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LA CASANA N. 1/2000 - ARTE E DEVOZIONE MARIANA

Gennaio-Marzo 2000 - Anno XLII

La Madonna che appare a San Simone Stock di Anton Maria Maragliano a Pieve di Teco

di Daniele Sanguineti

La spettacolare composizione scultorea raffigura l'apparizione della Vergine a San Simone Stock, frate carmelitano inglese, nativo del Kent e vissuto nella prima metà del XIII secolo.

A.M.Maragliano,"La Madonna che appare a San Simone Stock" Secondo la tradizione, la Madonna porse a Simone Stock uno scapolare, ovvero una lunga sopravveste pendente sul petto e sulle spalle, vero e proprio scudo contro il fuoco infernale, il cui culto ebbe una rapidissima diffusione. L'immagine del frate genuflesso e intento a ricevere lo scapolare dalle mani della Vergine o di Gesù Bambino, assiso in grembo alla madre, fu presto consacrata nella cultura figurativa come la più rappresentativa dell'ordine carmelitano.

Tale schema iconografico fu fedelmente riproposto da Anton Maria Maragliano in questa splendida "cassa" processionale, animata inoltre da una colonna tortile di nubi, da testine angeliche e da un angioletto che offre al Bimbo una melagrana, simbolo cristiano di Resurrezione.

Realizzata nel 1730 per i confratelli del Carmine, con sede presso un altare laterale della chiesa degli Agostiniani a Pieve di Teco, l'opera si trova attualmente presso la Collegiata del paese.

In un carteggio, databile tra l'11 gennaio e il 19 luglio 1730, Gio Andrea Filippi, comunicava al fratello Pietrantonio, un pievese residente a Genova, che "questi Signori Priori del Carmine vorrebbero pure avere la statua da Maragliano, onde vi pregano d'aggiustare il prezzo col medesimo e procurare anzi di cautelarvi che sii terminata per tutto il mese di giugno". La "cassa", costata 900 lire, giunse a Pieve di Teco il 16 luglio dello stesso anno scortata da una articolata processione: la narrazione di fatti miracolosi ad essa connessi offre la misura dell'attesa nei confronti della pregiata opera e soprattutto dell'aura di sacralità che l'attorniava per essere sorta al tocco dello scalpello del celeberrimo Maragliano.

Lo scultore, a quella data ormai anziano, vantava quattro decenni di intensa attività volta al totale rinnovo della tradizione scultorea lignea genovese, attraverso una nuova tipologia di Crocifissi, sculture da altare, gruppi processionali, inviati in gran numero presso oratori, chiese e conventi della Liguria. In particolare l'opera qui analizzata si inseriva nella scia del crescente successo goduto da altri notevoli lavori maraglianeschi presenti a Pieve di Teco. Evidentemente, dopo che la confraternita di Nostra Signora della Ripa, con sede nell'omonimo oratorio, aveva ottenuto nel 1715 la "cassa" raffigurante l'Assunta e, quasi contemporaneamente, un Crocifisso e la confraternita di San Giovanni Battista si era dotata, fra il 1723 e il 1725, del gruppo con il Battesimo di Cristo e di un Crocifisso, anche i confratelli del Carmine, richiesero un'immagine rappresentativa del loro culto al famoso Anton Maria, il quale nel 1715 aveva già realizzato per l'altare del Carmine nella chiesa di Santa Maria in Fontibus ad Albenga una composizione di identica iconografia e di simile impostazione, certamente nota ai pievesi.

Venne prescelto dunque uno schema fra i più impiegati dall'artista nel genere della "casse" processionali, ovvero quello dell'apparizione del personaggio divino a figure di santi in estasi o in adorazione, di stampo squisitamente barocco e assai d'effetto per la resa teatrale e per il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Con grande perizia lo scultore - che intervenne in prima persona in gran parte della composizione, come nei volti e nelle mani dei personaggi, lasciando invece parte dei panneggi e degli angioletti a un valido collaboratore - si applicò alla conduzione tipicamente caratterizzante dei tratti fisionomici, assai simili alla Annunziata di Savona quelli della Madonna, del tutto identici ai tanti "vecchi" maraglianeschi e a certa produzione presepiale quelli di San Simone.

Mani affusolate, carni morbide e levigate, panneggi dinamici e frastagliati, chiome arricciate e incisive: sono i tipici dati tecnici e stilistici replicati con infaticabile energia dal grande scultore, divenuti vera e propria cifra di riconoscimento e di successo.

Il pregio del gruppo risiede inoltre nella splendida policromia del tutto originale riemersa al di sotto di un pesante strato di polvere e di sporco, in seguito al recente restauro condotto dai Nicola di Asti e diretto da Franco Boggero della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della Liguria: se l'artigiano che si occupò della stesura del colore sulla veste e sul mantello del santo carmelitano - che dovevano essere rigorosamente e rispettivamente marrone e bianco -, aggiunse, con moderate finalità decorative, un elegante gallone a racemi floreali dorati a bordare l'abito, 'indoratore che ebbe in consegna il gruppo, una volta uscito dalla bottega maraglianesca, per occuparsi di parte della stesura cromatica, non si limitò affatto, certo per volontà della committenza, ad utilizzare la costosa foglia d'oro, profusa con abbondanza sulle ali delle testine angeliche, sul perizoma di Gesù e sull'abito della Madonna. Soprattutto la veste e il mantello mariani presentano una ricca campionatura di motivi decorativi floreali dorati, emersi, grazie all'elaborata tecnica dello "sgraffiato", da una strato di tempera rossa applicata sopra la foglia d'oro.

I priori del Carmine, in ritardo di alcuni anni rispetto alle altre confraternite di Pieve di Teco nel dotarsi di un lavoro maraglianesco, nell'assistere al suggestivo arrivo del gruppo processionale e alla spontanea processione che da Albenga a Pieve di Teco suscitò, dovettero soprattutto reputare "miracolosa", al di là dei fatti prodigiosi narrati dalla tradizione, la sfolgorante bellezza composta dallo strepitoso connubio di modellato e colore, di cui il gruppo è ancora testimone.

Nota bibliografica

Per l'iconografia: J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell'arte, Milano, Longanesi, 1993.

Per Pieve di Teco: F. Bocchieri, Pieve di Teco. Territorio, Storia, Arte, Riuso, Udine, Ro.Ma editore, 1993.

Per la documentazione sull'opera: G. De Moro, Nuovi documenti sul Maragliano a Pieve di Teco, in La Liguria delle Casacce. Devozione, Arte, Storia delle confraternite liguri, catalogo della mostra a cura di F. Franchini Guelfi, Genova, Cooperativa Grafica Genovese, 1982, vol. II, pp. 198-204.

Per l'attività di Maragliano: D. Sanguineti, Anton Maria Maragliano, Genova, Sagep, 1998 (con bibliografia precedente); D. Sanguineti, Problematiche e novità per la scultura lignea genovese fra Sei e Settecento, in "Fima. Antiquari", in c.d.s.

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