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LA CASANA N. 3/1999 - CURIOSITA

Luglio-Settembre 1999 - Anno XLI

C'era una volta il "Miramare"...

di Virigilio Zanolla

"Il Miramare di Genova inghirlandava la curva oscura della spiaggia con festoni di luce e la sagoma delle montagne faceva spicco sullo sfondo nero grazie al riverbero delle finestre degli alberghi più in alto. Pensavamo agli uomini che sfilavano per le gaie arcate come Carusi ancora ignoti, ma ci assicurarono tutti che Genova era una città commerciale, molto simile all'America e a Milano". (Scott e Zelda Fitzgerald, L'età del jazz, "Accompagna il signore al numero...", 1934)

Cartolina dell'epoca.

Stan Laurel e Oliver Hardy, due degli innumerevoli ospiti illustri.

Qual è il viaggiatore che in attesa del treno alla stazione genovese di Principe, passeggiando lungo il marciapiede del suo binario, non abbia concesso almeno un'occhiata distratta al vasto edificio situato a ponente, in perfetta solitudine sulla collina sotto cui passano le gallerie per Sampierdarena e Rivarolo? Quel palazzo maestoso e triste, chiuso da molti decenni, ospitava più di mezzo secolo fa il migliore albergo cittadino, un nome che rappresenta ancora, a Genova, il ricordo di un'epoca felice: il Grand Hotel Miramare. La sua storia, pur breve, è intensa e singolare.

Nei trentacinque anni da che è disabitato, il fabbricato è stato al centro dei progetti più disparati: s'era parlato di farne sede d'un liceo artistico, d'una facoltà universitaria, d'un museo; o di adibirlo a ricovero per anziani o a casa di cura... mai, tuttavia, di riutilizzarlo come albergo, dato che il piano regolatore, nella "zona Z.BB di completamento residenziale" in cui il Miramare si trova non lo prevede più. Le aste indette dalle FS sono andate per molti anni inevase, soprattutto a motivo degli alti costi previsti per la ristrutturazione dell'edificio. Ma nel luglio 1998 l'ex Grand Hotel ha finalmente trovato un acquirente: il nuovo proprietario è l'imprenditore tortonese Giuseppe Corti, che l'ha acquistato per la cifra di 7 miliardi. Corti intende fare del Miramare un "condominio di lusso": e con l'aiuto degli architetti Remo De Giorgi ed Enrico Doria Lamba ha pianificato la ristrutturazione e l'adattamento (per un costo sui 30 miliardi) dei 15.000 metri quadri dell'edificio. Il progetto è quello di ricavare dall'ex albergo 70 alloggi, vendibili al prezzo di 5 milioni al metro quadro, nonché un salone di rappresentanza, uffici, un market, una banca, una palestra e una lavanderia; l'operazione, il cui esito è previsto per il 2002, sta dando lavoro a 150 operai.

Gli anni a cavaliere tra Otto e Novecento furono per il capoluogo ligure di grande iniziativa commerciale e turistica: basti pensare che solo tra il 1895 e il 1900 videro la luce ben dieci alberghi di pari categoria. A un dinamico gruppo d'uomini d'affari elvetici non era sfuggita la necessità, per Genova, di un hotel che guadagnasse la leadership cittadina, contesa allora da strutture come il Genes e il tuttora attivo Bristol: alberghi funzionali, rinomati, e ubicati in luoghi piuttosto centrali. Per avvantaggiarsi, era indispensabile che il nuovo edificio sorgesse in un posto, sì vicino alle grandi direttrici del traffico (porto e stazione), ma nel contempo isolato ed esclusivo: che consentisse una splendida visione della città e fosse davanti agli occhi di tutti. Concepita nella primavera del 1904 l'idea di creare questo grande albergo (Grand Hotel Imperial fu il nome inizialmente proposto), nell'ottobre di quell'anno essi procedettero all'acquisto del terreno prescelto, un'area sulla collina di Granarolo di proprietà del principe Alfonso Doria-Pamphilj: proprio nel luogo dove il suo grande avo Andrea Doria, che abitava nella sottostante magnifica villa di Fassolo, aveva fatto erigere nel 1533 il nicchione con la gigantesca statua di Giove, in onore dell'imperatore Carlo V di Spagna venuto a fargli visita; in posizione panoramica e aggettante sul bacino del porto, lungo il sinuoso tracciato della recentissima via Pagano Doria. Solo nel maggio 1905 i finanziatori, capeggiati dai fratelli Hauser e da Walter Doepfner, per poter costruire l'edificio costituirono la Société Anonyme Italo-Suisse d'Hotels, presieduta dall'ingegner Galli e con sede centrale a Lucerna, versando un capitale iniziale di 1.200.000 lire, interamente sottoscritto da azionisti svizzeri; e il 9 dicembre richiesero il permesso per procedere ai lavori.

A progettare l'albergo venne designato l'ingegnere e architetto Arnold Bringolf di Lucerna. Egli ideò un palazzo a sette piani (compresi i fondi, il piano terra e la mansarda), allungato orizzontalmente, sostenuto da una struttura in ferro scandita da numerosi pilastri e di assetto anche trasversale, con rivestimento in solette di cemento armato: applicazioni tecnologiche ardite, cui però non faceva riscontro pari fantasia sul piano formale. Per saggiare delle modifiche soprattutto esterne, i committenti si rivolsero allora all'architetto Riccardo Haupt e all'ingegner Gerolamo Torre, ma finirono per incaricare di un nuovo progetto Gino Coppedé e l'ingegner Giuseppe Predasso.
Fiorentino, quarantunenne, membro della commissione edilizia municipale e della commissione per il rinnovamento del piano regolatore cittadino, nonché Accademico di Merito dell'Accademia Ligustica, Coppedé era il più geniale e conteso architetto di quegli anni, il principe del neoeclettismo liberty. Il suo intervento fu esclusivamente estetico: dotando la facciata di agili bovindi, con incassi e riporti d'indubbio risalto chiaroscurale egli ne distinse le ali e il corpo centrale, e arricchendola di balconate, d'un porticato sulle finestre di pianterreno, di soluzioni decorative neogotiche che sono peculiari del suo stile, rese il palazzo, straordinariamente compatto ed elegante, di notevole suggestione scenografica nel contesto paesaggistico urbano.

I muri dell'edificio furono eretti nel maggio del 1906, e con lodevole rapidità la ditta fratelli Celle approntò il fabbricato in poco più di due anni. L'albergo era dotato di due ingressi, entrambi su via Pa-gano Doria: uno, nella parte inferiore, previo scale e tre ascensori portava al pianterreno, e fu realizzato con colonnine in travertino e pietre da taglio; l'altro, per i veicoli, era il principale, e dal lato opposto dava accesso al vestibolo. La vasta hall, raggiungibile dallo scalone in marmo di Carrara riparato da una preziosa marquise, conduceva alla sala di lettura, all'ampia sala da pranzo e al giardino d'inverno o tea-room, nonché alle cucine, mediante un lungo corridoio; prospicente le scale, la veranda, sorta di grande loggia coperta estesa lungo i muri esterni, fatta in cemento armato e travertino delle cave di Rapolano. I saloni, in bianco ed oro stile Luigi XVI oppure in tenui gamme di tinte creme e pistacchio, erano ornati da eleganti specchiere e illuminati da meravigliosi lampadari; quanto al riscaldamento, la ditta Haeberlin di Milano aveva installato un impianto a termosifone che rendeva viepiù confortevoli le circa 200 ariose stanze (37 per piano), quasi tutte provviste di telefono e di bagni coi più moderni servizi; per godere al meglio il tepore del sole e l'ampio colpo d'occhio, l'edificio disponeva al suo culmine d'una terrazza di grande respiro. Non mancavano una lavanderia meccanica con asciugatoio, collocata in un casotto a due piani sul lato a monte dell'albergo, e nel corpo principale una sala di parrucchiere per signora, una da toilette maschile, un bazar molto fornito, un ufficio per la vendita di biglietti ferroviari e di navigazione e perfino un forno per la cottura del pane; lo stesso garage era, per i tempi, di notevole ampiezza. L'hotel (circa 65.000 metri cubi di volume, con un sedime sui 2.500 metri quadri) era inoltre circondato da un pittoresco giardino pensile con palme, piante nane e diverse varietà di fiori, fatti arrivare espressamente dall'estero.

Il "Grand Hotel Miramare & de la Ville" venne inaugurato alle 20 di sabato 12 dicembre 1908, alla presenza d'uno sceltissimo pubblico: oltre agli Hauser e a Doepfner, Galli, Bringolf, Predasso e Coppedé c'erano il principe Al-fonso Doria-Pamphilj, l'onorevole Pietro Guastavino direttore del "Caffaro", il console svizzero Salvadé, quello spagnolo Velez y Corrales e quello belga Berck, alcuni grandi albergatori come Fioroni, Baglioni, Barbiani e Balzari (in rappresentanza della Società Nazionale che appena un mese prima aveva tenuto a Genova il suo congresso), diverse altre personalità, e uno stuolo di belle signore. Il banchetto si svolse nel vasto salone del pianterreno: furono serviti diversi piatti della cucina internazionale, e non mancò un "Gateau Miramare". I discorsi e i brindisi vennero accompagnati dagl'immancabili inni nazionali e dalla Marcia Reale, eseguiti da un'orchestra tzigana in costume ungherese, che più tardi animò le danze nel salone bianco.
Stato attuale dell'albergo

La festa terminò alle 23.30, e i numerosi ospiti furono tutti accompagnati ai rispettivi domicili da un servizio del Tattersall Automobilistico Italiano.
Il Miramare fu subito riconosciuto come il fiore all'occhiello dell'albergatoria genovese, e più d'uno lo giudicò tra i migliori hotel del Mediterraneo. Diretto dallo svizzero Gehring, con personale qualificato, esso si assicurò in poco tempo la clientela più prestigiosa, raffinata, esigente. Divenne inoltre la sede prediletta dell'aristocrazia per banchetti, té danzanti, veglie e concerti benefici: la Croce Rossa, la Sinite Parvulos, la Società Mutuo Soccorso ed altri enti benefici facevano sfilare nelle sue sale i più bei nomi della nobiltà non solo cittadina: elenchi di sei-settecento persone, che sommàti ai rispettivi titoli occupavano intere colonne sulle pagine dei giornali, per non citare gli altissimi ricavi destinati a scopi umanitari. Erano gli anni in cui i camerieri recavano sempre una scorta di colletti di ricambio per i signori impegnati a danzare; gli anni in cui l'arrivo d'un principe radunava attorno all'albergo folle di curiosi. E non solo. Quando il 23 dicembre del 1909 giunse al Miramare una missione diplomatica cinese guidata da Tsai-Siun, lo zio dell'imperatore, il piazzale del Grand Hotel vedeva schierato sull'attenti un plotone dell'89° fanteria agli ordini del tenente conte Caracciolo.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale e l'intervento dell'Italia, il Miramare sospese l'attività per più di tre anni: la società italo-elvetica per motivi politici era falli-ta. L'ultimo ospite di riguardo fu Guglielmo Marconi, che nel marzo del 1916 trascorse nell'albergo qualche settimana di convalescenza, trasformando il suo appartamento "in un vero e proprio laboratorio di elettrotecnica" (così il "Secolo XIX") e facendosi an-che fotografare in divisa. Il 19 marzo l'ultimo té danzante, con l'intervento d'alcune principesse di casa Savoia; poi l'hotel fu mutato in Ospedale Militare Miramare, che diretto dal maggiore medico G. B. Vinelli ospitava al termine di quell'anno già più di 500 feriti. Verso la fine del 1917 l'edificio venne sgombrato, per fungere da caserma alle truppe del 332° fanteria americana, che vi si acquartierarono al comando del colonnello Wallace e del tenente generale principe Gonzaga. Il 30 marzo del 1919 il 332° fu rimpatriato, e circa un anno dopo il Miramare, che nel frattempo era passato in proprietà alla S.A.T.A., poté finalmente riaprire i battenti come hotel, sotto la direzione di Alberto Cervelli, poi, dal '25, del cav. Del Gatto.
Fu l'inizio d'un nuovo periodo in pieno sole. Ripresero i té, i veglioni, le serate benefiche, le cene di gala: e l'Associazione Nazionale Alpini, l'Aeroclub "Luigi Olivari", l'Associazione Universitaria Genovese ed altre ancora si affiancarono alle già citate istituzioni nel promuovere intrattenimenti; ma l'albergo fu anche sede di congressi, sfilate di moda e manifestazioni schermistiche. Era l'epoca delle conferenze internazionali: quella del Lavoro (VI-VIII '20) portò al Miramare la delegazione britannica (Montague Barlow, Havelock Wilson, Alfred Booth, ecc.); quella della Pace (IV-V '22); le delegazioni britannica, belga e svizzera.

In questa seconda conferenza, le sale del Grand Hotel furono per oltre quaranta giorni oggetto d'incontri politici: il premier inglese Lloyd George, pur risiedendo a villa D'Albertis a Quarto aveva al Miramare un appartamento riservato (il reale, al primo piano), dove s'incontrò con Facta, Benes, Barthou, Theuris, e perfino col delegato sovietico Cicerin; in onore di Lloyd George si esibì, il 6 maggio, il violinista Vitetto, e il marchese Visconti dette una veglia danzante.
Tra gli ospiti illustri dell'albergo, quelli inglesi furono i più numerosi: il premier Bonar Law ('23), la principessa Victoria, sorella di re Giorgio V ('25), il ministro degli Esteri Austen Chamberlain ('26), Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere ('27), Margaret Beavan, Lord Mayor di Liverpool ('28) e i duchi di Windsor ('38) sono alcuni di essi. Del resto, i principi e le teste coronate scesi al Miramare sono così tanti che a malapena si riesce a enumerarli: la regina Margherita di Savoia, le regine d'Olanda e del Belgio, i reali d'Egitto e dell'Afganistan, il re dell'Irak, il duca d'Orléans, i principi di Sassonia-Meiningen, del Wittelsbach, d'Assia, di Prussia, d'Austria, di Romania, di Svezia, di Danimarca, di Monaco, di Grecia, di Serbia, del Montenegro, dello Yemen, del Siam e del Giappone; senza contare una sfilza di sultani, maragià, pascià ed emiri dai nomi spesso impossibili, abituati a viaggiare anche con più di venti persone al seguito. L'elenco è cospicuo anche per quanto riguarda le personalità della politica (Nitti, Balbo, Starace, De Vecchi, Franz von Papen, Etienne Flandrin, il presi-dente cecoslovacco Mazaryck, altri ministri, e ambasciatori, consoli, sindaci, prefetti, podestà), quelle delle tre armi militari (tra i molti, Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, gli ammiragli Cagni e De La Penne), i grandi industriali (Giovanni Agnelli, Coty, Borletti, Pereira Carneiro, Lavarello, Oletti, ecc.).

Ma l'hotel vanta anche altre presenze: artisti e scrittori, celebri attori, schermidori come Nedo Nadi e i fratelli Mangiarotti, trasvolatori come De Pinedo. Marinetti, Piran-dello, Mario Maria Martini e Sabatino Lopez ci vennero spesso, e Francis Scott Fitzgerald vi passò una notte agitata con la moglie Zelda, nel '24, lasciandone memoria in due racconti; vi furono il pittore Prampolini e l'architetto Piacentini, mentre il ventitreenne Francesco Messina, già allora reputato scultore, fu chiamato con altri artisti a premiare i migliori costumi ad un souper danzante, e il pittore Oscar Saccorotti decorò il giardino pensile dell'albergo nel '33, in occasione d'un ballo dell'Aeroclub. Nel '22 alloggiarono al Miramare, due volte ciascuna (in una contemporaneamente), Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse; quando, il 13 aprile '26, vi giunsero Douglas Fairbanks e Mary Pickford, via Pagano Doria era gremita di persone: i due divi dovettero affacciarsi per tre volte al balcone della loro camera per rispondere alle chiamate della folla; e per la venuta di John Barrymore, il 21 gennaio '35, il telefono dell'hotel fu subissato da "centinaia di voci femminili" che chiedevano di poter parlare col fascinoso attore. Soggiornarono al Miramare anche Toti Dal Monte, Vera Vergani, Stan Laurel e Oliver Hardy, Warner Oland, Isa Miranda; e Gilberto Govi vi tenne nel '32 una recita per la Croce Rossa. L'albergo fu pure teatro di qualche episodio di cronaca: in genere, di rocamboleschi furti; nel '26 un giovane miliardario australiano che alloggiava al quinto piano, Nathan Roy, fu trovato morto sulla bassa terrazza: disgrazia o suicidio?

Nell'estate del '39 il Grand Hotel - che neppur tredici anni prima aveva sottoscritto ben 64.200 lire al Prestito del Littorio - venne chiuso, e stavolta per sempre. La società che ne era proprietaria infatti fallì: si sa che uno dei più importanti azionisti, Campione, era ebreo, e fu penalizzato dall'avvento delle leggi razziali; e c'è da tener presente, oltre alla cronica scarsa agibilità di via Pagano Doria (citatissima sui giornali cittadini per il cattivo stato, la strettezza, la precaria illuminazione), l'apertura, nel '29, del Grand Hotel Colombia in piazza Acquaverde, che attirò parte della clientela tradizionale del Miramare. Ma il motivo più probante furono i lavori per la costruzione delle gallerie ferroviarie S. Rocco e Granarolo sotto la collina in cui si trova l'albergo. Le mine fatte brillare per perforare la roccia erano fastidiosissime, e insinuarono il dubbio d'un qualche cedimento del-l'edificio. Molteplici accurati esami hanno poi dimostrato l'in-fondatezza di quest'ipotesi: ma ciò non valse a trattenere i nuovi proprietari del fabbricato, la Albatros International Exchange, dall'intentare causa alle Ferrovie dello Stato. Di fronte alla poco lusinghiera prospettiva d'un complesso procedimento giudiziario, le FS preferirono acquistare l'immobile: era il 25 maggio 1951.

Frattanto... c'era stata un'altra guerra. E il Miramare, data la sua posizione strategica, venne occupato dall'esercito, che lo tenne fino all'8 settembre 1943. Gli subentrarono, per breve tempo, le Brigate Nere e l'U.N.P.A., quindi la marina tedesca. Negli ultimi giorni del conflitto, caduto l'edificio in mano ai partigiani, i tedeschi rintanatisi nel porto lo sottoposero dalle loro navi a un breve bombardamento, che per fortuna produsse lievi danni. In seguito, il Miramare ospitò un presidio interalleato, poi, fino al '63, fu caserma per sottufficiali di Pubblica Sicurezza della Polizia Ferroviaria; la conduttrice televisiva Enrica Bonaccorti, savonese e figlia d'un ufficiale di PS, anni fa ha ricordato in tv d'aver trascorso in quel vasto palazzo buona parte della propria infanzia.
Da allora, l'edificio è rimasto chiuso, subendo un sensibile deterioramento; suoi soli occasionali ospiti sono stati vagabondi e drogati. Eppure, il fascino del Grand Hotel d'una volta mantiene intatto il potere di suggestione: lo dimostrano gli articoli sul Miramare apparsi nei quotidiani cittadini e su qualche rivista nazionale; le tesi di laurea di studenti d'architettura, che si posero il problema d'un suo riutilizzo; l'attenzione di artisti come Piero Terrone e Liliana Bastia, nonché quella di molti cineasti. L'ex albergo è divenuto un elemento così caratteristico nel panorama genovese che alcuni registi lo hanno temporaneamente occupato con le loro troupe, per ambientarvi più scene dei lo-ro film: da Daniel Mann per A journey in to fear ('76), un horror con Vincent Price, Jan Mac Shane e Gloria Grahame, a Giovanni Bignone per il cortometraggio sperimentale Nobilissima visione ('83), a Exit Genua ('89/90) dello svizzero Thomas Koerfer, a Gangster di Massimo Guglielmi ('92), con Ennio Fantastichini, Giuseppe Cederna, Isabella Ferrari, e ad altri dove l'edificio aveva un ruolo meno significativo.

Nei trentacinque anni da che è disabitato, il fabbricato è stato al centro dei progetti più disparati: s'era parlato di farne sede d'un liceo artistico, d'una facoltà universitaria, d'un museo; o di adibirlo a ricovero per anziani o a casa di cura... mai, tuttavia, di riutilizzarlo come albergo, dato che il piano regolatore, nella "zona Z.BB di completamento residenziale" in cui il Miramare si trova non lo prevede più. Le aste indette dalle FS sono andate per molti anni inevase, soprattutto a motivo degli alti costi previsti per la ristrutturazione dell'edificio. Ma nel luglio 1998 l'ex Grand Hotel ha finalmente trovato un acquirente: il nuovo proprietario è l'imprenditore tortonese Giuseppe Corti, che l'ha acquistato per la cifra di 7 miliardi. Corti intende fare del Miramare un "condominio di lusso": e con l'aiuto degli architetti Remo De Giorgi ed Enrico Doria Lamba ha pianificato la ristrutturazione e l'adattamento (per un costo sui 30 miliardi) dei 15.000 metri quadri dell'edificio. Il progetto è quello di ricavare dall'ex albergo 70 alloggi, vendibili al prezzo di 5 milioni al metro quadro, nonché un salone di rappresentanza, uffici, un market, una banca, una palestra e una lavanderia; l'operazione, il cui esito è previsto per il 2002, sta dando lavoro a 150 operai.

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