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LA CASANA N. 1/1999 - CURIOSITA'

Gennaio-Marzo 1999 - Anno XLI

Dalla Val Brembana al Porto Franco di Genova I "Carovana" - Sei secoli di monopolio

di Paola Gotta

curiosità L'inesauribile flusso di merci che per secoli ha transitato sulle calate del porto di Genova ha richiesto una tempestiva e sollecita organizzazione del lavoro. Fra le istituzioni sorte nel tempo, la Compagnia dei facchini bergamaschi detti Caravana si distinse, come nessun'altra, per operosità, tenacia, civiltà. La sua incalzante attività ben simboleggiò l'anima di una città che scelse il mare come proprio centro propulsivo.

A Genova, fino a qualche decennio fa, dinnanzi a un uomo di bell'aspetto, robusto e vigoroso, si usava dire: "sembra un Caravana". Fino a questo punto dovevano essere popolari fra i cittadini del capoluogo ligure i prestanti facchini della Compagnia dei Caravana. Il motivo di tanta familiarità va cercato lontano.
Poiché il loro primo Statuto porta la data 11 giugno 1340, è lecito supporre che già all'inizio del XIV secolo esistesse, in forma germinale, una piccola associazione di facchini all'interno del porto di Genova. Il nome, Caravana, compare per la prima volta in un documento del 1381 e deriva con ogni probabilità dal vocabolo persiano kairewan, ossia compagnia di viaggiatori, termine che potrebbe essere penetrato in Italia proprio attraverso Genova, porta aperta ai traffici con il levante. L'area di lavoro dei facchini della Carovana fu in origine la Dogana della Mercanzia; in seguito esercitarono il monopolio assoluto in quella specialissima istituzione che è stata il Portofranco genovese. Essi si diedero fin dall'inizio un rigoroso ordinamento interno. I loro Statuti, conservati presso l'archivio della Compagnia, rappresentano una delle poche testimonianze dell'organizzazione del lavoro nei porti italiani e ci permettono di comprendere quale è stato lo spirito che li ha guidati nella loro lunga esistenza.
Gli Statuti del 1487 ci informano su una celebre consuetudine, abbandonata solamente nel 1848, che voleva membri della Associazione i soli cittadini di Bergamo e della Val Brembana; in seguito, nel 1576, il privilegio fu allargato ai facchini provenienti da altre due valli bergamasche, la Brambilla e l'Imagna. Non erano concesse eccezioni, tanto che le mogli dei Caravana, durante la gravidanza, si trasferivano in Lombardia affinché il figlio, battezzato bergamasco, potesse succedere al padre nel tanto ambito posto di facchino; a partire dal 1695 poi, fu necessario dimostrare la provenienza attraverso la presentazione dell'autentica fede di battesimo.
Un'importante testimonianza di questo privilegio si trova ancora oggi nella Chiesa di S. Maria del Carmine, a Genova, dove i Caravana possedevano una cappella intitolata alla Santa Croce, presso la quale avevano l'obbligo di ascoltare la Messa. Una delle tre iscrizioni ancora visibili recita:
DOMUS ISTE EVI ... TERNO IN QUIBUS CARAVANAE SOCII BERGOMENSES DIEM EXTREMUM EXPECTANT FUNDATAE FUERUNT ANNO MDCXCI.

curiosita L'esclusione rigida e indifferibile dei genovesi dalla Corporazione è probabilmente da ricondurre al timore delle autorità cittadine che un'Associazione forte e organizzata potesse inserirsi nelle interminabili lotte che in quei secoli insanguinavano Genova. Proprio quando la città era gravata da feroci contrasti interni, la Compagnia godeva di eccezionale salute: si sviluppava, cresceva, si rafforzava, si distingueva per numerosi atti pietosi, prestava opera di soccorso durante eventi luttuosi, conquistava fama, favori e l'amore del popolo. Gli Statuti del 30 giugno 1576 riflettono pienamente la mirabile condotta di questi facchini. Si tratta di documenti di straordinaria levatura, soprattutto se rapportati all'epoca in cui sono stati concepiti, e che costituiscono la più importante e circostanziata testimonianza dell'organizzazione della Compagnia. Siamo di fronte a ordinamenti davvero inusitati, istituendo essi un vero e proprio codice di comportamento che oltrepassa la consueta regolamentazione del lavoro per interessare invece la vita privata dei soci. Erano infatti vietati il furto, la rissa, il gioco, la bestemmia; non era consentito accettare ricompense da privati né commerciare senza le necessarie autorizzazioni ed occorreva rispondere dei danni causati alle merci. Durissime erano le pene per i trasgressori, generalmente pecuniarie. Gli Statuti imponevano inoltre di celebrare le feste religiose, di fare offerte alla Chiesa, di provvedere alla sepoltura dei soci deceduti. Si parla di fratellanza e di mutuo soccorso: ogni associato doveva occuparsi del compagno malato o ferito, assistendolo, visitandolo, contribuendo al suo mantenimento con il deposito di una parte dello stipendio nella cassa comune.

In virtù di una disciplina tanto rigorosa si venne a formare un gruppo composto, con poche eccezioni, da uomini onesti, generosi, operosi, che conquistarono, con merito, una considerazione privilegiata da parte dei governanti genovesi.
Risalgono al XV secolo i primi favori concessi alla Compagnia dalle Autorità cittadine. Essa ottenne compensi elevati nonché l'esclusività del trasporto di determinate merci, suscitando il malcontento degli altri lavoratori del porto, continuamente alle prese con la fluttuante e incerta offerta di lavoro. I contenziosi di questo periodo fra i Caravana e i liberi camalli si risolsero sempre a favore dei primi.
Notevole fu il credito che a poco a poco essi si guadagnarono presso l'Ufficio della Mercanzia. Un documento datato 19 dicembre 1459 dava la possibilità ai Caravana di far "trattenere dai famigli del Comune tutti i lavoranti che fossero trovati portatori di merci spettanti alla Compagnia e di non rilasciarli che dopo il pagamento della multa di L. 5 all'Ufficio di Mercanzia ed ai Caravana per le spese fatte per il loro arresto".

Un famoso processo fra i Caravana e i liberi facchini della grascia, che si protrasse dal 1720 al 1750, terminò con il successo dei primi. Né furono mai accettate le lagnanze degli altri lavoratori portuali nei confronti dei privilegi che permisero alla Compagnia di sopravvivere pressoché inalterata fino alla metà del nostro secolo. Essa doveva essere a tal punto inserita nel tessuto mercantile della città, da apparire davvero ineliminabile: scampò alle Regie Patenti del 1844 e alle disposizioni della Camera di Commercio di Genova circa l'abolizione delle Corporazioni emanate nel 1848. Nel 1857 Camillo Benso conte di Cavour avviò la soppressione delle Compagnie privilegiate, salvando però la Caravana; nel 1862 in occasione di una nuova discussione al riguardo, i Caravana presentarono una memoria che così recitava: "... se il Portofranco e la Dogana, parte connessa di quello, sono affatto di natura privata od eccezionale, come può applicarsi una generale disposizione di ordine pubblico? Come si concilia una libera concorrenza di lavoro coi diritti di una proprietà privata?".

II memoriale risultò efficace, se una legge del 29 maggio 1864, che decretava lo scioglimento delle Corporazioni d'arte e mestieri, risparmiava, ancora una volta, la Caravana. Se molti furono i privilegi offerti alla Compagnia, almeno altrettante sono state le opere di assistenza riversate dall'illustre Corporazione alla città e alla Nazione. Si pensi ad esempio, restando alla storia più recente, ai sussidi che essa offrì alle famiglie dei caduti durante le guerre per l'indipendenza italiana, o agli alluvionati di Roma del 1871 o ai terremotati liguri del 1887. Circa un secolo prima, nel 1746, durante l'invasione austriaca, la Caravana era stata in prima linea nella difesa della città e nei turbolenti anni 1848-1849 aveva avuto un ruolo decisivo nella salvaguardia della Banca Nazionale, della Tesoreria, del Portofranco.

curiosita Purtroppo, a partire dal XVII secolo, forse influenzati dall'infausta dominazione spagnola, i soci presero un'abitudine non propriamente lodevole, unica ombra in sei secoli di irreprensibile condotta. Essi iniziarono ad affittare e a vendere il titolo di socio. Gli abusi che ne seguirono cessarono solo nel 1823, per l'intervento di Carlo Felice, sollecitato due anni prima da un documento che gli affittuari, ormai gravati da richieste esose, inviarono al governo.

Le Regie Patenti del 1823 intendevano riordinare la gerarchia della Compagnia ma sostanzialmente confermarono la struttura che si era delineata nel tempo.
L'autorità massima restava il Console assistito da quattro Capi Squadra; le cariche venivano rinnovate ogni anno ma in ultima analisi dovevano essere approvate dai membri della Camera di Commercio. L'autonomina dei capi venne sospesa fra il 1877 e il 1919. In quel periodo l'elezione dei vertici passò all'Intendente di Finanza e al Capo della Dogana e tale consuetudine diverrà la norma dopo il 1923, quando alcune restrittive disposizioni decreteranno il definitivo assoggettamento della Compagnia alla Camera di Commercio. Proprio un anno prima il numero dei soci aveva toccato il massimo storico: 310.
Durante il Ventennio, pur aderendo al movimento sindacale fascista, i Caravana continuarono a tenersi ai margini della vita politica, buona abitudine mai abbandonata nel corso di una così lunga esistenza: il lavoro, regolato da uno straordinario spirito corporativo e supportato da un raro rigore morale, fu e rimase sempre il loro unico obiettivo.

L'Istituzione cessò di esistere il 12 febbraio 1952, quando un decreto ministeriale considerò sciolta una delle più nobili e amate istituzioni del mondo del lavoro genovese.
Oggi, all'interno del porto, sotto l'Acquario, è sorta Atlantide, una galleria di curiosi negozi di merci provenienti da tutto il mondo. Al suo ingresso una targa di marmo porta la scritta "Galleria dei Caravana". In ricordo del glorioso passato di una città per troppo tempo dimentica della propria vocazione marinara.