Contenuto complementare
${loading}
Banca Carige utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) per offrirti la migliore esperienza di navigazione e proporti contenuti pubblicitari in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione sul sito acconsenti all'uso dei cookie. Per dettagli sui cookie o per bloccarne l'installazione clicca qui.

LA CASANA N. 3/1999 - CULTURA

Luglio-Settembre 1999 - Anno XLI

Dante al Monastero del Corvo

di Carlo Clariond

Dice Ennio Silvestri, indimenticato sindaco di Ameglia e profondo studioso delle storie della sua terra, che il Monastero di S. Croce del Corvo non ebbe fama per singolari meriti culturali o riformistici, per cui vanno celebri Cluny, Camaldoli, Montecassino, Bobbio e mille altri, ma molto più semplicemente per una lettera; un manoscritto rinvenuto nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze che dall’Ottocento fa discutere studiosi ed ispira artisti.

S i tratta dell'epistola di un certo frate Ilario ad Uguccione della Faggiola, vicario imperiale e signore di Pisa. Dante aveva lasciato al frate il manoscritto dell'Inferno perché la recapitasse ad Uguccione che si trovava in Garfagnana.
Così narra il frate, "...ecco dunque che, mentre questo uomo si accingeva ad andare aldilà dei monti e passava per la diocesi di Luni, attratto dalla devozione del luogo o per altro motivo si spinse fino al sopraddetto monastero. Vedendo io costui, sconosciuto a me ed ai miei confratelli, chiesi che volesse. Poiché egli non rispondeva, ma stava guardando il fabbricato, di nuovo chiesi che volesse e che cercasse. Allora egli, dopo aver guardato i frati che erano con me, disse: pace, pace".
La lettera era già conosciuta dal Boccaccio, ma nel secolo scorso molti critici, tra cui il Tommaseo, si affannarono a dichiararla apocrifa, mentre altrettanti, tra cui il Repetti, il Balbo e Vincenzo Biagi, me sostenevano l'autenticità.
Non è questa la sede per riaprire l'annosa polemica, ma certo è che Dante conosceva la zona, era di casa in Lunigiana ed inoltre ivi era al sicuro dai Guelfi di Lucca e dal Re Roberto.
Un imbarco a Luni o a Lerici per recarsi in Francia a Parigi era verosimile in considerazione della difficile transitabilità delle strade.
Ma se i critici erano dubbiosi, i poeti e gli artisti sposarono subito l'idea dell'incontro denso di significato e sottolineato da quella parola "Pace!" che bene rappresentava lo stato d'animo del Poeta.
Nel 1845 l'Imperiale Regia Accademia di Belle Arti di Milano indisse un concorso per un dipinto ispirato alla visita di Dante al Corvo e lo stesso Carducci dedicò all'evento un poemetto; citare tutti gli altri sarebbe lungo, forse la particolarità del luogo varrebbe comunque a giustificare la fama.
"Resurgam" c'è scritto sull'unica lapide rimasta dell'antico monastero, "risorgerò" una parola dal significato profetico che ben inquadra la storia del convento particolarmente quella degli ultimi due secoli.
Nel 1176 il vescovo di Luni Pipino dona 32 "giove" di terra presso la Magra ad un monaco perché sia edificato un convento; è più probabile che qui esistesse già una prima piccola chiesa dedicata a S.Nicodemo ed alla Santa Croce, infatti la donazione è indirizzata ad un non meglio precisato "monacho de Corvo", il che fa pensare che qualcosa esistesse già.

Probabilmente esisteva una cappella in ricordo della leggendaria barchetta venuta dal mare alla foce della Magra contenente il Crocifisso di Nicodemo e la Reliquia del Preziosissimo Sangue. Il primo sarebbe stato avviato a Lucca, e dopo la sua distruzione sostituito con l'attuale "Volto Santo", il secondo conservato a Sarzana.
Il "Monasterium S.Crucis de Corvo" fu convento benedettino e subì le conseguenze della rivalità tra Pisa, da cui dipendeva, e Genova, tra la diocesi di Luni ed i Malaspina oltre le immancabili incursioni saracene.
La situazione economica non doveva essere davvero florida se già dieci anni dopo la sua fondazione il convento fu sottoposto al Capitolo di S.Michele dell'Orticaria a Pisa e nel 1315 il priore fra' Giovanni otterrà il pagamento dei debiti contratti poiché il continuo stato di guerra impediva ogni coltivazione e si avevano frequenti visite di "persone che ivi si recano per rubare, mangiare e bere".
Tale situazione perdurò ed i frati furono costretti a trovare rifugio in Sarzana nel Monastero di S.Croce.
Nel 1449 Galeazzo di Campofregoso, governatore genovese della Corsica, occupa abusivamente il Convento e deve intervenire il cugino Ludovico Doge di Genova perché la proprietà sia restituita al Vescovo di Luni.

Nel 1452 papa Nicolò V Parentuccelli, considerando lo stato di degrado del convento e della chiesa, fa costruire la cappella esagonale e ripristina il culto della Santa Croce.
Nel 1850 successivamente alle leggi Siccardi e Rattazzi, il convento viene confiscato e questa proprietà, anche se non è chiaro se a seguito di tali leggi, fu venduta alla famiglia Fabbricotti industriali del marmo, che l'ampliò con l'acquisto di beni demaniali.
A seguito della crisi dell'industria marmifera, nel 1935-36, tutta la tenuta passò al Monte dei Paschi di Siena.
Venne la guerra e la zona immediatamente alle spalle della linea Gotica ed in evidente posizione strategica fu distrutta da bombardamenti e cannoneggiamenti.
Tra il 1952 ed il 1954 il complesso fu acquistato dai Carmelitani della Provincia Ligure che per iniziativa del priore Padre Anastasio lo restituirono a nuova vita sottraendolo all'incalzante speculazione edilizia.
Attualmente accanto al ripristinato convento sorge una casa per congressi, convegni ed iniziative religiose e culturali.
Nel 1976 in occasione dell'ottavo centenario della fondazione del Monastero fu istituito il Premio "Frate Ilario dal Corvo", che viene consegnato in occasione di un convegno annuale che ha come tema "La cultura nella realtà popolare".

Opera pregevole e degna di nota, conservata presso il monastero di S.Croce, è un crocifisso ligneo in un primo tempo ritenuto ispirato al "Volto Santo" di Lucca, ma successivamente (Pertusi, Pucci) ritenuto opera autonoma che merita "un suo posto nella storia della scultura lignea italiana ed europea".
Nel 1955 Hug Honour, prima ancora del restauro, lo definì "uno degli esempi più belli delle sculture romaniche in Italia".
Il crocifisso è intagliato in un grosso tronco con diadema e collarino dorato, una lunga dalmatica gli scende sino ai piedi calzati da pantofole.
In stile bizantino è alto m 2,63 e l'ampiezza delle braccia è di m 2,64.
Chiaramente collegato ad un prototipo orientale, la barba alla nazzarena, la forma del naso e degli zigomi lo indicherebbero come il più semitico di tutti; l'autore, ignoto, è riuscito comunque a realizzare un autentico capolavoro.

Top