerra determina un radicale adeguamento del quadro tecnico-infrastrutturale dell'industria e dei servizi, grazie anche alla disponibilità di mano d'opera e di materie prime a basso costo (Leardi, 1996, p. 230).

Mentre nel decennio 1951-'61 gli occupati nel tradizionale comparto manifatturiero rimangono pressocché invariati, il ramo delle costruzioni e degli impianti quintuplica il numero degli addetti, grazie alla presenza dell'Italsider, colosso siderurgico nato dalla fusione dell'Ilva e della Cornigliano, che sta espandendo i propri stabilimenti su nuove aree della periferia settentrionale adiacenti allo scalo ferroviario. Un peso crescente è assunto anche dalle tradizionali industrie dolciarie, mentre si avvia il tracollo del comparto tessile, delle lampadine e del relativo indotto (vetrerie), che non riescono ad adeguarsi con la necessaria tempestività al progresso tecnico del settore (Leardi, 1996, p. 232).
La ripresa economica determina un nuovo impulso all'immigrazione dalle regioni meridionali che porta la popolazione del comune ad un massimo di 32.538 abitanti nel 1971, al culmine dell'espansione del settore industriale ed al termine della fase ascendente del processo di transizione demografica.Inoltre essa è accompagnata da un ampliamento delle aree residenziali all'esterno del perimetro murario medievale.

L'ascesa dell'industria Novese è stimolata da molteplici fattori di carattere storico e geografico. Mentre la localizzazione dei moderni laminatoi dell'Italsider è favorita dalla tradizione siderurgica della città, per altri settori concorrono sia la posizione ottimale per l'approvvigionamento di risorse energetiche e di materie prime, favorita dalla presenza di collegamenti con più reti di trasporto, sia l'esistenza di aree pianeggianti ed a basso costo, sia infine la capacità di accogliere manodopera proveniente dall'esterno, in gran parte già occupata nell'agricoltura. La presenza di settori trainanti, come quelli siderurgico ed alimentare, polarizza infine la localizzazione di un indotto che minimizza i costi di trasporto nelle diverse fasi dei processi produttivi (Leardi, 1996, p. 241).
Gli anni Sessanta rappresentano un momento di stasi nello sviluppo dell'industria del Novese che, dalla metà del decennio, accusa segni di cedimento, soprattutto nei centri della val Lemme. In città il comparto trainante continua ad essere quello metallurgico; quelli meccanico, alimentare e chimico presentano, nel complesso, una certa tenuta, mentre il settore tessile perviene alla fase ultima di una crisi irreversibile.

Gli anni Settanta ed Ottanta sono invece caratterizzati da una progressiva crisi dell'industria Nove-se: si registra infatti la chiusura di molti stabilimenti di medio-piccole dimensioni ed il ridimensionamento di altri che, per mezzo secolo, avevano rappresentato il fattore trainante di un indotto diffuso ed articolato. Le principali concause del declino sono l'esaurimento del "miracolo economico italiano", la concorrenza estera, la crisi del porto genovese, la mancanza di impulsi che favoriscano nuove iniziative imprenditoriali.
Benché l'occupazione nell'industria dei comuni del Novese sia ancora tutt'altro che trascurabile, il tessuto produttivo si è evoluto verso una frammentazione in imprese di dimensioni più ridotte ed una maggiore diffusione dell'artigianato. Il panorama attuale della produzione industriale risulta quindi profondamente mutato rispetto a quello che ha segnato la storia economica della città e del suo territorio. Nel corso del secolo, con il tramonto del ramo tessile, l'imprenditoria locale aveva saputo convertire con successo la propria attività verso i settori siderurgico, manifatturiero e dolciario. Oggi, invece, il quadro delle aziende appare più differenziato e privo di settori caratterizzanti. Inoltre, la città ha perduto le funzioni decisionali che governavano i destini delle proprie industrie e riceve dall'esterno le direttive strategiche di sviluppo, esponendosi alle incertezze delle congiunture nazionali ed internazionali.

L'economia del Novese appare oggi proiettata verso una progressiva terziarizzazione con una diffusione, accanto alle attività amministrative, dei servizi finanziari e commerciali, concentrati per più della metà nel solo comune di Novi. La maggiore mobilità individuale ha favorito la localizzazione nelle aree di provincia di centri commerciali che richiamano clientela anche dalle grandi città. Il triangolo Novi-Arquata-Tortona si è così riproposto come il naturale retroterra di Genova per attività di commercio e di stoccaggio dei prodotti, sia a livello di distribuzione al dettaglio, sia di smistamento di flussi di traffico nazionale ed internazionale. Il declino dello scalo ferroviario novese, ridimensionato nelle funzioni e nell'organico, è controbilanciato dall'apertura di centri intermodali grazie alla presenza di infrastrutture di collegamento diretto, stradali e ferroviarie, con la Francia, la Svizzera ed il porto di Genova.
Conclusasi la terza fase della transizione demografica ed esaurito il fenomeno immigratorio, con una popolazione in declino3A Novi la popolazione residente al censimento del 1991 ammontava a 30.021 abitanti, con una diminuzione di 1.010 unità rispetto al 1981, Novi si presenta oggi come un serbatoio di manodopera pendolare per i tre vertici del triangolo industriale, ma il suo tessuto urbano non ha subìto i fenomeni di degrado tipici della transizione post-industriale e non si è trasformato in una periferia-dormitorio di centri di maggiore importanza. Tuttavia, si aprono oggi nuove prospettive di sviluppo delle sue funzioni logistiche di retroterra genovese, dopo che il porto ligure ha manifestato recenti segni di ripresa. Il nuovo scalo di Genova Voltri ed il costruendo collegamento ferroviario potrebbero infatti indurre un nuovo impulso alle attività terziare del polo novese, soprattutto per quanto riguarda i traffici intermodali ed i relativi servizi.
La creazione nel basso Alessan-drino di una più vasta area logistica integrata con i porti liguri potrebbe così rilanciare le attività economiche del Novese, elevando il ruolo di centro residenziale e di servizi di una città pur sempre legata a secolari tradizioni storiche e culturali tipiche di una regione di confine, proiettata sia verso i grandi poli industriali continentali, sia verso il mondo mediterraneo ed i suoi traffici.

Note

1.Per una più ampia sintesi della storia di Novi v. Allegri, 1987.
2.A titolo di esempio, il censimento del 1881 registrava una popolazione presente superione di 310 unità a quella legalmente residente.
3.A Novi la popolazione residente al censimento del 1991 ammontava a 30.021 abitanti, con una diminuzione di 1.010 unità rispetto al 1981.

Bibliografia

AA. VV. Guida delle città di Novi-Ligure, Ovada, Gavi e del comune di Serravalle Scrivia, A. Reali ed., Novi Ligure, 1889.
ALLEGRI R., Novi Ligure - La sua storia, Società Storica del Novese, Alessandria, 1987.
BAROZZI P., La Bocchetta e l'Alta Val Lemme, in "Una strada per l'Oltregiogo - I quattrocento anni della Bocchetta (1585-1985)", Comunità Montana Alta Val Lemme ed Alto Ovadese, Ovada, 1986.
LEARDI E., Il Novese, Genova Pontedecimo, 1996.
LUCARNO G., Analisi economica e sociale della città di Novi attraverso una Guida turistico-commerciale del 1889, in Novinostra, Novi Ligure, 2/3/4, 1993 e 1, 1994.
LUCARNO G., La Città di Novi e il suo territorio in alcuni testi geografici italiani e francesi dei secoli XVIII e XIX, in Novinostra, Novi Ligure, 4, 1994.
LUCARNO G., Novi ed il suo territorio nelle guide di viaggio del Settecento e del primo Ottocento, in Novinostra, Novi Ligure, 3, 1995.

Top