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LA CASANA N. 1/1999 - LETTERATURA

Gennaio-Marzo 1999 - Anno XLI

Papa Niccolò V umanista illuminato

di Giuseppe Benelli

letteratura Il sesto centenario della nascita di papa Niccolò V rappresenta non solo l'occasione per studiare in modo più ampio ed organico la figura del grande sarzanese, ma anche il pretesto per riaprire il dibattito storiografico sul Quattrocento, secolo di transizione e di difficile comprensione.
Usava dire che dua cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'erano in libri e murare.
Vespasiano da Bisticci

Lo stesso concetto di transizione presuppone che necessariamente ci sia un approdo cui l'itinerario storiografico debba andare, quasi porto sicuro o, almeno, ben determinato. Anche se non ci si può nascondere che l'opera del grande papa umanista ha seminato in alcune precise direzioni che gli storici amano evidenziare ed amplificare, quale il ruolo determinante nella diffusione degli Studia humanitatis e nella costituzione della Biblioteca Vaticana, restano ancora da chiarire le linee portanti di un secolo che non solo sfugge ad ogni definizione, ma si presenta pieno di contraddizioni tematiche e di vicende di senso contrario1Cfr. A. Tenenti, L'Italia del Quattrocento. Economia e società, Laterza, Roma-Bari 1990.

è necessario ricordare che il papato, dopo una lunga assenza dall'Italia e con la grave e prolungata crisi del Grande Scisma, fatica a riprendere in mano la situazione dello Stato pontificio che è un insieme di organizzazioni politiche, signorie feudali e cittadine, indipendenti le une dalle altre. I cronisti del tempo concordano nel rappresentare a fosche tinte una Roma spopolata dalle guerre, dalla fame e dalle epidemie, dove truppe di ladroni corrono giorno e notte per le strade, dove le torri delle potenti famiglie aristocratiche dominano un panorama di rovine. Per governare, i papi non hanno altro mezzo che appoggiare e favorire i propri parenti, sperando che i vincoli familiari possano essere più forti delle tante tendenze centrifughe. Nella cupa devastazione della città leonina, Tommaso Parentucelli scorge la testimonianza più impressionante e dolente dell'eclissi di quella tradizione umanistica che lo studio delle humanae litterae vuol far rinascere e che il futuro papa intende riportare all'originaria dignità e all'antico splendore.

Nato a Sarzana il 15 novembre 1397, Tommaso Parentucelli è figlio del medico sarzanese Bartolomeo di Parentuccello di Baliante e di Andreola di Ser Tomeo della Verrucola di Fivizzano. Intorno al 1400 il padre si trasferisce con la famiglia a Lucca, accettando di andare a curare gli appestati. La morte del padre nel 1401 e il secondo matrimonio di Andreola con un altro sarzanese, Tommaso Calandrini, rendono difficili gli anni dell'infanzia del futuro papa2Cfr. G. Sforza, Ricerche su V. La patria, la famiglia e la giovinezza di Niccolò V, Lucca 1884. Non sappiamo dov'egli apprenda i primi elementi di grammatica, propedeutici allo studio delle discipline del trivio, se a Lucca, dove pare che resti per alcuni anni dopo la morte del padre, o a Sarzana o altrove. Al momento di lasciare Lucca, Tommaso è poco più che decenne e ritorna a Sarzana nella nuova famiglia, dove ai tre figli Calandrini si aggiungono i tre figli Parentucelli. La madre lo manda a Bologna a proseguire gli studi, in un centro famoso per la sua università e per le aspre lotte politico-ecclesiastiche. Intorno ai sedici anni, annota il fedele segretario Giannozzo Manetti, Tommaso si dedica con grande valentia agli studi di dialettica e poi di filosofia naturale nel celebre Studio bolognese3G. Manetti, Vita Nicolai V, in Muratori, Rer. Ital. Script., III, 2, col. 911. Cfr. F.
Pagnotti, La vita di Niccolò V scritta da Giannozzo Manetti, "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XIV(1891), pp. 422 e sgg
.

Maestro delle arti prima di aver compiuto i diciotto anni, "sendogli mancati denari - come scrive Vespasiano da Bisticci - gli fu necessario andarsene a Serezana alla madre [...] per avere denari per sopperire alle spese. La madre era povera, e 'l marito non molto ricco; di poi non gli era figliolo, ma figliastro; non poté ottenere d'avere da loro danari. Determinò di seguitare gli studi; Bologna precipita con la rivolta di Antongaleazzo Bentivoglio, Tommaso si trova a Firenze a svolgere l'attività d'istitutore presso le ricche famiglie Albizzi e Strozzi. In quegli anni, vivere a Firenze nelle case degli Albizzi e degli Strozzi, per un giovane avido di sapere, significa conoscere gli uomini più rappresentativi e le personalità più illustri della cultura umanistica. Rinaldo degli Albizzi è l'uomo più potente della Firenze del tempo, il capo riconosciuto di quella oligarchia mercantile e bancaria in cui s'incarnano le istituzioni della città repubblicana. Ma ancor più che nella casa di Rinaldo, il giovane Tommaso si trova a suo agio nel palazzo di Palla Strozzi, scolaro assiduo del maestro bizantino Manuele Crisalora e raccoglitore di una delle più grandi biblioteche del tempo5 C. Vasoli, Studi sulla cultura del Rinascimento, Laicata Editore, Manduria 1968, pp. 72-73.

Negli anni di permanenza a Firenze, Tommaso frequenta l'ambiente letterario e culturale: da Poggio Bracciolini a Francesco Filelfo, da Leonardo Bruni a Roberto de' Rossi, da Niccolò Niccoli a Leon Battista Alberti, da Piccolomini a Valla. Tra le accademie fiorentine dei primi decenni del Quattrocento la più importante è quella di Santa Maria degli Angeli, diretta da Ambrogio Traversari, che lavora alla versione di Diogene Laerzio, alternando alla lettura degli antichi la commossa meditazione dei padri greci. In quegli stessi anni Firenze vede sorgere le ardite architetture di Filippo Brunelleschi e ammira le sculture del giovane Donatello dentro le nicchie di Orsanmichele. Le litterae formano la humanitas e concedono all'uomo il solo e vero potere mediante "la retorica" che è non solo "medicina dell'anima", ma anche "costruttrice delle città". Nei documenti esemplari della cultura quattrocentesca, dalle epistole di Guarino Veronese alle testimonianze della scuola di Vittorino da Feltre, dagli scritti di Enea Silvio Piccolomini ai trattati pedagogici del Vergerio, si coglie subito la funzione "civile" delle humanae litterae. La ratio scolastica, coi suoi difficili strumenti sillogistici, deve cedere il passo alla virtù persuasiva dell'eloquenza, evocatrice di sentimenti e di passioni che trasformano l'uomo. Attraverso la lettura di Demostene e Cicerone, di Tucidide e Livio, la disciplina retorica offre un insegnamento etico e politico ben lontano dagli astratti "esercizi" delle scuole.

Traversari intuisce quanto la traduzione dei testi patristici greci possa contribuire alla riforma della Chiesa, al superamento delle divisioni sia interne che con le chiese cristiane d'oriente. Proprio con questo intento Tommaso, negli anni successivi, intraprende ricerche nella Chartreuse di Grenoble, nelle abbazie di Nonantola e di Pomposa. Agli amici Travesari e Niccoli comunica d'aver trovato Ignatii Epistolas, otto omelie di Basilio nella traduzione di Rufino d'Aquileia, il De similitudine carnis et peccati attribuito a Giovanni Crisostomo, il commento di Rufino al simbolo degli apostoli e la lettera di Policarpo ai Filippesi. Inoltre recupera testi agostiniani poco noti in Occidente, la silloge completa delle opere di Tertulliano e del Lattanzio minore. Lo stesso Tommaso viene a Firenze a consegnare personalmente agli amici una copia dei Contra hereses d'Ireneo di Lione. Dalla ricerca simultanea di tre suoi amici, Antonio Cassarino, Giovanni Tortelli e Bartolomeo Lapacci, viene in possesso di tre autori greci: Hermes Trismegistos, Dioscoride e Tucidide6Ambrosii Traversari, Epistolae a P. Canneto in libro XXV tributae, Florentiae 1759, pp. 1045 e sgg.

Il ritorno a Bologna, per riprendere i suoi studi teologici, gli apre il cuore di un illustre benefattore, Niccolò Albergati. In casa del vescovo Albergati, Tommaso alterna lo studio al lavoro pastorale, cogliendo i segnali di un vasto riordinamento della vita religiosa ed ecclesiastica. Si trova, infatti, a vivere in primo piano la politica pontificia di Martino V che, attraverso concordati con le singole nazioni, tenta di pacificare la Chiesa e di far tornare Roma il vero centro della cristianità. Per ordine del papa, Albergati inizia col fedele Tommaso da Sarzana un'esperienza diplomatica che lo vede "legato a latere" a trattare la pace tra i regni di Francia e d'Inghilterra. Dopo aver ricevuto la nomina a cardinale, per la prudenza e l'intelligenza del negoziato in Francia, Albergati compie altre legazioni a Milano, Venezia, Firenze, Ferrara e Brescia. Anche con l'elezione di papa Eugenio IV, il ruolo diplomatico dell'Albergati continua ad essere di grande rilievo in tempi sempre più difficili. La decisione di sciogliere il concilio di Basilea, appena aperto, determina quello stesso scisma che il papa vuole evitare. Infatti i padri conciliari non obbediscono all'ordine, ma rinnovano la dichiarazione di Costanza secondo cui il concilio è superiore al papa. Quando la situazione politica in Italia si fa sempre più minacciosa per il pontefice, Eugenio ritira la bolla che scioglie il concilio, senza peraltro riconoscere le decisioni prese fino a quel momento7G.L. Coluccia, Niccolò V umanista: papa e riformatore. Renovatio politica e morale, Marsilio, Venezia 1998, pp. 107-130.

La reputazione del papa sale notevolmente quando un'ambasceria dell'imperatore greco lo prega di aprire le trattative per una riunificazione delle chiese greca e latina. Poiché Basilea è troppo scomoda per i greci, Eugenio IV dispone che il concilio prosegua i lavori a Ferrara, sotto la presidenza dell'Albergati. Qui giungono le più alte cariche della chiesa greca, con alla testa lo stesso imperatore Giovanni VIII Paleologo, il patriarca Giuseppe di Costantinopoli, l'arcivescovo Marco di Efeso, Bessarione di Nicea, Isidoro di Kiev, il dotto Gemisto Pletone. Le trattative, estremamente difficili, minacciano più volte di naufragare senza gl'interventi di Tommaso Parentucelli e Ambrogio Traversari. Nel 1439 il concilio, col pretesto della peste, ma in verità per ragioni finanziarie, si trasferisce a Firenze dove nel luglio, col bacio tra il greco Bessarione e il cardinale Cesarini, si suggella solennemente il patto d'unione della chiesa greca colla chiesa latina. Seguono ben presto anche le unioni con le chiese orientali minori, con gli armeni nel 1439, con i giacobiti monofisiti d'Egitto e di Etiopia nel 1441, con i giacobiti della Siria orientale nel 1444 e con i nestoriani caldei nel 14458 Ibidem, pp. 122-125.

Ma a Basilea gli eventi prendono una brutta piega. Si passa apertamente allo scisma con la deposizione di papa Eugenio e l'elezione ad antipapa di Amedeo VIII di Savoia, che assume il nome di Felice V. I regnanti non si lasciano sfuggire l'occasione per estorcere alla Chiesa alcune concessioni in loro favore. I principi elettori tedeschi dichiarano una specie di neutralità nei confronti di entrambi i pontefici. Alfonso d'Aragona riconosce Felice V per costringere Eugenio IV, nella sua qualità di supremo signore feudale, ad approvare il suo dominio su Napoli. Il patto viene concluso nel 1444 con i buoni servigi del vescovo di Valenza, Alfonso Borgia, creato per l'occasione cardinale.

Quando nel 1443 muore Niccolò Albergati, Tommaso Parentucelli prova tutte le vie dei negoziati per la pace tra le nazioni e gli stati d'Italia. Fatto vescovo di Bologna nel 1445, si dedica con tutte le sue forze a trattare con gli elettori e i prelati tedeschi per la pace e l'unità della Chiesa. All'inizio del 1446, grazie all'intervento abile di Enea Silvio Piccolomini, passato dalla teoria conciliare al riconoscimento della sovranità papale sul concilio, viene concluso un trattato tra il papa e l'imperatore tedesco Federico III sulle questioni della Germania. Il papa, consapevole delle nuove opportunità diplomatiche, aumenta il numero dei cardinali favorevoli al nuovo indirizzo di pace, tra cui Tommaso Parentucelli. Così, nel collegio cardinalizio esistono due correnti, quella dei neoeletti Parentucelli e Carvajal, che con altri cardinali guardano con favore alle istanze della chiesa tedesca, e quella degli altri cardinali che ostacolano gli accordi. Tra i sette cardinali deputati a trattare con gli ambasciatori tedeschi c'è Tommaso e l'accordo viene firmato il 7 febbraio 1447.

Il 23 febbraio muore Eugenio IV, senza vedere concluso lo scisma. Ai funerali romani il cardinale Parentucelli con la sua testimonianza commuove fortemente l'assemblea. Ormai il papato umanistico-rinascimentale, dopo il naufragio concilio-riforma, si modella al principato temporale che esclude qualsiasi partecipazione autonoma dei cardinali all'esercizio della Chiesa universale. La confutazione della donazione di Costantino ad opera di Lorenzo Valla (1440), la lettera-trattato di Enea Silvio Piccolomini, De ortu et auctoritate Imperii Romani (1446), dedicata a Federico III, gli influssi di Torquemada con la sua Summa (1449), gli studi di Cusano, Domenico de Domenichi, Antonio Roselli e di altri umanisti ecclesiastici e laici, concorrono a delineare una concezione di Chiesa determinante per l'opera di Tommaso Parentucelli.

Proiettandosi al di là del confine geo-politico, il papato tende ad amalgamare la propria potenza politica col manifesto interesse per una sovranità culturale. La restaurazione dello stato pontificio, il moto di riforma religiosa che si è organizzato dal basso con la federazione dell'Osservanza, il suo programma di una Ecclesia semper renovanda, ci aiutano a capire quel rinnovamento che nasce dall'incontro del primo umanesimo con la cultura ecclesiastica9G. Benelli, Prefazione, in G.L. Coluccia, op. cit., pp. XIII-XIX.
Dai lavori del conclave, formato da diciotto cardinali, nel marzo del 1447 risulta eletto Tommaso Parentucelli che, in omaggio alla memoria di Albergati, prende il nome di Niccolò V. I problemi che deve affrontare gli sono ben noti e intende risolverli in un'ampia prospettiva storica e teologica, per fare risaltare il ruolo spirituale della Chiesa. Dopo aver messo in ordine le cose di Napoli con Alfonso d'Aragona, riprende i negoziati con la Germania. Con l'imperatore giunge nel 1448 al concordato di Vienna, mentre contemporaneamente viene concluso quello di Aschaffenburg con i principi elettori, liquidando così definitivamente il sinodo di Basilea. Felice V depone la sua dignità e i padri sinodali riconoscono l'elezione di Niccolò V, che li libera dalle censure e nomina Amedeo d'Aosta cardinale. Da allora nessuno mostra ancora velleità a mettere sul trono un antipapa10 L. Rossi, Niccolò V e le potenze d'Italia dal maggio 1447 al dicembre 1451, "Rivista di Scienze Storiche", III (1906), pp. 241-262; 392-491.

La bolla di Niccolò V per l'anno giubilare rivela il ruolo sacerdotale del papa negli affari della Chiesa: non solo dichiara che la sede del papa è in Vaticano, sopra la tomba dell'apostolo Pietro, ma considera il papa il legittimo detentore delle chiavi, perché solo lui ha il sapere e il potere per giudicare le anime. Il giubileo del 1450 segna il momento di maggior successo del pontificato: lo scisma è ormai superato, i conflitti politici e religiosi sono appianati, negli ordini religiosi è ristabilita la disciplina, il clero va migliorando nei costumi e nella dottrina, il popolo trova nuovi modelli nella schiera di santi di questa prima età umanistica. Il giubileo vuole essere un fecondo strumento per rinnovare quel complesso di doveri religiosi che devono restituire alla Chiesa la purezza originaria e, nello stesso tempo, quella urgenza d'impegni temporali per cui lo Stato della Chiesa può degnamente collocarsi nel concerto delle nazioni.

Un'emigrazione incredibile di popoli si muove dall'Europa, soprattutto tedeschi, in cammino verso Roma. La canonizzazione di Bernardino da Siena, il noto predicatore popolare francescano, è il momento ideale di massima attrazione. Roma è cambiata: in pochi anni papa Parentucelli crea una città dal volto nuovo, con l'aiuto dei grandi umanisti entrati a servizio della corte. I progetti di ricostruzione edilizia cominciano coi primi anni del suo pontificato e sono la manifestazione dell'ampiezza della sua cultura umanistica. Interviene sul Campidoglio, ristrutturandolo e ampliandolo con i due palazzi del Senatore e per i Conservatori, cui lavora Benozzo Gozzoli. Dal Campidoglio il progetto papale punta alla ricostruzione di 40 chiese per volgersi poi alla vecchia basilica constantiniana, ormai angusta per contenere le folle dei fedeli e soprattutto pericolante. Leon Battista Alberti è l'ispiratore di quasi tutte le opere edilizie di Niccolò V che prepara i piani per una nuova sontuosa costruzione della basilica di San Pietro e fonda la Biblioteca Vaticana, incaricando fra Angelico da Fiesole di decorarla11C. Bonfigli, Niccolò V papa della rinascenza, Edizioni Anicia, Roma 1997, pp. 107-143. 12. G.L. Coluccia, op. cit., p. 219.

Ma già dopo la canonizzazione di Bernardino da Siena alcuni eventi allarmanti e dolorosi vengono a turbare il pontificato del papa sarzanese. La peste assume nei mesi estivi dimensioni sempre più vaste e apocalittiche; in dicembre accade il fatale incidente del ponte di Castel Sant'Angelo, dove la folla dei pellegrini viene travolta da animali causando più di 200 vittime12. Niccolò, che non gode di buona salute, allontanatosi da Roma durante i mesi della peste, vi torna per la conclusione del giubileo profondamente angosciato. A peggiorare lo stato d'animo del pontefice intervengono nei primi mesi del 1453 la congiura di Stefano Porcari e la caduta di Costantinopoli. Porcari, umanista e uomo politico romano, ha da parecchi anni esternato sentimenti e idee contrari allo strapotere papale su Roma. La congiura viene sventata e il Porcari impiccato13 E. Cessi, La congiura di Stefano Porcari, in Saggi romani, Roma 1956, pp. 65-109. 14. M. Lupo Gentile, Niccolò e i suoi tempi, Pisa 1949, p. 22. A pochi mesi di distanza la città di Costantinopoli cade in mano ai Turchi; invano il papa lancia l'appello ai principi e ai popoli per la crociata14.

L'umanista illuminato, il diplomatico conciliatore di stati, lo studioso di filosofia e teologia, il cultore di Omero e Virgilio, il promotore delle arti e delle scienze, attraversa una profonda crisi morale e spirituale. L'Europa e l'Italia non si commuovono all'idea della crociata e, passato il primo momento di terrore, anche la conquista turca di Costantinopoli perde quel carattere catastrofico che gli attribuiscono i predicatori.
Contemporaneamente quelle condizioni di relativa tranquillità che Niccolò ha ristabilito nello Stato della chiesa sembrano di nuovo in gioco. Bande di mercenari battono le strade, sommosse e turbolenze scoppiano nelle città umbre, Bologna minaccia una nuova rivolta15L. von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del medioevo, vol. I, Nuova versione italiana di A. Mercati, Desclée e C. Editori Pontifici, Roma 1958, pp. 626-642. Nel marzo del 1455 le sue condizioni di salute precipitano bruscamente. Il 15 raccoglie intorno a sé i cardinali per render conto del proprio pontificato, dei suoi successi e delle sue sconfitte. Giannozzo Manetti ne riporta integralmente le parole: "Ho trovato la Chiesa di Roma devastata dalle guerre e oppressa dai debiti e l'ho riformata e consolidata. Ne ho estirpato lo scisma. Ho riconquistato le sue città e i suoi castelli. Ho elevato a sua difesa fortezze magnifiche. [...] L'ho adornata di splendidi edifici, delle forme più belle dell'arte, rilucente di perle e di pietre preziose. L'ho arricchita abbondantemente di libri e di tappeti, di arredi d'oro e d'argento, di preziosi paramenti. Non ho ammassato tali tesori per cupidigia o con simonia, con doni illeciti, con usura. Ho anzi esercitato ogni specie di aperta immediata liberalità, favorendo le costruzioni, acquistando libri, stipendiando uomini dotti per scienza"16G. Manetti, op. cit., col. 947. Nella notte tra il 24 e il 25 Tommaso Parentucelli di Sarzana muore. Tuttavia il suo breve pontificato apre il solco del futuro della civiltà occidentale. "Senza dubbio - scrive Von Pastor - Niccolò V è il migliore ed anche uno dei più grandi papi dell'età del rinascimento. Gli erano doti proprie genuina liberalità, meravigliosa versatilità, un ardente amore alla scienza e all'arte, un'arditezza di progetti non raggiunta da alcuno de' suoi successori: queste splendide qualità poi erano congiunte con profonda, sincera pietà e puri costumi. [...] Con lui comincia un periodo importante nella storia del papato ed uno slancio nuovo, duraturo, della Chiesa. Tanto più resta da deplorarsi che soli otto anni di governo siano toccati a questo "massimo fra i restitutori della scienza" nella serie dei papi. Quanto in questo breve spazio di tempo egli ha fatto per la letteratura e l'arte, assicura l'immortalità al suo nome"17L. von Pastor, op. cit., pp. 644-645. A lui si deve la prova eloquente che il dialogo tra la fede e la ragione è possibile, perché secondo la renovatio umanistica "il cristianesimo è soltanto una versione moderna del bene supremo degli antichi". Il senso e il fine del suo testamento è che l'umanesimo e la Chiesa abbiano un debito reciproco e vadano verso una comune grandezza. Per questo la prerogativa della ragione, che tende alla verità, è di avere l'adesione di tutti gli uomini.

Note

1. Cfr. A. Tenenti, L'Italia del Quattrocento. Economia e società, Laterza, Roma-Bari 1990.
2. Cfr. G. Sforza, Ricerche su V. La patria, la famiglia e la giovinezza di Niccolò V, Lucca 1884.
3. G. Manetti, Vita Nicolai V, in Muratori, Rer. Ital. Script., III, 2, col. 911. Cfr. F.
Pagnotti, La vita di Niccolò V scritta da Giannozzo Manetti, "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XIV(1891), pp. 422 e sgg.
4. Vespasiano da Bisticci, Nicola V Papa, in Vite di uomini illustri del secolo XV, Firenze 1938, p. 30.
5. C. Vasoli, Studi sulla cultura del Rinascimento, Laicata Editore, Manduria 1968, pp. 72-73.
6. Ambrosii Traversari, Epistolae a P. Canneto in libro XXV tributae, Florentiae 1759, pp. 1045 e sgg.
7. G.L. Coluccia, Niccolò V umanista: papa e riformatore. Renovatio politica e morale, Marsilio, Venezia 1998, pp. 107-130.
8. Ibidem, pp. 122-125.
9. G. Benelli, Prefazione, in G.L. Coluccia, op. cit., pp. XIII-XIX.
10. L. Rossi, Niccolò V e le potenze d'Italia dal maggio 1447 al dicembre 1451, "Rivista di Scienze Storiche", III (1906), pp. 241-262; 392-491.
11. C. Bonfigli, Niccolò V papa della rinascenza, Edizioni Anicia, Roma 1997, pp. 107-143. 12. G.L. Coluccia, op. cit., p. 219.
13. E. Cessi, La congiura di Stefano Porcari, in Saggi romani, Roma 1956, pp. 65-109. 14. M. Lupo Gentile, Niccolò e i suoi tempi, Pisa 1949, p. 22.
15. L. von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del medioevo, vol. I, Nuova versione italiana di A. Mercati, Desclée e C. Editori Pontifici, Roma 1958, pp. 626-642.
16. G. Manetti, op. cit., col. 947.
17. L. von Pastor, op. cit., pp. 644-645.

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